Il femminile nella bufera machista
Quando la musica diventa disarmonica, nasce il controcanto: contro la restaurazione patriarcale, scuola e nuove generazioni possono costruire una nuova giustizia di genere.

ANSA
Sappiamo bene quale sia stato il punto di non ritorno dal quale è ripresa, con la benedizione prima istituzionale e poi, progressivamente, culturale, l’insofferenza nei confronti delle donne. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che proclama di volersi definire al maschile, rappresenta un cambio di rotta, un vulnus dalle profonde responsabilità socio-istituzionali che, tra silenzi e connivenze, ha ricominciato ad alimentare una subcultura maschilista: quella del “Dio, patria e famiglia” e, nei casi più estremi, misogina e violenta.
L’ufficializzazione è stata fondamentale, perché ha svelato la zona d’ombra del maschilismo e liberato una prepotenza antica e mai debellata. Una prepotenza che si riproduce facendo leva sui più retrivi, arcaici, simbolici e misogini modelli stereotipati, sedimentati per secoli e accettati nella passività dell’abitudine. Sono modelli che creano quell’omertosa solidarietà sociale che costituisce l’invisibile supporto funzionale al perdurare delle asimmetrie sessiste di potere e al controllo della donna e del suo corpo.
Mai avrei potuto immaginare di dover tornare a parlare in questi termini della società del 2026. Così come non avrei mai immaginato di assistere all’affermazione di partiti politici che hanno nel proprio DNA le radici fasciste, misogine e culturalmente retrive dei loro padri. E invece le donne vengono ricacciate in casa, per la destra “in famiglia”: un’espressione che evoca il luogo degli affetti e dell’amore, ma che rischia di trasformarsi in una nuova gabbia nella quale cancellare le conquiste di dignità, parità e autodeterminazione.
Si determinano così nuove soggettività, più confacenti al ruolo di madri, angeli del focolare e moderne caregiver, ovvero assistenti familiari a tempo pieno e sostitute di quel welfare ormai sparito dai radar. Nella cultura, nella politica e nella società, le donne sono state relegate al ruolo di suppellettili, quando va bene, oppure ricacciate nel focolare domestico a occuparsi di figli e anziani, quando va peggio.
È un maschilismo alla riconquista della superiorità perduta, che emerge inconfondibile nella ferocia di uomini assassini la cui unica legge è il sopruso, espressione del più becero controllo patriarcale sulle donne. Uomini che violano e deturpano il corpo femminile per lasciare il segno tangibile del proprio possesso, fino all’omicidio.
Il femminicidio, oggi drammaticamente diffuso, come ai tempi della mattanza istituzionalizzata rappresentata dalla caccia alle streghe, segnala una rivoluzione, quella femminile, maldigerita dal maschilismo. Un maschilismo che cerca per questo un risarcimento contro la nuova antropologia di donna che è avanzata. La destra al governo ha rappresentato il mezzo attraverso il quale infiltrare il germe della violenza, della paura e della misoginia nei gangli della società.
È tutto un fiorire di messaggi retrivi e misogini. In molti Paesi dell’Occidente democratico e antifascista, con l’affermarsi di governi di destra si è costruita un’internazionale narcisista e maschilista che sta producendo effetti devastanti.
Il più recente rapporto dell’ISTAT evidenzia che il 7,4% delle persone ritiene accettabile, sempre o in alcune circostanze, che un ragazzo schiaffeggi la propria fidanzata; il 6,2% considera accettabile che in una coppia possa scappare uno schiaffo dell’uomo, «ogni tanto, però».
Sta diventando inoltre allarmante la pervicacia con cui la destra minimizza lo stupro. Il 39,3% della popolazione è convinto che una donna sia in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo vuole. Il 23,9% pensa che siano le donne a indurre la violenza sessuale, mentre il 15,1% è dell’opinione che una donna che subisce violenza quando è ubriaca o sotto l’effetto di droghe sia almeno in parte responsabile.
Per il 10,3% della popolazione, spesso le accuse di violenza sessuale sono false. Un ulteriore 7,2% afferma che, di fronte a una proposta sessuale, le donne dicano spesso di no intendendo in realtà sì; per il 6,2%, invece, le donne “serie” non vengono violentate. C’è poi uno zoccolo duro dell’1,9% che persiste nel ritenere che non sia violenza se un uomo obbliga la moglie o la compagna ad avere un rapporto sessuale contro la sua volontà.
È una società malata, fomentata dai pulpiti più alti, nella quale capita di sentire definire assassine le donne che accedono all’interruzione volontaria di gravidanza, servendosi di medici descritti come “sicari”, oppure scellerate perché programmano la nascita di un figlio e desiderano magari anche che nasca sano.
Questo è il contesto nel quale non bisogna concedere nessuna tregua al maschilismo. Occorre smascherarlo sempre, nella sua strategia di abuso e invasività, che nulla ha a che fare con l’affettività. Anche quando si insinua per circuire attraverso parvenze di protezione, resta sempre e comunque una mistificazione misogina e sessista che rispolvera la favola dell’“eterno femminino”: dolcezza, sentimento, amabilità e grazia che, in realtà, significano soggezione, sopportazione, obbedienza e rassegnazione. Una condizione sulla quale troppi uomini hanno ripreso ad accomodarsi, pensando di avere diritto a quel ruolo.
Contrastare questa restaurazione di un ordine machista significa intervenire sulle nuove generazioni, che stanno dimostrando, in questi tempi bui e violenti, di non avere perso la bussola dell’umanità, della parità dei diritti e dell’accoglienza delle differenze di genere.
Le aule delle nostre scuole devono essere considerate un enorme laboratorio nel quale trasformare i modelli di genere, di maschilità e di femminilità. Le nuove generazioni di adolescenti devono essere accompagnate verso una società fondata sulla giustizia di genere, sempre più libera dalla misoginia, meno omofobica e meno machista.
Va costruito un controcanto in un contesto nel quale la musica principale è stonata, dissonante e disarmonica.
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