Il clima cambia. Le città non possono aspettare
Da Roma una strategia per città più verdi e giuste. Al governo si chiedono risorse e politiche nazionali per sostenere la transizione ecologica.

ANSA
Stiamo vivendo in un’epoca attraversata da profonde trasformazioni e lacerazioni, in cui è impossibile separare il destino della Terra da quello dei popoli. La crisi climatica e ambientale e la tragica proliferazione dei conflitti globali non sono emergenze distinte, ma facce della stessa medaglia: si alimentano a vicenda, destabilizzano intere aree geografiche e colpiscono in modo profondo le persone più fragili. Chi subisce oggi le bombe in guerra o le alluvioni, penso ad esempio alle aree interne del nostro Paese da sempre segnate dal dissesto idrogeologico, è anche più esposto agli effetti della crisi e vive in maniera più diretta l’aumento del costo della vita, subendo in prima persona l’impatto economico di scelte rimandate.
Il cambiamento climatico rappresenta una delle sfide più urgenti a livello globale, e i dati disponibili raccontano in modo chiaro le dimensioni del problema. Nei trenta anni compresi tra il 1993 e il 2022, più di 765mila persone nel mondo hanno perso la vita in conseguenza di eventi meteorologici estremi, mentre le perdite economiche globali stimate hanno superato i 4,2 mila miliardi di dollari. Il Climate risk index 2025 curato dall’organizzazione ambientalista Germanwatch, che incrocia i dati dell’International disaster database con quelli socio-economici del Fondo Monetario Internazionale, conferma che la crisi climatica è ormai una realtà innegabile che colpisce duramente diversi Paesi nel mondo, anche quelli a reddito più elevato come quelli europei. I dati ci dicono che l’Europa viaggia a una velocità di riscaldamento doppia rispetto alla media globale (0,56 gradi ogni decennio negli ultimi 30 anni, contro 0,27 per il Pianeta).
Dal quadro generale l’Italia risulta il Paese europeo più colpito, con oltre 38 mila morti, principalmente a causa delle ondate di calore, e danni economici stimati in circa 60 miliardi di dollari. Numeri che sono destinati a crescere, a seguito delle ultime due estati – soprattutto quella appena trascorsa – che hanno fatto segnare andamenti record nella durata dei periodi di siccità, delle ondate di calore e delle notti tropicali, dei fenomeni atmosferici violenti. Il Mediterraneo è una delle aree più a rischio di disastri naturali, con conseguenze devastanti per le popolazioni e l’economia, a causa del combinato disposto di alte temperature, siccità ed elevata urbanizzazione. Aumentano frequenza e intensità di eventi come incendi, ondate di calore e alluvioni. Insieme all’Italia, anche Spagna e Grecia figurano tra i primi dieci Paesi più colpiti negli ultimi 30 anni.
Una fotografia allarmante, che mette in evidenza la necessità urgente di rafforzare le politiche di adattamento e mitigazione del cambiamento climatico, sia a livello nazionale che internazionale. Misure di adattamento come la gestione sostenibile del territorio, la protezione delle aree costiere e la realizzazione di infrastrutture adeguate ai nuovi livelli di rischio diventano strumenti essenziali per affrontare le conseguenze della crisi climatica. Parallelamente, è necessario accelerare nel percorso verso la riduzione delle emissioni di gas serra, con maggiori investimenti nelle energie rinnovabili e la diminuzione progressiva della dipendenza dai combustibili fossili.
Le città rappresentano oggi l’epicentro della crisi climatica globale. Occupano solo circa il 3% della superficie terrestre, ma ospitano oltre metà della popolazione mondiale, percentuale che le proiezioni fanno salire al 70% nel 2050. Le città sono responsabili già oggi di oltre il 70% delle emissioni globali di CO₂ e di oltre il 60% del consumo energetico. In questo senso, rappresentano la vera sfida in termini di sostenibilità ambientale e adattamento ai mutamenti climatici.
Le aree urbane, soprattutto quelle metropolitane, sono anche luoghi segnati da crescenti disuguaglianze sociali. La crisi climatica nelle città non colpisce tutti allo stesso modo. I quartieri con minori infrastrutture sociali e minori spazi verdi sono i più esposti a fenomeni come le isole di calore urbano. Il caldo estremo colpisce con maggiore intensità persone fragili, anziani e bambini, generando un ulteriore aggravamento delle disuguaglianze. Attuare programmi e azioni per rendere le città più resilienti significa quindi anche renderle più giuste e inclusive.
