Il dovere dell'alternativa
Non basta sommare le opposizioni: serve un progetto unitario, fondato sulla Costituzione, capace di ricostruire fiducia, affrontare la crisi demografica e guidare le grandi transizioni.

ANSA
Il campo progressista si trova oggi di fronte a uno snodo storico, nel quale la responsabilità politica coincide con una vera e propria missione di rigenerazione democratica e costituzionale. La domanda fondamentale non riguarda la mera alchimia elettorale o la semplice sommatoria aritmetica dei partiti di opposizione, ma la presenza, nel tessuto vivo del Paese, di quelle energie intellettuali, culturali e morali capaci di fondere le differenti sensibilità politiche in un progetto di governo unitario.
Serve una proposta che sappia coniugare con rigore la sostenibilità economica delle riforme, la modernizzazione delle strutture produttive e la centralità della persona, restituendo speranza a quella larga maggioranza di cittadini che, in questi anni, ha visto progressivamente erodersi le proprie condizioni di vita.
Il lungo periodo di permanenza al potere della destra, spesso celebrato come un valore in sé attraverso l’ostentazione della pura longevità istituzionale, ha in realtà mascherato un progressivo declino del sistema Paese. Più che di una solida stabilità di governo, si tratta di un evidente arroccamento autoreferenziale e di una disperata tattica di autoconservazione.
Vicende emblematiche come il “caso Delmastro” testimoniano plasticamente la tendenza della maggioranza a chiudersi a riccio dentro i palazzi delle istituzioni per difendere le proprie posizioni, utilizzando le prerogative parlamentari non come strumento di alta rappresentanza, ma come scudo difensivo. Questa occupazione del potere si regge sui numeri di una legge elettorale distorsiva, che ha consegnato una solida maggioranza parlamentare a chi rappresenta, nei fatti, una minoranza nel Paese.
Eppure, la maggioranza è pienamente consapevole che la propria forza non nasce da un vero consenso egemonico, bensì dalla miopia tattica che, nelle scorse consultazioni, ha voluto il centrosinistra diviso: una tentazione suicida che, purtroppo, continua talvolta a serpeggiare nelle dichiarazioni di qualche fuoriuscito dal Partito Democratico.
Proprio per questa fragilità di fondo, la destra tenta oggi di modificare ulteriormente la legge elettorale e la stessa architettura istituzionale: un tentativo disperato di blindare i numeri per proseguire un cammino rovinoso per l’Italia e arrivare a occupare persino quel fondamentale presidio di garanzia e di unità nazionale rappresentato dalla Presidenza della Repubblica.
Questa paralisi politica e sociale trova il proprio specchio più fedele nella crisi demografica, un fenomeno che deve essere letto prima di tutto come un vero e proprio indicatore dello stato di salute psicologico e culturale del Paese. Il crollo del tasso di sostituzione della popolazione, con un divario sempre più drammatico e sistematico tra il numero dei nuovi nati e quello dei deceduti, è il prodotto di carenze materiali e insufficienze nel sistema di welfare.
Ma è soprattutto la spia di uno smarrimento esistenziale profondo, la manifestazione tangibile di una perdita di fiducia nel futuro che colpisce al cuore le giovani generazioni. La precarietà economica e l’erosione dei servizi pubblici agiscono certamente come ostacoli concreti, ma il loro effetto più devastante è immateriale: corrodono la capacità di immaginare il domani, trasformando la scelta di creare una famiglia da una naturale prospettiva di vita a una scommessa percepita come azzardata.
Quando la natalità crolla e il saldo naturale si azzera, a spezzarsi non è soltanto la continuità anagrafica, ma il patto di speranza sul quale si regge una comunità. Questo squilibrio progressivo tra popolazione attiva e popolazione non attiva finirà inevitabilmente per prosciugare le risorse destinate alla protezione sociale, minando la sostenibilità economica dello stesso Servizio sanitario nazionale e rendendo improcrastinabile una risposta politica di ampio respiro.
Per interrompere questa deriva e ricostruire un clima di reale fiducia nel futuro, l’azione politica deve sapersi intrecciare e arricchire con l’immenso patrimonio espresso da una classe dirigente diffusa che già oggi tiene vivo il Paese. Le segreterie dei partiti possono trovare una straordinaria forza propulsiva valorizzando e mettendo a sistema le competenze che emergono quotidianamente nei territori: l’operato instancabile di sindaci e amministratori locali, la visione di manager innovativi, l’impegno dei sindacalisti, la dedizione dei lavoratori e la generosità degli operatori del Terzo settore, per citare soltanto alcune delle anime di questo tessuto democratico.
Questo cantiere programmatico permanente deve trovare la propria bussola nell’attuazione dei principi costituzionali, a partire dall’articolo 3, che impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini.
L’obiettivo non è conservatore, ma profondamente innovatore: governare la transizione ecologica e l’avvento delle nuove tecnologie, compresa l’intelligenza artificiale, affinché diventino leve di crescita distribuita e di riscatto sociale, non strumenti di ulteriore precarietà nel mondo del lavoro.
In questi mesi di nuova vita, l’esperienza e le pagine della rivista Rinascita stanno dimostrando con forza quanta vivacità culturale ed energia politica scorrano ancora nel campo progressista, offrendo uno spazio privilegiato di elaborazione teorica e di proposta pratica.
Soltanto raccogliendo e organizzando queste energie all’interno di un programma condiviso, solido sul piano finanziario e ambizioso nella visione culturale, il centrosinistra potrà dimostrare di possedere la maturità politica necessaria per guidare stabilmente l’Italia nei prossimi cinque anni, verso una stagione di reale progresso e coesione sociale.
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