Il Demone di Lermontov: un capolavoro della letteratura romantica europea
Tra letteratura e arte, il Demone di Michail Jurevič Lermontov diventa metafora dell’uomo moderno, sospeso tra desiderio di libertà e solitudine.

ANSA
Nello scorrere inesorabile delle stagioni e del tempo riaffiora tra i ricordi, con malinconica magnificenza, il poema di Michail Jurevic Lermontov: il Demone.
Il grande poeta russo, morto in duello a soli 27 anni, segnò tutta la sua breve produzione letteraria e poetica nel solco di George Byron, scegliendo per i suoi sublimi versi, come privilegiata ambientazione, l’oscuro e misterioso Caucaso, da sempre ambita terra di conquista per ogni avventuriero russo. I suoi due capolavori, il “Demone” appunto, e il tragicamente premonitore “Un eroe del nostro tempo”, dove il protagonista Pečorin muore in duello, segnarono indelebilmente le successive tappe letterarie della Russia, accompagnando l’ispirazione nei romanzi di Dostojevskj, abbracciando il decadentismo, fino a giungere al simbolismo di inizio Novecento con Andrej Belyj e Alexander Blok.
Lermontov narra di un demone terreno, umano, attraverso il personaggio di Pečorin, da lui definito eroe, e di un demone immaginario che vola solitario tra i cieli, sorvolando le alte vette ammantate dalla rigogliosa natura selvaggia del Caucaso. Così Lermontov descrive all’inizio del poema il suo funesto Demone:
«Il proscritto del cielo, il triste Demone Volava sulla terra dei peccati, Ed i ricordi dei felici giorni Si affollavan nella sua memoria: Dei giorni in cui nelle celesti plaghe, Egli luceva puro cherubino»
Il Demone sembra aver avuto nel passato una vita lucente e radiosa al contrario di quella attuale, dove “l’angelo caduto” vaga potente e annoiato, strisciando i fianchi delle montagne e rivolgendo lo sguardo alle impetuose acque del fiume Terek che scorre nelle vallate oscure del Darjal, emblema e metafora del tumultuoso e accidentato corso della vita. Forse stanco dell’eternità, di questi selvaggi paesaggi, tanto belli quanto inospitali, il “Demone volante” poggia il freddo sguardo sul gioioso ballo di Tamara, figlia del Re Gudal, la quale, ignara e felice convolerà presto a nozze con il principe Sinodal.
Alla vista di questa visione celestiale, il malaugurato demone nero, dopo aver riscoperto per un attimo la felicità antica dell’amore oramai perduto, decide di attuare il suo micidiale piano, causando la morte dello sposo, aggredito dai briganti georgiani, e seducendo, poi, la principessa Tamara, oramai sola ed indifesa.
Nella seconda parte del poema il demone raggiunge l’afflitta Tamara rifugiatasi in convento, presentandosi come colui che nessuno può amare, portando in dote il peso del suo male e chiedendo alla principessa di restituirlo al bene e al cielo, unendosi con lui nella dimensione terrena.
Tamara si innamorerà cedendo improvvida alla tentazione e perderà la vita al primo ed ultimo bacio avvelenato del demone richiamando il mito ancestrale di Eros e Thanatos.
Anni dopo Il demone ebbe finalmente un volto e una forma, fu dipinto alla fine dell’Ottocento dal grande pittore simbolista Michail Vrubel quasi in maniera ossessiva, rappresentato in diverse pose e versioni e con i disegni delle scene principali del poema in bianco e nero. Il dipinto che colpisce maggiormente, conservato alla Galleria Tretjakov di Mosca, è il maestoso, potente e malinconico “demone seduto”, il quale, accovacciato su un letto di foglie appassite, sembra contemplare le infauste sorti del mondo e la caducità degli eventi con disincanto e rassegnazione. La trilogia prosegue con il “demone precipitato”, oramai crollato, sconfitto e incapace di tornare ad essere umano, e infine il “demone volante”, che sorvola le vette del Caucaso.
Appare arduo e riduttivo dare un’interpretazione univoca ed esaustiva del Demone, anche perché esso fu scritto in ben otto versioni differenti, un caso quasi unico e uscì, poi, postumo dopo la prematura scomparsa di Lermontov. Diversi critici, oltre alla più plausibile e banale rappresentazione del male, hanno commentato il demone Lermontoviano come un essere protervo, che vaga solitario in uno scenario dai tratti ossianici, incapace di intessere relazioni umane, ribelle e proteso al sovvertimento e infine, condannato alla sconfitta. Nel romanticismo nero del Demone si intravedono i prodromi del nichilismo, si vedono già baluginare nella nebbia dei dintorni di San Pietroburgo Verchovenskij e Stavrogin, i Demoni di Dostojevskj, incapaci di distinguere il bene dal male, privi di morale e spiritualità, costituitisi in setta rivoluzionaria per compiere attentati, un tema che tornerà ricorrente anche in Pietroburgo di Andrej Byelj.
Attualizzando questa breve e non esaustiva dissertazione, può essere interessante rivolgere uno sguardo ai nostri tempi, dove è innegabile che viviamo un’epoca profondamente segnata da spiriti solitari e individualisti, protesi come Tantalo verso mete irraggiungibili, popolata da più o meno consapevoli “demoni”, la cui estrema ricerca di libertà si perde nel nulla ed è destinata, prima o poi, a perire sotto il peso della solitudine.
Ma tali considerazioni appaiono riduttive se paragonate alla densità di significati e di strade interpretative da percorrere nell’indecifrabile coltre di mistero contenuta nel Demone. E allora non rimane, ed è forse questo il consiglio migliore, che cimentarsi nella lettura di questo fondamentale poema romantico che ha tanto contribuito alla bellezza della letteratura russa ed europea.