Il contrario di un'isola
Il confino non serviva a fare del male: serviva a isolare. È ancora la tecnica di potere più efficace che conosciamo, e la sinistra ha smesso di avere una risposta

ANSA
Ventotene è piccola: ci si gira a piedi in un’ora. Per vent’anni, su quest’isola, la gente arrivava perché ce la mandavano. Il fascismo l’aveva scelta non perché fosse bella, ma perché era lontana e circondata dall’acqua: il confino non era una prigione di muri, era una prigione di mare. Vale la pena soffermarsi su cosa fosse, davvero, quella pena. Non serviva a uccidere, e nemmeno a far soffrire: serviva a rendere irrilevante chi aveva delle idee. A toglierti dal tempo mentre il tempo, fuori, continuava a passare senza di te. Il confino non puniva un pensiero, lo isolava, perché un pensiero isolato non ha bisogno di essere combattuto: muore da solo, di consunzione.
È la tecnica di potere più efficace che l’umanità abbia inventato, e non è affatto novecentesca. Si separa, si frammenta, si lascia ciascuno davanti al proprio problema. Non serve neanche la cattiveria: basta l’inerzia. È per questo che, da quattro anni, organizzo ogni anno su quest’isola con duecento ragazze e ragazzi la scuola di formazione del Partito Democratico del Lazio e non in una sala di Roma che costerebbe la metà. Perché Ventotene è il posto in cui quella tecnica, una volta, ha fallito.
Ha fallito in modo clamoroso. Nel 1941, da qui, esce il Manifesto per un’Europa libera e unita, scritto da tre prigionieri: Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni, su carta da sigarette, nel momento in cui immaginare un continente unito non era ottimismo ma delirio clinico. Di solito la storia si racconta così, e si ferma qui: il genio di tre uomini contro l’oscurità. Ma la parte interessante è un’altra, ed è la parte che di solito saltiamo. Quel testo, da quest’isola, non lo portarono fuori loro: non potevano, erano confinati. Lo portarono fuori due donne, Ursula Hirschmann e Ada Rossi. Lo nascosero, lo copiarono, lo fecero circolare quando era ancora un mucchio di fogli che non interessavano a nessuno. Cinque anni dopo, nel 1946, quelle stesse donne votarono per la prima volta nella storia d’Italia: ottant’anni, quest’anno.
Il Manifesto non è nato dall’ingegno di tre persone sole. È nato dal fatto che a Ventotene, nonostante tutto, un gruppo di confinati smise di essere un insieme di individui puniti e tornò a essere una comunità che discuteva, litigava, si passava i libri, si teneva in vita a vicenda. E non sarebbe mai uscito dall’isola se qualcuno, fuori, non si fosse preso il rischio di portarlo. L’antidoto al confino non è stata la resistenza individuale: è stata la rete.
Questo mi riporta a una frase che ho sentito proprio su quell’isola, pochi giorni fa, e che non riesco a togliermi di dosso. L’ha detta don Mattia Ferrari, parlando a quella sala: «La solidarietà ha un valore politico». Detta a duecento amministratori locali e giovani militanti non è una frase gentile, è una tesi. E la tesi è questa: la solidarietà non è il sentimento che addolcisce la politica dopo che la politica ha fatto il suo mestiere. È la condizione materiale che rende la politica possibile. Dove le persone sono sole, non si organizza niente: non un sindacato, non un partito, non una legge. L’isolamento non è una conseguenza della sconfitta: è lo strumento con cui la sconfitta viene prodotta.
Se si accetta questa lettura, cambia il modo di guardare agli ultimi vent’anni. Perché la trasformazione che abbiamo attraversato non è stata soltanto una redistribuzione di ricchezza verso l’alto: è stata soprattutto una gigantesca operazione di isolamento delle persone nella loro quotidianità. Il lavoro è stato frammentato fino a far scomparire il luogo in cui i lavoratori si incontravano: non esiste assemblea in una piattaforma, non esiste corridoio in un appalto. Il rischio sociale di ammalarsi, invecchiare, perdere il posto, assistere un familiare che non può restare solo è stato progressivamente restituito agli individui e alle famiglie, con la formula rassicurante della libertà di scelta. Perfino la solitudine è diventata un mercato: c’è un’applicazione per ogni cosa che un tempo si chiedeva a un vicino.
E il risultato politico è esattamente quello che il confino otteneva sull’isola. Milioni di persone hanno smesso di votare non perché siano diventate di destra, ma perché hanno concluso, con una certa logica, che tanto sono sole comunque, e che tra due schieramenti che non cambiano nulla della loro settimana non c’è ragione di alzarsi la domenica mattina. L’astensione non è apatia: è la conclusione razionale di chi è stato isolato con successo. A questo non si risponde con un programma più dettagliato. Ci si risponde solo rifacendo quello che a Ventotene funzionò: ricostruire i luoghi in cui le persone smettono di stare da sole davanti al proprio problema. È un lavoro lento, poco spettacolare e del tutto invisibile nei sondaggi, ed è esattamente per questo che lo abbiamo abbandonato: perché i partiti hanno imparato a misurare tutto tranne le cose che richiedono dieci anni.
