Il Festival ASVIS arriva a Bruxelles, anche per contare ciò che “conta” davvero

Dal Festival ASviS un appello politico contro disuguaglianze e crisi globali: serve un’alleanza europea per sviluppo sostenibile e democrazia.

Anna ColomboIstituzioni dal Basso
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Qual è l’alternativa all’internazionale nera di Trump? È un’alleanza internazionale che rilanci con forza i diciassette obiettivi dell’Agenda 2030 dell’ONU, e che lo faccia in co-creazione continua con la società civile.

Sono queste, in poche parole, le conclusioni molto politiche di Teresa Ribera - prima vicepresidente esecutiva della Commissione europea, già negoziatrice degli accordi di Parigi, e già imprescindibile ministra spagnola alla transizione ecologica nel secondo governo Sanchez – nella tappa del Festival ASVIS a Bruxelles, venerdì 8 maggio. Tappa che si è tenuta significativamente alla vigilia della giornata dell’Europa, in ricordo della storica dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950.

Ma andiamo con ordine. Giunti alla decima edizione del Festival dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo sostenibile, che vanta come ogni anno varie tappe nelle più importanti città italiane nonché più di mille iniziative proposte dalle realtà associative che in ASVIS confluiscono, si è deciso di fare un passo fuori dai confini nazionali. Non che fino ad ora fosse mancata la dimensione internazionale: in passato esponenti del mondo delle istruzioni, dell’accademia e della cultura di altri paesi avevano partecipato al festival in Italia.

Nel 2026, a quattro anni dal traguardo del 2030 e in una fase particolarmente delicata per l’Europa e per il pianeta, caratterizzata da un intreccio di “policrisi” largamente annunciate, si è reso indispensabile un momento di riflessione e un appello in loco affinché l’Europa rilanci con urgenza i propri impegni per restare IL continente dello sviluppo sostenibile, imprimendo un’accelerazione verso gli obiettivi dell’Agenda e i suoi sviluppi futuri.

La conferenza ha avuto emblematicamente luogo nella sede e con la piena partecipazione del Comitato Economico e Sociale europeo, la casa continentale della società civile, cioè la rappresentanza dell’Europa che lavora, fa impresa e si impegna nel dialogo, la solidarietà e la cooperazione. Sala piena e 300.000 connessioni on line sono un attestato lusinghiero dell’interesse suscitato. Siamo di fronte ad una strana contraddizione. Da una parte, le istituzioni europee sembrano aver perso il “momentum” che le forze progressiste e pro-europee avevano impresso a partire dal 2019, con gli SDGS pienamente integrati nel programma dell’Esecutivo, il Green Deal, il Pilastro europeo dei diritti sociali e, a pensarci bene, con la risposta comune alla pandemia e alle sue conseguenze. Per non parlare dei governi nazionali, che salvo rare eccezioni oscillano ormai fra lo scetticismo e l’aperta ostilità. Anche il Parlamento europeo, uscito diviso dalle elezioni del giugno 2024 e con un PPE spesso alleato delle destre estreme, non riesce più a incidere in modo significativo.

Dall’altra, la stragrande maggioranza dei cittadini continua a guardare ai temi dell’Agenda e alla loro necessaria realizzazione con accresciuto interesse. Non solo. Il mondo della finanza e delle imprese risulta sempre più orientato verso la presa in conto dei rischi rappresentati dall’insostenibilità del modello attuale, come sostiene la stessa Banca Centrale Europea. Del resto ASVIS ha ampiamente dimostrato già dal rapporto di primavera 2025 quanto la sostenibilità convenga economicamente alle imprese: quelle che ne seguono i “patterns” hanno delle performance economiche mediamente decisamente più positive.