Proprio le città rappresentano allora i laboratori ideali per sperimentare le strategie per l’adattamento ai mutamenti climatici e la mitigazione dei loro effetti. Emblematico è il caso di Roma, dove il clima è già cambiato. La città sta lavorando per affrontare gli scenari in evoluzione determinati dai mutamenti del clima nel futuro prossimo. Le proiezioni climatiche elaborate dal CMCC (Centro Euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici) per la Capitale nei prossimi vent’anni registrano tutte una stessa inequivocabile tendenza all’aumento delle temperature medie, della durata dei periodi di caldo e di siccità, del disagio termico. Tutti i parametri di riferimento per il monitoraggio del caldo, vale a dire i giorni caldi, quelli torridi, le notti tropicali o quelle torride, sono cresciuti in modo inequivocabile e diseguale per distribuzione.
A Roma l’estate del 2026 è stata la più calda degli ultimi tre decenni, con una temperatura media di 28,7 °C (4,3 gradi oltre la media nazionale) e una minima media di 23,2 °C. Tra le città italiane, è quella in cui in estate si registrano le temperature medie in superficie più elevate, con 44,8 gradi, e il 40% dei cittadini è esposto a «isole di calore intense o molto intense». L’asfalto e il cemento dei nostri centri urbani assorbono il calore del sole e poi lo restituiscono nelle ore serali e notturne, impedendo il naturale raffrescamento garantito dall’evapotraspirazione delle piante.
Oltre 250 mila romani vivono in aree caratterizzate da rischio idraulico elevato: parliamo dei quartieri edificati lungo i corsi dei fiumi Tevere e Aniene, insieme ad altre zone sia centrali che periferiche. Com’è evidente, l’intensificarsi dei fenomeni di forti temporali e bombe d’acqua collegati al clima mutato fa aumentare sensibilmente il livello di rischio a cui questi cittadini erano già esposti. Inoltre, i dati epidemiologici mettono in evidenza l’impatto che l’aumento delle temperature e delle ondate di calore già determina in alcune aree di Roma in termini di mortalità. Sono i quartieri dove si riscontrano i maggiori problemi sociali e dove è più rilevante la fragilità, con anziani che vivono soli e famiglie che sono costrette a trascorrere le estati in città e non si possono permettere sistemi di raffrescamento per affrontare le notti e i giorni sempre più caldi.
Di fronte agli scenari attuali e tendenziali, l’obiettivo dell’azione politico-amministrativa della Giunta Capitolina è assicurare in prospettiva condizioni di vita adeguate in tutti i quartieri, e il percorso avviato con la Strategia di adattamento climatico di Roma Capitale e i connessi Piani di potenziamento della struttura verde cittadina indica che combattere le isole di calore e migliorare la vivibilità degli spazi pubblici è una priorità. L’attuale amministrazione si è mossa con decisione, fin dal suo insediamento, per cogliere le opportunità offerte dal quadro di riferimento europeo, presentando con successo la propria candidatura per la Missione UE 100 Climate-Neutral and Smart Cities by 2030, lanciata dalla Commissione Europea con l’obiettivo di imprimere un’accelerazione alle politiche locali sull’energia e sulla riduzione delle emissioni climalteranti. Una scelta, quella di Roma, dettata dall’idea che la conversione ecologica rappresenti un’opportunità da non mancare per avviare una trasformazione profonda della città.
La nascita dell’Ufficio Clima ha portato all’approvazione del nuovo Piano di Azione per l’Energia Sostenibile e il Clima (PAESC), che ha fissato un nuovo obiettivo di riduzione delle emissioni pari a −66% nel 2030 rispetto al 2003 e, nel 2025, alla prima Strategia di Adattamento Climatico di Roma, che ha individuato le azioni prioritarie da mettere in campo. Un dato positivo di base è che a Roma le emissioni si stanno riducendo in modo costante in tutti i settori, con una diminuzione del 35% rispetto al 2003. Il 94% delle emissioni complessive generate dalla città proviene da edifici e trasporti, mentre la gestione dei rifiuti contribuisce per il 5%, un dato certamente destinato a ridursi a partire da quando entreranno in funzione gli impianti previsti dal Piano Rifiuti. Queste valutazioni sono state utili per indirizzare le priorità di investimento dei fondi del PNRR e di quelli del Giubileo.
Il Climate City Contract, predisposto da tutte le città che partecipano alla missione europea per la neutralità climatica al 2030, è lo strumento operativo che trasforma la visione ecologica in un piano industriale per la città, diventando così un formidabile strumento di Partenariato Pubblico-Privato (PPP) capace di attrarre fondi diretti dall’UE e di dialogare con i grandi investitori istituzionali. Il Contratto di Roma ha messo insieme 16 miliardi di euro di investimenti e ha coinvolto 80 soggetti tra enti pubblici, imprese, fondazioni e università, che hanno presentato 493 diverse azioni per contribuire alla neutralità climatica della città.