Negli ultimi anni il Manifesto è diventato due cose, entrambe inservibili. Una reliquia, per chi lo cita senza averlo mai letto e lo usa come certificato di appartenenza. E un’arma, per chi ne estrae tre righe col bisturi per dimostrare che quella generazione era fuori di testa. Sono due operazioni opposte con lo stesso effetto: mettere il testo al riparo dalla discussione. Un documento che non si può discutere non è più un documento politico, è un santino, e il santino è la forma più educata del confino, perché ti venera e ti neutralizza nello stesso gesto.
Leggerlo per intero è un’esperienza meno confortevole di quanto la retorica lasci immaginare. Ci sono pagine datate, pagine dure, pagine che secondo me sbagliano. Ma c’è un nucleo che regge, e che è esattamente il contrario dell’aria che respiriamo oggi: esistono problemi che gli individui non possono risolvere da soli, e la politica nasce nel momento in cui qualcuno decide che un destino apparentemente privato è una questione comune. Per quei tre, l’Europa non era un sentimento: era l’unica scala alla quale un problema come la guerra poteva essere affrontato. Stabilire la scala giusta di un problema è l’atto politico fondamentale.
Arrivo alla parte scomoda, quella che riguarda noi. Sull’isola, quest’anno, è stata detta un’altra frase, in un contesto apparentemente lontanissimo da don Mattia. Il nostro segretario regionale, Daniele Leodori, ha osservato che troppo spesso, in politica, dentro la nostra stessa comunità si preferisce lasciare sole le persone sperando che sbaglino. Messa accanto all’altra, quella frase produce un cortocircuito che vale più di molte relazioni congressuali. Perché descrive l’isolamento praticato come tecnica interna di selezione: non si combatte un avversario interno, lo si lascia solo e si aspetta. Non si contesta un’idea, si evita di sostenerla finché appassisce. È il confino applicato in formato domestico, e funziona benissimo, con l’unica differenza che a Ventotene lo faceva un regime, mentre da noi lo facciamo tra compagni di partito. Anche giovanissimi.
La conseguenza non è morale, è di competenza. Una comunità politica che pratica l’abbandono al proprio interno non è credibile quando promette di non abbandonare nessuno all’esterno, perché non si sa fare in grande ciò che non si sa fare in piccolo. Un partito che seleziona per logoramento produrrà sempre una classe dirigente addestrata a sopravvivere, non a costruire. E la differenza tra una corrente e una classe dirigente è tutta qui: la corrente serve a te per salire, una classe dirigente serve al Paese per essere una comunità.
Ecco perché, alla fine, torniamo su quell’isola ogni settembre, e perché credo che valga i soldi e la fatica che costa. Non per celebrare una ricorrenza, e nemmeno per formare quadri nel senso burocratico del termine. Una scuola politica non serve a distribuire risposte da ripetere; serve a produrre l’unica cosa che oggi scarseggia davvero, e che non si compra: persone che si conoscono fuori dalle rispettive appartenenze, che hanno litigato su un’idea prima di doversi schierare su una lista, e che il giorno in cui una di loro è in difficoltà non aspettano in silenzio l’errore.
C’è un’ironia precisa nel farlo lì. Usiamo un’isola nata per separare le persone per fare esattamente il contrario: mettere nella stessa stanza, per quattro giorni e senza campo telefonico, un assessore di un paese da tremila abitanti e una ragazza iscritta da un anno, gente che amministra e gente che ha perso, persone che non si sarebbero mai incontrate perché i nostri circuiti sono costruiti per farle restare ciascuna nel proprio recinto. Qualcuno arriva convinto di avere ragione e riparte con un dubbio. È il massimo che un’esperienza del genere possa ottenere, e non è poco.
Dico anche la parte che non si dice: quattro giorni all’anno non bastano, e una scuola che resta un bel ricordo è un fallimento costoso. La verifica non è il gradimento dei partecipanti, ma quante di quelle persone, sei mesi dopo, hanno presentato un atto, aperto una vertenza, cambiato un regolamento, tenuto il punto su qualcosa su cui prima avrebbero lasciato correre. Se non succede, abbiamo organizzato un bel weekend con vista.
Dire che la solidarietà ha un valore politico non significa chiedere alla politica di essere più buona. Significa qualcosa di più preciso e più scomodo: che la solidarietà è la condizione senza la quale non esiste nessun potere collettivo, e che quindi ricostruirla non è un supplemento d’anima, è l’infrastruttura. Finché le persone stanno sole davanti ai propri problemi — per strada, sul lavoro, dentro casa e perfino dentro un partito — qualcun altro deciderà per loro, e lo farà senza nemmeno doversi impegnare molto.
Sull’isola questa cosa si capisce meglio che altrove. Il Manifesto di Ventotene non sarebbe arrivato da nessuna parte se due donne non avessero attraversato quel mare per portarlo sul continente. Le idee non camminano da sole. Questo, credo, è l’unico insegnamento di quell’isola che non si lascia ridurre a santino: da un’isola non si esce mai da soli.
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