E non solo i cittadini e gli attori civili, economici e sociali hanno ragione, ma sono anche i più coerenti rispetto all’Europa che vorremmo e che dovrebbe essere. Basta qui riferirsi agli articoli 2 e 3 del TUE, “fondanti” dell’Unione: competitività, sicurezza e autonomia strategica debbono essere mezzi, strumenti, non fini, per conformarsi ai valori e obiettivi europei legati al benessere delle persone e del pianeta, alla pace e alla cooperazione. Questo, scritto nero su bianco, è il tratto distintivo della comunità di donne e uomini che chiamiamo Europa.

Giova ancora una volta ricordare che gli obiettivi dell’Agenda 2030 abbracciano non solo la sostenibilità ambientale, ma anche quella sociale, economica e istituzionale. E val la pena anche sottolineare come l’ASVIS, secondo la stessa ONU, sia una delle realtà nazionali più avanzate che raggruppano un insieme molto significativo di portatori di interesse (multi-stakeholder) per la realizzazione dell’Agenda 2030.

A Bruxelles il direttore scientifico Enrico Giovannini ha avuto modo di illustrare l’impressionante lavoro dell’ASVIS nel monitoraggio delle performance dell’UE, dei suoi 27 paesi e dell’Italia in particolare rispetto ai progressi ottenuti per ciascuno dei 17 obiettivi e a ciò che rimane da fare. In realtà, pur restando l’UE nel suo insieme una realtà positiva rispetto a gran parte del resto del mondo, i risultati non sono incoraggianti. Misurando a partire dal 2010, per 3 “goals” su 17 si registra addirittura un peggioramento: riduzione delle disuguaglianze (Goal 10), tutela degli ecosistemi terrestri e della biodiversità (Goal 15) e partenariati per lo sviluppo sostenibile (Goal 17) non se la passano per niente bene.

Pur con importanti differenze fra paesi, il quadro relativo alle disuguaglianze è certamente il più problematico. Ancora più netta la situazione della biodiversità, con tutti i Paesi in arretramento rispetto al 2010. Negativa anche la tendenza relativa alla cooperazione internazionale.

Segnali positivi emergono invece sulla parità di genere, sulle energie rinnovabili e sull’innovazione; ma nel complesso solo una parte degli obiettivi (circa il 53%) potrebbero essere raggiunti nel 2030, mentre sul resto il ritardo accumulato è tale da lasciare poche speranze, a meno di una radicale quanto improbabile improvvisa e esponenziale accelerazione a tutti i livelli. È quindi più che mai necessario un serio salto di qualità nella trasformazione, che vada verso un cambio di paradigma sistemico e integrato; gli SDGs non sono silos a se stanti, ma un progetto di sviluppo alternativo.

E proprio a proposito di questo, a modello alternativo debbono corrispondere “metriche” altrettanto dirompenti. Sono ormai anni, dalla prima commissione Stiglitz del 2009, che si sente parlare a giorni alterni di andare “oltre il PIL”. Nell’autunno del 2025 il Centro Comune di Ricerca della Commissione europea ha elaborato un dashboard composto da 50+1 indicatori sul benessere sostenibile e inclusivo. Pur riconoscendo l'utilità del PIL, si considera la necessità di indicatori complementari per cogliere appieno tutti gli aspetti della qualità della vita, dell'inclusività e della sostenibilità. Il modello SIWB (benessere sostenibile e inclusivo) costituisce un essenziale dispositivo di valutazione, tanto che lo stesso CESE ne ha raccomandato l’adozione nei suoi due pareri per il prossimo QFP e per il “pacchetto” Semestre europeo (in entrambi i casi il relatore è stato Luca Jahier, già Presidente dell’istituzione e fra gli speakers della giornata).

