Il diritto al cibo contro la fame di profitto
Tra crisi climatica, disuguaglianze e deriva produttivista, il nutrimento torna al centro della politica: una battaglia per giustizia sociale, accesso alle risorse e democrazia alimentare.

ANSA
Abbiamo tutte e tutti — almeno! — una fame: di cibo, certo, per nutrire il corpo e l’anima. Eppure il cibo, dal quale dipende la nostra sopravvivenza, l’unico prodotto che diventa noi, è equiparato a qualsiasi altra merce e sommesso alle stesse regole speculative, alle stesse dinamiche predatorie, allo stesso culto del profitto. Slow Food nasce il 26 luglio di 40 anni fa con una connotazione fortemente gastronomica, ma ben presto ci si accorge della straordinaria potenza del cibo come strumento di cambiamento culturale e politico. La sottolineatura del tempo, nel nome Slow Food, era ed è infatti un elemento politico: il fast food serve alla fast life, nella quale il pasto si trasforma in pausa pranzo e il cibo entra nel velocissimo ciclo industriale di produzione, consumo, scarto.
Uno dei primi slogan fu “Difendere il diritto al piacere” che ad una lettura superficiale potrebbe apparire un’esortazione goliardica ed edonista, ma che, al contrario, nel connotare il cibo come strumento di piacere, spostava quest’ultimo sul piano dei diritti. Ed era allora una posizione talmente moderna, da risultare attuale – avanguardia! – tutt’oggi. In una società che ci vede inseriti nella logica performativa per cui anche gli esseri umani, come tutto il resto, devono essere misurabili, in cui siamo tutti in competizione l’uno con l’altro, la nostra vita è sommessa alla produzione di profitto: o creiamo profitto lavorando, con la nostra produttività, o ne creiamo coi nostri consumi compulsivi, nel tempo privato. Quando proviamo piacere invece non produciamo profitto per nessuno: in compenso esploriamo la nostra più profonda e primigenia umanità. In questa prospettiva di “non misurabilità” va intesa la nostra difesa del diritto al piacere. Scrive Wendell Berry nel suo Manifesto. Il fronte di liberazione del contadino impazzito (Mad Farmer Liberation Front Manifesto, 1969): «Ma tu, amico, ogni giorno fa qualcosa che non possa essere misurato».
Più recentemente la nostra fortunata definizione di cibo di qualità “buono, pulito e giusto” si è arricchita della specifica: per tutti. Un cibo è di qualità se è buono pulito e giusto per tutti: questo ha modificato il paradigma e il significato. Finché non sarà per tutti non sarà né buono né pulito né giusto. Lo si sottolinea perché anche in questo caso si enfatizza il tema universale del cibo come diritto e si pone l’accento sull’equità che è un obiettivo collettivo miseramente e colpevolmente mancato dal nostro sistema alimentare globale. Un sistema, quello odierno, figlio di quella Rivoluzione Verde, massima espressione di una visione industrialista dell’agricoltura, che, nel secondo dopoguerra, aveva due obiettivi: sul piano agronomico, la massimizzazione delle rese, su quello politico l’eliminazione della fame. Sul piano agronomico, se prendiamo in considerazione la crescita delle rese cerealicole mondiali, esse sono aumentate, tra il 1950 e il 1985, del 250%: un risultato oggettivamente agronomicamente straordinario. Ma se invece osserviamo gli input energetici necessari a generare questo incremento, essi sono cresciuti del 5000%. L’agricoltura attuale, ancora imperniata sul fossile, è figlia di quell’impostazione che ha aperto a pratiche agronomiche industriali quali forte meccanizzazione, utilizzo di sostanze di sintesi, trattamenti calendarizzati e monocoltura. Pratiche che hanno impoverito terribilmente i suoli agricoli, oggi sono in gran parte ad un passo dalla desertificazione, e degradato drammaticamente la biodiversità.
Sul piano politico, quella enorme produzione alimentare ha generato, a metà degli anni Ottanta, una contraddizione storica: avevamo troppo cibo. Si è dovuto stoccare, o nei casi peggiori distruggere, le eccedenze alimentari. Produzioni ottenute consumando risorse comuni, eliminate consumando risorse comuni, la cui gestione rispondeva ad esigenze commerciali e speculative. Produzioni alimentari che non erano pianificate sulla base delle necessità dei popoli, produzioni alimentari che non hanno nutrito chi aveva fame. Oggi la fame è tutt’altro che eliminata: circa 800 milioni di persone sul Pianeta non hanno accesso al cibo. Ma qui ci preme rammentare che, in ambito di nutrimento, «l’agricoltura orientata al massimo profitto, e in aperto conflitto con gli equilibri del Pianeta, ha non più di un secolo di vita» (P. Bevilacqua, Un’agricoltura per il futuro della terra, 2020, Slow Food Editore). Al contempo sono diecimila anni che i contadini del mondo praticano quell’agricoltura che, agli inizi del Novecento, aveva già selezionato, incrociato e selezionato quasi tutte le piante che sarebbero diventate la base dell’alimentazione contemporanea.