Sono state individuate le strategie per riuscire a ridurre le emissioni in modo strutturale: la crescita della produzione di energia da fonti rinnovabili e l’efficientamento energetico degli edifici; una mobilità sempre più integrata e a emissioni zero e la gestione circolare dei rifiuti e delle materie prime; la forestazione urbana e le misure per l’adattamento climatico. Secondo il documento, con le tecnologie già disponibili Roma potrebbe ridurre in prospettiva lunga le emissioni climalteranti dell’86% rispetto al 2003.
Uno dei pilastri della Strategia di Adattamento climatico è il Piano del Verde e della Natura di Roma Capitale per il potenziamento dell’infrastruttura verde cittadina, un documento strategico necessario per impostare gli interventi di pianificazione e progettazione del verde, con l’obiettivo finale di offrire una lettura sinergica e integrata delle azioni finalizzate a rendere più resiliente e sana la città. Sono due le principali linee di intervento: il depaving per rinaturalizzare e l’intensificazione del verde. Non solo alberi nuovi ma cura dell’esistente, con grande attenzione agli alberi monumentali, ma anche prati, cespugli, arbusti e corridoi verdi bassi, aree cementate da rinaturalizzare che possono diventare piccole oasi che restituiscono biodiversità, aria pulita e più fresca.
È un lavoro che Roma sta portando avanti. Oltre 4,5 ettari depavimentati, e quasi 7 complessivamente quelli su cui si sta intervenendo, con un notevole investimento di risorse, da Centocelle alle Ville Storiche, dalle strade alle piazze fino ai piccoli spazi senza vocazione. È stato anticipato quanto prevede la direttiva europea Nature Restoration Law, e il suo recepimento a livello nazionale, ripristinando gli ecosistemi naturali, come ad esempio al parco fluviale dei Prati dell’Acqua Acetosa, con una bonifica imponente e una rinaturalizzazione dei luoghi. È stato tolto cemento a Villa Glori, a Piazzale Clodio, a Viale Ipponio, a Centocelle, dove la riqualificazione del parco ha previsto una nuova fascia verde di 5 ettari forestabili: un intervento che incide fortemente in una zona vulnerabile dal punto di vista climatico.
La città ha bisogno di «terzi luoghi» dove le persone si incontrano e tessono legami. I parchi, le ville e i giardini devono essere baricentri di comunità, proprio in questo scenario in cui isole di calore, allagamenti, eventi estremi in aumento obbligano a realizzare gli interventi previsti dalla Strategia di Adattamento. Tra le azioni realizzate, la riattivazione del vivaio pubblico del CREA che ha prodotto 100 mila piante forestali da inserire nei parchi e nelle aree fluviali cittadine; le oltre 590mila piante forestali messe a dimora nel territorio urbano di Roma, su un totale di 825 mila piante nell’intera area metropolitana; i 70mila alberi già piantati nelle strade e i 20mila in arrivo; la costruzione di nuovi parchi fuori dalle Mura Aureliane, lungo il Grande Raccordo Anulare: tutti interventi che mirano a garantire il diritto all’ombra ed un’equa fruizione del verde in tutte le aree della città.
Perché questi diritti diventino concreti, il percorso di decarbonizzazione avviato nelle città deve diventare sempre più il cardine di una strategia nazionale. L’azione dei Comuni si svolge all’interno di un sistema di competenze articolato, nel quale il potere normativo e regolatorio in materia appartiene allo Stato e alle Regioni. Rafforzare la collaborazione tra i diversi livelli istituzionali diventa perciò indispensabile per superare le barriere esistenti, dovute alla presenza di vincoli legislativi, alla frammentazione delle competenze e alla carenza di strumenti amministrativi in grado di favorire un reale coordinamento delle politiche e dei soggetti che devono attuarle. La governance multilivello diventa allora decisiva per realizzare un maggiore allineamento tra il modello virtuoso definito dai contratti climatici e le politiche nazionali per l’energia e il clima.
Le città non possono essere lasciate sole ad affrontare un tema così vasto e complesso come quello dell’adattamento climatico. Così come, nel 2022, l’allora Ministro delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibili del governo Draghi, il Prof. Enrico Giovannini, ebbe la preziosa intuizione di sostenere e formalizzare l’adesione alla Missione delle nove città italiane selezionate, firmando il Protocollo d’intesa istituzionale, così oggi è necessario che il governo centrale assuma il tema di come l’esperienza delle città pioniere può essere trasformata in uno strumento, replicabile e adattabile, utile per accelerare la messa a terra delle politiche nazionali per la transizione ecologica.
