Il dovere della contemporaneità: l'identità plurale come motore della transizione
Rigenerazione urbana, evoluzione dei contesti locali e coesione sociale: perché coltivare il patrimonio come processo storico è l'unica via per governare la modernità

ANSA
L’interessante e precisa riflessione avviata nelle pagine di Rinascita da Marco Tolli coglie un punto centrale del nostro tempo: le città e i territori sono il luogo in cui l'Italia è chiamata a misurare la propria capacità di innovare, adattarsi e costruire il futuro. È una tesi condivisibile perché nei sistemi insediativi si concentrano le grandi sfide della transizione ecologica e dell’inclusione sociale, ed è qui che si gioca la partita per governare il cambiamento in atto, economico, urbanistico e antropologico. Affinché la pianificazione urbanistica e la politica del territorio possano tradursi in strumenti di emancipazione e di visione a lungo termine è necessario compiere un altro passo avanti: liberare il concetto di “identità” da una visione statica e interpretarlo come un processo dinamico, in continuo divenire.
Troppo spesso il dibattito pubblico e urbanistico ha affrontato la sfida della modernizzazione partendo da una condizione di fragilità teorica. Si tende a considerare l'identità di una comunità come una sorta di patrimonio ontologico, uno “stato di natura a priori” che il progresso o l’innesto della contemporaneità avrebbero fatalmente corrotto. Riemerge qui, sotto nuove spoglie, il mito rousseauiano di un’innocenza originaria, della terra e del suo corpo sociale, da proteggere dalla storia. Si tratta di un equivoco interpretativo che va ribaltato. L’identità non può che essere intesa come il prodotto di una costante capitalizzazione sociale di azioni, progetti e scelte stratificate nel tempo. Se si osserva il territorio da una prospettiva puramente sincronica - schiacciata sul tempo presente – si è portati a ritenerla una condizione fissa e immutabile; l’analisi diacronica restituisce l’immagine di una realtà interamente costituita dal mutamento.
Questo dinamismo è evidente nelle situazioni urbane caratterizzate da una storia “calda”. Pensiamo alle grandi metropoli che hanno attraversato la storia a grande velocità e con proiezioni a scale territoriali molto ampie, su tutte a Roma, Parigi o New York, che vivono straordinarie capitalizzazioni d'arte, di disegno urbano e di sperimentazione politica. La medesima lente scientifica dimostra che anche una storia relativamente “fredda”, come quella sarda o delle aree interne del Paese, è tutt’altro che stazionaria.
La centralità di questa evoluzione emerge con chiarezza se riferita alla genesi e alle trasformazioni degli insediamenti urbani maggiori della Sardegna, ma si manifesta con altrettanta forza nei piccoli centri. È sufficiente non cedere alla pigrizia mentale di trascurare lo studio dell’evoluzione cartografica per accorgersi di un quadro che va ben oltre la pura morfologia visibile: un racconto che parla di forti trasformazioni strutturali e sovrastrutturali. Ne emerge un quadro di identità come capitalizzazione di processi; dinamiche probabilmente più lente rispetto ai grandi distretti continentali o alle macro-regioni del Nord, ma non per questo meno trasformative o meno capaci di adattamento.
Un ragionamento di questa portata si estende, per quanto possa apparire meno evidente, al concetto stesso di “paesaggio” e alla stessa evoluzione geologica del territorio. Come ricordato di recente dall’archeologo Alfonso Stiglitz, il contesto territoriale offre chiari esempi di trasformazioni radicali avvenute in tempi storicamente recenti, e non sempre e soltanto per mano dell’uomo, ma per le dinamiche intrinseche della natura stessa. È spesso la fragilità della memoria collettiva a produrre una rimozione di questi mutamenti, generando, soprattutto in relazione al paesaggio e alla sua pretesa qualità di “natura incontaminata”, l’idea di una genesi immobile. Questo isolamento concettuale produce un effetto paralizzante: immobilizza il territorio in un'immagine fissa, “tipizzata” avrebbe detto Gramsci, e finisce per impedire l’indispensabile, ulteriore accrescimento di nuova capitalizzazione identitaria.
Da questa consapevolezza consegue una responsabilità ancora più forte per la politica e per la pianificazione, ben superiore rispetto a quella postulata dalle visioni che riducono l'identità a un reperto sincronico. Se l'identità è storia in movimento, essa non può essere ridotta a un oggetto da conservare imbalsamato all'interno di una teca per paura che la modernità la rovini. Per evocare la celebre prospettiva di Gustav Mahler, la fedeltà alla tradizione non consiste nella sterile adorazione delle ceneri, ma nella trasmissione e nell'alimentazione del fuoco. L’identità, insomma, è da coltivare come un processo aperto e non da conservare come un idolo inerte.
Si tratta di una sfida complessa, specialmente in contesti territoriali dove il processo di continua formazione dell’identità non si configura ancora come un'attitudine naturale o un automatismo culturale. In altre realtà nazionali questo legame collaborativo tra passato e futuro è parte integrante della gestione del territorio. I valligiani altoatesini, per esempio - tanto nei piccoli comuni montani quanto nelle loro città - hanno connaturato un profondo rispetto della continuità processuale che rende loro “naturale” muoversi all'interno della modernità, introducendo senza soluzione di continuità valori formali pienamente contemporanei in contesti di progressiva capitalizzazione della tradizione.
Questo innesto risulta storicamente più faticoso in territori come la Sardegna, contesti condizionati da processi più dilatati a causa di una minore velocità strutturale nei vettori di scambio con l’esterno. È il caso emblematico di un’Isola che continuava a progettare secondo i canoni del gotico aragonese quando altrove i linguaggi architettonici avevano già ampiamente superato la stagione del Manierismo. Ma assecondare oggi la tentazione di un letale congelamento culturale in nome di una presunta protezione, oltre a essere storicamente infondato, rappresenterebbe un manifesto indicatore di declino; un isolamento interpretativo che rischia di tradursi in un regresso irreversibile.
Come giustamente evidenziato da Tolli nessuna modernizzazione e nessuna risorsa orientata alla rigenerazione o alla transizione ecologica possono prescindere da una visione di lungo periodo. Ma questa riflessione teorica deve essere posta alla base del dibattito pubblico anche e soprattutto quando ci si occupa, con crescente e legittima apprensione, dello spopolamento delle aree interne e dei territori periferici.
Quei medesimi territori che la demografia e l'economia descrivono oggi come i più fragili sono, per contro, i contesti più sensibili al tema dell'identità. Nel momento in cui una comunità interrompe il proprio dialogo con il presente, rifiuta l'innovazione funzionale e si trasforma nel simulacro musealizzato di se stessa, smette di essere un luogo dell'abitare. Consentire alle città e ai paesi di evolvere, integrando il contemporaneo senza recidere il filo della propria storia, è la condizione essenziale per evitare l’espulsione sociale e l'estinzione demografica, restituendo pienamente al territorio la sua natura profonda di bene comune e di processo vivo da consegnare alle generazioni future.
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