Il SIWB è però anche un utile strumento di confronto con altre realtà, in primis quella degli USA. Al Festival di Bruxelles Peter Benczur del JRC ha mostrato come utilizzando il nuovo dashboard emergano chiaramente migliori performance europee, contrariamente alla vulgata sulla competitività fra le due potenze. Anche questo progetto è stato guidato da Giovannini e si inserisce nel quadro delle priorità per il futuro dell'Unione europea, come indicato nel recente Foresight Report della Commissione. L'assunto di partenza è che il PIL o il reddito familiare non siano sufficienti per misurare il vero benessere di una società. L'obiettivo è mostrare come l'adozione di metriche più ampie (sensibili alla distribuzione, alla sostenibilità e ai limiti planetari) possa modificare radicalmente il confronto transatlantico. Il risultato principale è che il benessere racconta una storia diversa dalla crescita. Certo, tra il 2010 e il 2023, il PIL pro capite degli USA è cresciuto del 25% (contro il 17% nell'UE). Tuttavia, quando si allarga lo sguardo e si guarda al benessere corrente complessivo, l'UE ha registrato un aumento di +9.5 punti percentuali, mentre gli USA solo +1.2 punti. Non solo. Se il PIL viene “corretto” per salute (aspettativa di vita) e disuguaglianza (usando la metrica del "reddito equivalente"), il supposto divario fra USA e UE addirittura si capovolge: intorno al 2022, l'UE ha superato gli USA in termini di benessere reale della popolazione. Gli Stati Uniti brillano però per la loro capacità di mettere in campo risorse future (che cosa ne farà l’amministrazione attuale è certo tutto da vedere). Ma se l’UE vuole mantenere i suoi risultati migliori in termini di benessere complessivo, educazione, salute, sostenibilità e inclusività, deve urgentemente investire nel proprio avvenire. Perché come ha spiegato Andrea Renda (Direttore della ricerca del CEPS), dobbiamo fare un enorme salto di qualità sapendo che - contrariamente e quanto di pensava fino a ieri - non abbiamo un solo futuro possibile davanti bensì vari scenari, alcuni dei quali potrebbero condannare l’Europa all’irrilevanza e al declino.

Sullo stesso tema è intervenuta la direttrice generale di Eurostat Mariana Kotseva, impegnandosi a mettere in pratica il modello JRC entro la fine dell’anno. Ottima notizia, unitamente al sostegno che la rappresentante dell’Unione europea in sede ONU ha espresso proprio ieri a NY durante l’assemblea generale, sulla proposta di un gruppo di esperti di alto livello (fra cui nuovamente Giovannini) per una bussola che vada oltre il PIL. L’auspicio è che cominci una seria riflessione per cambiare il System of General Accounts a livello globale.

Molti sono stati gli interventi, a partire da Cillian Lohan, Presidente del Gruppo Società Civile del CESE, ospite e co-organizzatore dell’evento. Lohan, esperto di economia circolare, ha peraltro ricordato che proprio i progressi in questo campo rendono il PIL da solo una misura obsoleta. Insieme a rappresentanti del Club di Roma, di Save the Children, di SDGs Watch Europe, dell’Agenzia Italiana per la cooperazione internazionale e tanti altri, Lohan ha ricordato che le organizzazioni della società civile sono una garanzia di continuità anche di fronte alla volatilità dei governi, e che la cooperazione strutturata fra organizzazioni a livello europeo può non solo tenere il punto ma accelerare il momento di non ritorno (il tipping point), quello verso un nuovo modello di sostenibilità integrata e globale. Le parole d’ordine sono partecipazione, co-creazione, valutazione collettiva dei risultati da parte della società e dei luoghi. Insomma, tornando a Teresa Ribera: chi attacca gli SDGs si ciba di disuguaglianze, guadagna dalla distruzione del pianeta, lucra sulle guerre, sulle divisioni fra i popoli e nelle nostre società. Sono, per dirla con Arnaud Orain, citato da Paul Magnette per Rinascita, i predatori capitalisti della finitudine. Noi dobbiamo stringere un’alleanza per difendere ciò che abbiamo ottenuto, dentro e fuori dall’Europa, e preparare un futuro lungimirante e condiviso.

E fra ASVIS e CESE la storia è appena cominciata.

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