Il disegno di legge contro l’antisemitismo: cronaca di una trappola annunciata
Il ddl Romeo divide l’opposizione e rischia di indebolire la lotta all’odio. La mediazione di Segre offre una via d’uscita e tutela la libertà di critica.

Archivio Rinascita
La vicenda che si sta consumando attorno al disegno di legge (ddl) sull’antisemitismo rischia a questo punto di tradursi nella trappola perfetta in cui il campo largo sta precipitando, amorevolmente accompagnato dalla destra di governo.
I fatti sono ormai abbastanza noti. Nell’autunno dello scorso anno viene messa in calendario al Senato la discussione su diversi disegni di legge, alcuni risalenti all’indomani dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, tutti concepiti con l’obiettivo di fronteggiare il nuovo antisemitismo che da circa tre anni si registra in Italia (come nel resto d’Europa). Già in questa prima fase avviene una seria divisione dentro il centrosinistra, o meglio dentro il PD: Graziano Delrio infatti annuncia un proprio ddl (n. 1722; un altro, il n. 1575, è invece presentato da Ivan Scalfarotto, di Italia Viva), smarcandosi dalla riflessione in corso nel partito, alla fine promotore del ddl n. 1765, a prima firma Andrea Giorgis, che inserisce la lotta all’antisemitismo in un orizzonte più ampio di contrasto a ogni forma di discriminazione etnica, nazionale, religiosa o legata al termine “razza”.
Mentre la polemica interna al PD fuoriesce sui giornali, si procede nella discussione dei vari progetti, che portano la maggioranza a convergere sul ddl n. 1004 (primo firmatario il leghista Massimiliano Romeo: Disposizioni per il contrasto all’antisemitismo e per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo). E qui la frattura tra maggioranza e opposizione si compie, per di più in maniera scomposta. Perché se la destra è compatta nel sostenere il “suo” ddl, a sinistra si va in ordine sparso, come certificato dal voto finale in Aula, lo scorso 4 marzo: M5S e Avs votano contro, il PD si astiene, 6 suoi senatori votano a favore, e così anche Italia Viva e Azione.
Il voto alimenta polemiche, accuse reciproche, dissidi interni, esce dal Parlamento e coinvolge di fatto l’Unione delle comunità ebraiche italiane, che rappresenta gli interessi dei circa 20.000 ebrei italiani, mentre la situazione interna e internazionale peggiora. A inasprire il confronto infatti c’è l’azione militare dell’esercito israeliano che prosegue a Gaza, il numero delle vittime palestinesi che sale, l’accusa di genocidio mossa a Israele che diventa per una porzione sempre più ampia dell’opinione pubblica un fatto acclamato, in un clima in cui molti si sentono autorizzati a paragonare Israele al regime nazista, mentre un’inchiesta della magistratura genovese indaga su una rete palestinese in Italia per il finanziamento di Hamas. Il clima politico peggiora ancora durante l’estate, quando militanti e parlamentari italiani dell’opposizione vengono fermati dalla marina militare israeliana in un’azione di contrasto all’operazione della “Global Sumud Flottilla” e sottoposti per circa 48 ore, su istigazione del radicale ed estremista Ben Gvir, ministro per la sicurezza nazionale nel governo Netanyahu, a trattamenti gravemente lesivi dei loro diritti; senza infine tralasciare la Cisgiordania, dove ormai non si contano più le azioni delittuose dei “coloni” israeliani a danno dei cittadini palestinesi, così gravi e ripetute da far intervenire l’ambasciatore Usa, Mike Huckabee, che parla di “atti terroristici” e il presidente Isaac Herzog, che le definisce vergognose.
Per tornare alla vicenda parlamentare, il contrasto maggiore si registra sulla definizione di antisemitismo, che il ddl Romeo recepisce dalla dichiarazione elaborata nel 2016 da un’associazione internazionale, IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance), che in questi giorni tutti nominano, temo senza conoscerne davvero natura e funzioni, e cui l’Italia ha aderito nel 1999, l’anno successivo alla sua istituzione (e di cui dal 2021 chi scrive ne fa parte, componente della delegazione italiana).
Il motivo della contrapposizione è noto: a sinistra si ritiene che recepire con legge dello Stato la dichiarazione IHRA e soprattutto gli esempi di antisemitismo ad essa allegati consenta poi di accusare di antisemitismo chi critica radicalmente Israele e il governo Netanyahu, fino a proibire, per esempio, sit-in o incontri pubblici, tra cui le grandi manifestazioni di protesta contro la guerra a Gaza; mentre la destra respinge l’accusa e afferma di voler contrastare pregiudizi e antisemitismo, soprattutto espressi all’interno di quei settori della società che la sinistra aspira a rappresentare.
Nel frattempo, l’iter legislativo prosegue. Il ddl è stato incardinato alla Camera e ha superato l’esame in commissione, dove il PD alla fine ha scelto di non partecipare al voto; il testo dovrebbe arrivare in Aula per la votazione finale prima della metà del mese.
Se la frattura registrata durante la discussione al Senato non sarà ricomposta, il Parlamento italiano approverà a fine legislatura una legge che vorrebbe contrastare l’antisemitismo, ma lo farà con il voto contrario dei partiti che oggi rappresentano il 40% e forse oltre degli elettori; ossia nascerà con le premesse che ne decreteranno il fallimento nel suo obiettivo più profondo e strategico: elaborare una lettura condivisa dell’antisemitismo contemporaneo e dei modi per contrastarlo in modo efficace. Il rischio, cioè, è che la legge diventi non uno strumento di contrasto, ma paradossalmente di maggiore confusione: un contesto ideale, a ben vedere, in cui l’antisemitismo non solo non diminuirà, ma potrà meglio nascondersi, mimetizzandosi tra coloro che in buona fede accusano la legge di essere liberticida e rivendicano la libertà di critica.