L’obiettivo è chiaro: l’Italia – sul modello di esperienze europee avanzate (Svezia, Spagna, Francia) – deve strutturare una Piattaforma Nazionale di supporto stabile in grado di accompagnare non solo le nove città pioniere (oltre a Roma: Bergamo, Bologna, Firenze, Milano, Padova, Parma, Prato e Torino), ma l’intero sistema dei comuni italiani verso la transizione. In questo senso le nove città stanno collaborando in modo sempre più sistematico con ANCI proprio per mettere la loro esperienza all’interno di un nuovo quadro conoscitivo collettivo che possa portare benefici a tutti i comuni italiani. La missione delle nove città travalica i singoli confini comunali per assumere un valore politico ben più ampio: dimostrare che la transizione ecologica, lungi dall’essere un costo, rappresenta, al contrario, un volano di sviluppo economico e di riequilibrio sociale per le comunità, altrimenti sarà difficile portarla a compimento.
Nonostante l’avvicinarsi delle scadenze imposte dall’Europa, però, la transizione energetica in Italia rallenta. Secondo quanto emerge dal Progress Report sul Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC), nel 2025 le emissioni di gas serra sono tornate a crescere rispetto all’anno precedente. Per rispettare gli impegni europei al 2030, l’Italia deve ancora ridurre le proprie emissioni di circa 95 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente rispetto ai livelli del 2025: un quarto delle emissioni totali del Paese, da tagliare in soli cinque anni. Mantenendo l’attuale ritmo di riduzione delle emissioni, l’Italia mancherà certamente gli obiettivi comunitari. E così il ritardo nella transizione lo pagheremo due volte: nelle bollette energetiche a carico dei cittadini e nei conti pubblici, perché il mancato raggiungimento dei tetti emissivi nazionali fissati al 2030 può costare all’Italia fino a 5,7 miliardi di euro per l’acquisto di quote da altri Paesi per compensare le emissioni in eccesso.
Nel frattempo, le risorse pubbliche impiegate nella transizione vengono disperse, a causa di un incoerente meccanismo di governance delle politiche energia e clima. Rispetto al percorso del Paese verso la transizione ecologica, gli ultimi anni sono andati persi, e lo dimostrano i numeri. In quattro anni l’esecutivo ha ridotto sensibilmente la spesa pubblica per l’energia pulita e la mobilità sostenibile, tagliando in misura importante i fondi PNRR per le comunità energetiche rinnovabili e quelli per gli incentivi all’acquisto di veicoli non inquinanti. Gas e petrolio, invece, non sono mai stati messi in discussione, con i prezzi alla pompa che da mesi sono ormai stabili oltre i 2 euro al litro e che rischiano di mettere in ginocchio interi comparti della nostra economia, come vediamo in questi giorni. E in prospettiva del conseguimento dell’obiettivo della neutralità climatica, fissato per i Paesi europei al 2050, nessuna politica di uscita progressiva dalla dipendenza dai combustibili fossili.
È indispensabile che l’esecutivo tiri fuori dal cassetto il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC), che ancora oggi, a quasi tre anni di distanza dalla sua approvazione, non dispone di un budget specifico o di una roadmap finanziaria stabile per attuare le 361 azioni previste, malgrado le analisi della Commissione Europea stimino in circa 174 miliardi di euro la spesa complessiva – tra mitigazione e transizione al 2030 – necessaria per mettere in sicurezza il territorio italiano. Già con la prossima legge di bilancio è necessario cominciare a invertire questa tendenza.
Lo scorso settembre, con una lettera aperta indirizzata alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha indicato al Governo alcune proposte per utilizzare i 14 miliardi di euro derivanti dalla flessibilità europea, da impiegare entro il 2028. Proposte precise, pensate per contrastare la povertà energetica che colpisce il 9% delle famiglie italiane, per potenziare il Piano Casa, elettrificare i consumi, riequilibrare la tassazione che oggi rende l’elettricità più cara del gas e per riconvertire le imprese. E andrebbero immediatamente resi disponibili per le famiglie più esposte al caro energia gli oltre 9 miliardi di finanziamenti previsti dal Piano Sociale per il Clima, che a causa dei ritardi del Governo non sarà operativo prima del 2027.
La transizione ecologica è la via maestra per garantire un futuro di sostenibilità, di equità sociale e di pace: per questo non può e non deve essere pagata dalle fasce più fragili della popolazione. Il Partito Democratico è pronto ad assumersi la responsabilità di cambiare il Paese e farlo tornare protagonista in Europa e nelle relazioni globali, mettendo al centro proprio i salari, i diritti sociali, la scuola, il lavoro, la salute e la lotta al carovita. Tutti temi che vanno pensati in modo interconnesso e che sono attraversati alla radice dalle questioni ambientali, dall’adattamento ai cambiamenti climatici e dalla necessità di ripensare il consumo delle risorse in chiave più sostenibile per le persone e per il Pianeta.
E, in questa sfida epocale, come abbiamo visto, sono le città a trovarsi in prima linea in quanto laboratori del cambiamento. E saranno proprio le amministratrici e gli amministratori locali, a tutti i livelli, che si riuniranno il 27 e il 28 novembre a Verona anche per scrivere insieme una parte importante del programma dell’alleanza progressista.
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