Il coraggio della Spagna, il silenzio dell'Italia: il sovranismo a metà di Meloni

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ANSA

Si dice che nei momenti di crisi emerga la qualità di chi ci governa: il senso dello Stato, la comprensione dell’urgenza, la capacità di tenere insieme grammatica istituzionale, visione profonda e interesse generale. Ieri il dibattito tenutosi in Parlamento ci ha restituito la cifra del governo della destra: una Presidente del Consiglio assente, che però ha depotenziato i suoi due emissari tramite un’intervista radiofonica in cui ha rivendicato la mancata presa di posizione dell’Italia.

Così il ministro degli Esteri e vicepremier si è impegnato con successo a non dire nulla che potesse ricordare una posizione politica per il Paese; nel frattempo il titolare della Difesa, già lobbista delle armi, si è lasciato sfuggire un’ammissione sulla violazione del diritto internazionale da parte di Trump e Netanyahu, subito smussata. Ciononostante, nella risoluzione approvata dalla destra si acconsente all’uso delle basi sul nostro territorio “come previsto dai trattati internazionali”, lasciando aperta ben più di una porta a un ulteriore coinvolgimento.

Il richiamo ai trattati, a una prima lettura, sembrerebbe restituire una scelta obbligata, simile a quella spagnola: ma non è così. La posizione del premier iberico Pedro Sanchez — che di fronte al suo Parlamento e alla Spagna premette a qualsiasi altra considerazione il suo “no a la guerra” — è una condanna senza appello dell’azzardo della destra americana e israeliana. Il premier spagnolo sceglie di non essere complice e di non fornire supporto logistico diretto dalle proprie basi all’azione contro l’Iran; al contempo si schiera a difesa di Cipro, assumendo un profilo netto di fronte all’UE e senza tentennare a seguito della reazione trumpista.

La differenza sta proprio in questo: la Spagna di Sanchez scommette sull’Europa, su una sua visione autonoma e autorevole; l’Italia di Meloni, invece, si accoda silente e ossequiosa alla politica di potenza dei sovranisti americani. Non condanna, prende atto dello status quo e, a questa presa d’atto, aggiunge la disponibilità all’uso logistico del nostro territorio: decide quindi di stare nella guerra da osservatrice, manco fosse il Board of Peace di Trump (o forse proprio per quello…).