Un Parlamento diviso su un tema così delicato per la tenuta civile e democratica del paese, che non trova la volontà di raggiungere un consenso unanime, sarebbe un messaggio pericoloso: chi voterà a favore si ergerà a paladino degli ebrei, chi voterà contro disconoscerà agli altri quel ruolo, rivendicando di aver difeso la libertà di pensiero. Il risultato è sconsolante: a quasi 27 anni dall’approvazione della legge istitutiva del Giorno della Memoria (primo firmatario Furio Colombo), votata all’unanimità, non si può che registrare un generale arretramento su una questione civile e politica di primaria importanza per una democrazia.
Va invece riconosciuto alla destra di aver centrato un obiettivo: questo disegno di legge probabilmente non avrà reale impatto sulla lotta all’antisemitismo, ma intanto ha un effetto profondamente divisivo sul campo opposto.
Il testo, infatti, se è chiaro e condivisibile nell’intento generale (ripudiare “ogni forma di antisemitismo e [ostacolare] il pregiudizio, garantendo comunque la libertà di espressione, di critica politica, di riunione e di associazione”), risulta piuttosto generico e ripetitivo nelle soluzioni. Si rinvia infatti al ruolo del Coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo, istituito fin dal Governo Conte II, che a sua volta elabora una strategia nazionale di contrasto dell’antisemitismo, anche questa già prevista: attualmente è “in vigore” quella varata nel 2025, valida fino al 2029. Tutto ciò senza stanziare però 1 solo euro aggiuntivo per la formazione e la prevenzione, ad esempio nelle scuole, ma anzi tradendo un approccio orientato più alla repressione: se non c’è alcun tipo di sanzione, si prevede però che le istituzioni si preoccupino soprattutto «della stabilità sociale e della sicurezza pubblica».
Dunque, fa bene la sinistra a sottrarsi all’ordalia preparata dalla destra (votate il nostro testo, o sarete di fatto complici degli antisemiti)?
La sensazione è che entrambi gli schieramenti valutino il progetto non solo per quello che è (ben poco), ma con un occhio anche al quadro generale. La destra ribadisce la sua vicinanza agli ebrei italiani e anche al governo israeliano, probabilmente pronta, dal giorno dopo, ad accusare di antisemitismo chiunque esprimerà una critica a Netanyahu; la sinistra trasmette la sensazione di considerare prioritario, più che la lotta all’antisemitismo, il diritto di critica di chi protesta contro la guerra a Gaza e l’occupazione in Cisgiordania.
Verrebbe da commentare che chi ci perderà di più saranno gli ebrei. L’Ucei sostiene l’approvazione del ddl Romeo, ma dubito che una legge nata zoppa e divisiva possa raggiungere i suoi scopi; senza contare che la richiesta di una normativa a tutela di sé stessi, se comprensibile, visto il clima sociale così ostile, tradisce anche un sentimento di isolamento e di timore delle istituzioni ebraiche e degli ebrei italiani che è già la confessione di una sconfitta, nostra (parlo come ebreo italiano), ma anche dell’intera società.
Dunque, dovremo rassegnarci a vedere sigillata la frattura registrata al Senato anche alla Camera, e constatare che sul tema dell’antisemitismo i partiti fanno campagna elettorale?
Una soluzione per evitare l’esito peggiore (peggiore per tutti) ci sarebbe.
Il 13 ottobre 2022 (giusto 4 anni fa), Liliana Segre inaugurava la legislatura in Senato con un discorso mirabile, in cui tra l’altro affermava: «Altro terreno sul quale è auspicabile il superamento degli steccati e l’assunzione di una comune responsabilità è quello della lotta contro la diffusione del linguaggio dell’odio, contro l’imbarbarimento del dibattito pubblico, contro la violenza dei pregiudizi e delle discriminazioni». Intervenendo sulle polemiche attorno al ddl antisemitismo, lo scorso 28 settembre la senatrice a vita – una degli ultimi sopravvissuti e testimoni della shoah italiana – ha fatto appello a tutte le forze politiche per «un ulteriore sforzo di generosità e di responsabilità, mettendo da parte ogni speculazione e avendo di mira il superiore interesse del Paese». Il che significherebbe aprire a una revisione – che pure la senatrice giudica “inessenziale” –, ossia la precisazione ulteriore, nell’articolato del ddl, che «le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite».
Liliana Segre segna con le sue parole una continuità ideale in tutta la legislatura. La mediazione è a mio avviso rivolta soprattutto alla maggioranza, che ha i numeri per decidere cosa fare e perciò la responsabilità di decidere se accettare il compromesso. Essa, che vede in un voto così divisivo uno strumento per accusare poi l’opposizione, sembra però aver respinto tale proposta, che la sinistra invece ritiene soddisfacente. Se nulla cambierà nei prossimi giorni, assisteremo all’affondamento del compromesso proposto da una delle voci più lucide del Parlamento.
La mediazione sarebbe l’obiettivo della buona politica, almeno su temi così fondamentali come la tutela delle minoranze e della libertà di pensiero, la difesa della democrazia, il contrasto a ogni forma di odio e razzismo. Ma senso di responsabilità, superiore interesse del Paese e compromesso sembrano strumenti e obiettivi oggi al di fuori del bagaglio culturale e politico della maggioranza.
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