Il doppio binario della sicurezza: carcere per gli ultimi, più tutele agli amici

Dal caso Fakir ai decreti sulla sicurezza, il governo aumenta reati e pene per giovani e migranti, mentre tutela forze dell’ordine e uomini della propria parte.

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ANSA

Il recente caso di cronaca della morte di Abderrahim Fakir, quarantaduenne marocchino deceduto a Bologna durante un intervento della Polizia di Stato alla presenza dei sanitari, ha riproposto all’attenzione dell’opinione pubblica il tema della sicurezza urbana delle città. La politica, impegnata nella perenne e spasmodica campagna elettorale per le elezioni politiche del 2027, non ha contribuito a discutere di certi temi con l’approfondimento che meritano.

A difendere a spada tratta l’operato delle forze dell’ordine, unendo strumentali attacchi al sindaco della città, Matteo Lepore, è stato il capogruppo alla Camera dei deputati di Fratelli d’Italia, l’on. Galeazzo Bignami. Nella sua accorata difesa del collega di partito, di Camera ed ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, coinvolto in quanto socio e interlocutore di un prestanome del clan Senese in una delicata indagine di mafia, ha trovato lo spazio e il tempo per attaccare un ex presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, ormai defunto, per aver — a suo dire — scarcerato a suo tempo oltre 300 mafiosi.

Dicevo: ha replicato a sé stesso, perché ciò che salta all’occhio è la fondamentale discrasia, o meglio l’ambivalenza soggettiva, tra l’attacco a un sindaco di centrosinistra e la difesa a spada tratta delle forze dell’ordine, da una parte, e la difesa, altrettanto strenua, di un amico, socio di un prestanome di un clan di camorra, delle cui intercettazioni si discuteva, dall’altra, attraverso l’attacco a un ex capo dello Stato, che non stabilisce la proroga o meno del regime speciale dell’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario.

Quegli oltre 300 mafiosi non sono stati liberati. Semmai il ministro della Giustizia di allora, Giovanni Conso, autore, ad esempio, del manuale di procedura penale, in una delle fasi peggiori della storia repubblicana, quella delle stragi di mafia, decise di non prorogare il 41-bis e quindi di trasferire i soggetti in un altro regime di detenzione.

Al giustizialismo generalizzante nei confronti dei soggetti di minoranza della società — si pensi al lessico discriminante di espressioni come «maranza», «baby gang» e «rave party», fino a giungere ai nomi dei luoghi in cui si sono verificati gravi fatti di cronaca, sempre connessi alle minoranze, ovvero Cutro e Caivano, che, insieme ai rave party, hanno dato nomi da film e da carta stampata a tre dei cinque decreti-legge sulla sicurezza emanati da questo governo in quattro anni di mandato — si oppone il garantismo più sfrenato e meno di merito nei confronti delle forze dell’ordine, delle forze armate e dei propri amici e colleghi di partito.

Dal punto di vista strettamente penalistico, secondo Antigone, questo governo ha introdotto 55 nuovi reati e 60 nuove aggravanti, 30 nuove sanzioni pecuniarie e interdittive, nonché 65 inasprimenti sanzionatori, per un totale di 400 anni di carcere in più.

«E quale carcere?», come chiese Enzo Tortora dimettendosi da parlamentare europeo per costituirsi a seguito della condanna riportata in Italia. Un carcere sempre più sovraffollato, la cui condizione non può che essere peggiorata da provvedimenti che innalzano anche solo di qualche mese le pene previste e ne introducono di nuove, poiché aumentano la permanenza in carcere e quindi ritardano l’accesso alle misure alternative e sostitutive della detenzione.

A ciò si aggiunga la nomina di un supermanager con zero esperienza penitenziaria a commissario per l’edilizia delle strutture: un modo di concepire «alla Trump», con il Board of Peace, anche le carceri in Italia. Non in America.

Questo governo vede come nemici principali i giovani e i migranti, creando un diritto penale oligarchico o elitario, non solo nella sua applicazione, che poco può essere controllata, ma nella fase genetica della sua produzione legislativa o, meglio, esecutiva. Infatti, su un totale di 106 decreti-legge, per 58 è stata posta la questione di fiducia.

Un problema, a onor del vero, ormai atavico della democrazia italiana, che in materia penale risalta maggiormente anche per l’eterogeneità degli argomenti e per l’assenza dei requisiti di necessità e urgenza, già stigmatizzata dalla Corte costituzionale a più riprese nel recente passato.

A ogni fatto di cronaca, più o meno correttamente inquadrato e comunicato, corrisponde una risposta sanzionatoria, più o meno adeguata e dura. A nulla servono le antipatiche spiegazioni di filosofia del diritto del primo anno di giurisprudenza, che cercavano di far capire come la più grave sanzione di un ordinamento civile e democratico non possa essere un atto d’imperio di un singolo o di pochi, ma dei rappresentanti della società, nella loro diversità, in quanto voci degli elettori e della loro sensibilità.

A nulla servono sanzioni penali che non siano frutto di una cultura e di un costume diffusi nella società che deve osservare i precetti che le prevedono.

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