Noi crediamo che il cibo meriti invece un governo etico: acqua e cibo devono andare da chi ha sete e fame, non da chi può comprarseli. Per questo continuiamo a portare questa ampia discussione legata al cibo, quindi legata all’utilizzo delle risorse comuni e necessarie, all’equità distributiva, alla sovranità alimentare, all’autodeterminazione individuale e collettiva, sul piano dei diritti umani globali. Scrive Olivier De Schutter, che è stato Special Rapporteur per la Povertà e i Diritti Umani presso le Nazioni Unite, che un approccio che lega il sistema alimentare ai diritti umani è difficile perché «(…) riterrebbe le corporations responsabili. Risolverebbe squilibri di potere radicati per quanto riguarda l’accesso alla terra e all’acqua. E affronterebbe questioni fondamentali come il possesso della terra, i mercati equi e la privatizzazione e la monopolizzazione delle sementi». D’altronde già nel 1948, all’interno dell’articolo 25 della Dichiarazione universale dei diritti umani, viene sancito il diritto di ogni individuo ad avere un tenore di vita che garantisca la salute e il benessere proprio e della propria famiglia, con particolare riguardo al cibo. Non riguarda forse i diritti umani la questione dell’accesso a risorse comuni necessarie ed inalienabili come acqua e suolo? E non riguarda i diritti umani la questione migratoria? Una crisi talmente correlata a quella climatica, da aver coniato la tragica definizione di «profughi climatici»: milioni di persone le cui terre sono diventate inospitali per via della crisi climatica e dalle quali sono costrette a fuggire. Non si tratta di diritti umani negati l’impossibilità di approvvigionarsi nel modo più appropriato sotto il profilo nutrizionale, culturale e ambientale?
E non è un tema di diritti umani la lotta allo spreco? Soprattutto in considerazione del fatto che lo spreco nel sistema produttivo eccedentario in cui viviamo è considerato fisiologico, e va a braccetto con la fame. Nell’ottobre 2025 Slow Food ha preso parte alla Marcia per la pace Perugia Assisi con uno striscione rosso che urlava: “Diritto al cibo per tutte e tutti”. Un urlo che invoca accesso, democrazia, sovranità alimentare, un urlo che lega indissolubilmente giustizia sociale e climatica, un urlo che invoca cultura di pace. E vogliamo rintracciare anche nella nostra Costituzione, sebbene essa non ne parli esplicitamente, un filo rosso che delinea il cibo in termini di diritto attraverso vari articoli. Si tratta di articoli fondamentali che trattano la dignità delle persone, la salute, l’equità, tutela dell’ambiente e del lavoro.
Il cibo è infatti un elemento vitale necessario alla sopravvivenza ma anche alla dignità umana che viene sancita come diritto già all’articolo 2 della Costituzione. L’articolo 3 tratta poi il tema dell’uguaglianza e si legge: «Tutti i cittadini sono uguali e lo Stato deve rimuovere gli ostacoli economici e sociali». Se nella società civile, dunque, alcuni cittadini non sono nelle condizioni socioeconomiche, ma anche culturali, per accedere ad una nutrizione adeguata, allora è legittimo chiedere allo Stato di intervenire per garantire cibo buono pulito e giusto a tutte e tutti.
E la salubrità di un cibo è consustanziale alla sua qualità: non si tratta solo di saziare la fame, ma si tratta di mantenere il nostro organismo in salute, di provvedere i nutrienti necessari, di rispettare e perseguire il nostro benessere nutrendoci: diritto fondamentale alla salute dell’individuo, tutelato all’articolo 32. E il cibo giusto deve escludere ogni forma di sfruttamento nell’intera filiera: all’articolo 35 la nostra Costituzione sancisce la tutela del lavoro in tutte le sue forme e quindi implica condizioni dignitose per chi produce, in termini di condizioni lavorative, contrattuali e di diritti dei lavoratori agricoli.
Nella riforma costituzionale dell'11 febbraio 2022 poi, la tutela della biodiversità, degli ecosistemi e degli animali, è stata introdotta esplicitamente nella Costituzione Italiana portando la protezione ambientale a principio fondamentale della Repubblica e vincolando l'iniziativa economica privata alla sostenibilità (articoli 9 e 41). Cibo e ambiente, cibo e biodiversità, cibo e diritti: tutto quanto concerne il cibo deve essere legato ai diritti degli esseri umani. Abbiamo tutte e tutti – almeno! – una fame: di cibo ma anche di diritti, fame di futuro, fame di credere nel diritto di tutti ad una vita di pace e prosperità e nel conseguente diritto al cibo buono pulito e giusto che la nutre.