La politica estera di Giorgia Meloni: l'analisi di Maria Elena Boschi

ANSA
La XIX legislatura volge al termine e tracciare un bilancio di questi anni è un’operazione agevolata dal fatto che il Governo guidato da Giorgia Meloni, 61° esecutivo della storia repubblicana, è uno dei più longevi del Dopoguerra e si accinge a chiudere l’intero arco della legislatura senza rimpasti. Possiamo dunque ben dire che la stabilità oggettiva che ha accompagnato la premier nel quadriennio appena trascorso consente – e per certi tratti impone – un’analisi franca, libera da vicissitudini politiche e tensioni della coalizione. Quella che abbiamo visto all’opera è Giorgia Meloni nel pieno delle sue capacità e dei suoi desideri politici: non ci sono freni partitici o politici che l’abbiano intralciata in questi anni.
Una parte dell’opinione pubblica ha spesso fatto passare un messaggio luci e ombre. Si è voluto far credere che al netto del giudizio sulla politica interna, per definizione di parte, larga parte del Paese potesse riconoscersi nella politica estera di Giorgia Meloni considerata come inclusiva, europeista, in continuità con Mario Draghi. Alcuni commentatori, anche provenienti dal mondo culturale della sinistra, si sono rallegrati per la posizione tenuta sui principali dossier da Palazzo Chigi. Ora se è vero che Giorgia Meloni in passato aveva detto di preferire Putin a Mattarella, di voler uscire dall’Euro, di considerare un errore le sanzioni alla Russia e molte altre simili amenità, è pur vero che già negli ultimi anni Fratelli d’Italia aveva abbandonato le posizioni più folli e si era ricollocata con una spettacolare inversione a "U" nel solco delle principali famiglie europee. Questo è bastato ad alcuni statisti nostrani — anche dell’opposizione — per accogliere “con emozione” Giorgia Meloni al congresso di Azione, per tributarle una standing ovation sulla politica estera e definirla “la ministra degli Esteri perfetta” come ha detto, ad esempio, proprio Carlo Calenda. Considerare la presidente del Consiglio una grande personalità in politica estera significa conoscere poco Giorgia Meloni e significa conoscere pochissimo la politica estera. Ritenere che questo Governo sia un governo da promuovere in politica estera è un’opinione diffusa ma per me assurda.
Chi scrive contesta radicalmente questa tesi arrivando al paradosso di considerare Giorgia Meloni più pericolosa per la politica estera che incapace per la politica interna. Cercherò di articolare questa tesi, non senza aver evidenziato come quei cantori del melonismo abbiano dipinto la Premier quasi come una novella Thatcher siano smentiti dai risultati. Al di là del fatto che la Lady di Ferro faceva riforme (sbagliate, ma le faceva), in Italia abbiamo visto crescere il debito pubblico, la pressione fiscale, il costo della vita, il carrello della spesa, la criminalità, specie giovanile. Le promesse elettorali sono state smentite tutte, dalla Fornero alle accise. Mi fermo qui perché l’elenco potrebbe continuare a lungo. Basti al lettore questa sintesi, appena accennata, per comprendere quanto sia drammaticamente negativo il mio giudizio sulla politica interna. Bene, cioè male: sul resto è peggio. Sulla politica estera Giorgia Meloni ha fatto ancora peggio che sulla politica interna con buona pace dei suoi fans anche dell’opposizione.
In questi quattro anni tutti gli altri Paesi leader in Europa hanno conosciuto crisi devastanti. In primis la Francia ha vissuto la stagione di instabilità politica più difficile della Quinta Repubblica. La Germania ha attraversato una crisi ontologica legata al fallimento delle tre strategie di partnership che Berlino aveva costruito: per motivi diversi sono venute meno la partnership energetica con Mosca, quella commerciale con Pechino, quella militare con Washington. La Spagna ha governato con un esecutivo sconfitto alle urne ma capace di assembleare una coalizione sul filo dei voti pesantemente esposta al ricatto indipendentista. E quello che è successo ai nostri primi vicini di casa, il Regno Unito, non ha bisogno di spiegazioni.
Con l’Europa debolissima, Giorgia Meloni poteva diventare la vera leader del continente. Aveva dalla sua una stabilità politica evidente, l’amicizia con la presidente della Commissione, il supporto americano, la simpatia di tutti i leader mondiali. E pur avendo da spendere tutti i soldi del PNRR — per il quale il suo partito nemmeno aveva votato a favore in sede di Parlamento Europeo — ha fallito anche la sfida della crescita. Ma soprattutto non ha espresso un’idea di Europa, oscillando tra la volontà di non disturbare il pensiero dominante e rimarcando però le amicizie con Orban o Santiago Abascal.
Non ha saputo costruire un proprio ruolo perché si è sempre concentrata sulla tattica per dominare il dibattito su Instagram ma senza offrire una visione alle nuove generazioni. Non ha mai espresso la sua idea di Europa che con lei non è stata un’Europa a due velocità ma a triplo freno. E il tanto celebrato ponte con gli Stati Uniti di Trump si è rivelato un ponte levatoio: gli americani ci hanno attaccato sui dazi, ci hanno ignorato sulle operazioni militari, ci hanno preso in giro persino ricordando le missioni del passato.
Sull’Ucraina ha sempre abbracciato in pubblico Zelensky ma ha spesso ritratto il sostegno in privato quando c’era da sostenere lo sforzo dei volenterosi. Ha parlato di genocidio a Gaza, memore delle sue simpatie giovanili per i palestinesi, ma si è poi precipitata come osservatrice al Board of Peace di Trump. Ha mantenuto ottimi rapporti umani con i leader indiani e arabi ma non ha saputo costruire una strategia commerciale coerente con queste sue buone frequentazioni personali.
Si è inventato un titolo, Piano Mattei, per raccontare il sacrosanto progetto di aiutare l’Africa, quello che noi definivamo: aiutiamoli a casa loro. Ma oltre l’encomiabile impegno di Eni e Coldiretti è rimasto ben poco del fantascientifico progetto che doveva servire "ai giovani africani a non emigrare”. Non sappiamo quanti giovani africani siano rimasti in Africa. Ben pochi sono invece i giovani italiani rimasti in Italia, visto che con il governo Meloni, grazie anche all’assurda modifica della legge sul rientro dei cervelli, la fuga dei talenti è cresciuta a livelli mai visti. Rispetto a dieci anni fa, per dire, il numero di cittadini che ha lasciato il Paese è passato dai meno di centomila del 2014 ai quasi duecentomila del 2024. E tremo al pensiero dei dati 2025. L’immigrazione del resto era stata la carta vincente in campagna elettorale; allora Giorgia Meloni urlava “vogliono la sostituzione etnica” quando il governo Gentiloni annunciava un piano per dare mezzo milione di permessi a cittadini immigrati in tre anni, oggi Giorgia Meloni annuncia lo stesso piano di mezzo milione di permessi a cittadini immigrati in tre anni ma – contrordine camerati – non è più sostituzione etnica, né etica. È Giorgia Meloni in purezza.
Ma in compenso abbiamo il centro in Albania, il più grande spreco di denaro pubblico di questa legislatura: abbiamo centinaia di poliziotti e carabinieri bloccati senza fare niente dall’altra parte dell’Adriatico quando queste divise servirebbero, eccome se servirebbero, in Patria, nelle stazioni, nelle città. Ma dire di aver fatto un centro migranti, dare la colpa ai magistrati perché non funziona, avere le copertine delle riviste europee è molto più importante – per la premier influencer – rispetto al fatto di garantire la sicurezza a una ragazza di vent’anni alla stazione di Milano o di Roma.
La principale attività della Premier nei meeting internazionali è stata dispensare sorrisi e venir bene in foto. Che sono due attività importanti, non lo neghiamo, ma insufficienti per una leader che avrebbe dovuto cambiare il destino della Nazione. Sono mancate le riforme interne, è mancata la visione esterna, si è preferito dividere il Paese intervenendo sui comici da scritturare per Sanremo ma non dedicando mai una sessione ai problemi degli stipendi o della fuga dei cervelli. Non ha fatto la differenza su nessun dossier, ma si è limitata a fare la somma dei like sui social. Come fanno le persone cui interessa poco cambiare le cose e basta apparire. Perché alla fine possiamo dirlo: Giorgia Meloni non è una statista che ha prodotto risultati in politica estera, ma una donna che vive ogni giorno come una campagna elettorale permanente dove l’obiettivo non è cambiare il Paese ma mantenere il proprio incarico. Dove l’obiettivo non è incedere sulle statistiche Istat ma dopare i sondaggi. Penso, e credo, che un simile modo di fare politica prima o poi verrà respinto dalla maggioranza degli italiani e sono certa che tutti noi dovremo lavorare perché ciò accada alle politiche del 2027 mettendo da parte divisioni e veti e unendo forze e voti.