Il cinema del reale: verità scomode tra polizia, potere e passioni
Da Il caso 137 a La donna più ricca del mondo, fino al ritorno de La legge di Lidia Poët: storie vere e reinvenzioni che raccontano le crepe della società contemporanea.

ANSA
C’è un film da vedere nelle sale, questo week-end, prima di qualunque altro, a mio sindacabile giudizio. Era in concorso al festival di Cannes 2025 e adesso è uscito, da giovedì 16 aprile, targato Teodora. Si chiama “Il caso 137”, l’ha scritto e diretto il tedesco naturalizzato francese Dominik Moll, lo stesso dello straordinario “La notte del 12” del 2022. Come forse qualcuno saprà, è ispirato a una storia davvero accaduta: una delicata indagine compiuta nel 2019 da una comandante parigina della Igpn, l’acronimo sta per Inspection générale de la Police nationale, insomma “la Polizia della Polizia”, una sorta di sezione disciplinare chiamata a indagare sui poliziotti che sbagliano.
Tutto comincia l’8 dicembre del 2018, quando una manifestazione parigina dei “Gilet Gialli” (ricordate?) suscita la reazione violenta delle forze dell’ordine. Molto violenta. «Salvare la Repubblica e partecipare allo sforzo bellico» è la direttiva che arriva ai poliziotti dal presidente Macron, e quelli lo prendono in parola.
Risultato? Un giovanotto di nemmeno vent’anni, Guillaume Girard, apprendista elettricista di Saint-Dizier, resta per terra con cinque fratture al cranio e complicazioni varie, permanenti, per essere stato centrato alla testa, di spalle, da un proiettile di gomma sparato da un fucile antisommossa Lbd. Era una minaccia per la pattuglia? Per nulla. Due dei cinque sbirri in borghese che controllavano un quartiere dopo gli incidenti hanno mirato proprio alla testa, uno l’ha colpito. Un amico del ragazzo, arrestato e subito processato, conferma. Ma chi gli crederà?
Il caso numero 137, ecco il senso del titolo, passa alla comandante Stéphanie Bertrand, ex della Narcotici, divorziata da un marito poliziotto e madre di un adolescente. Alla Igpn ci sono molte donne e non dev’essere facile interrogare colleghi maschi spesso insofferenti alle regole. Ma lei, nata a Saint-Dizier come quel ragazzo sventurato, ha deciso di far luce seriamente su quel brutto episodio, anche a costo di avere tutti contro, specie i sindacati oltre che gli alti papaveri della Polizia.
Moll usa il cinema cosiddetto di genere per parlare della società francese. Succedeva in “La notte del 12”, succede anche in questo. L’indagine poliziesca, condotta in modo serrato e lucido, individuando una testimone spaventata all’idea di raccontare tutto ciò che ha visto, si trasforma presto in una corsa a ostacoli, mentre cresce attorno all’impavida comandante il disprezzo dei colleghi. Non che il problema sia solo francese, basterebbe ricordare che cosa accadde da noi a Bolzaneto nel 2001 e il coraggioso film "Diaz" che ne trasse Daniele Vicari, ma “Il caso 137” individua nella disconnessione tra potere centrale e provincia impoverita uno degli elementi sociali alla base dei feroci scontri sociali in Francia, durante quel 2018 e negli anni successivi. «Lei ha lavorato bene, ma a cosa è servito?» è l’amarissima domanda che la poliziotta, tanto scrupolosa quanto perdente, si sente rivolgere in sottofinale dalla mamma di Guillaume. Già.
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Sempre dalla Francia arriva “La donna più ricca del mondo” di Thierry Klifa, nelle sale con Europictures. Non è un poliziesco, ma per certi versi un po’ sì. «Il posto di una donna ricca non è su una sdraio ad attendere la morte» teorizza Marianne Farrère, ovvero Isabelle Huppert, in una delle prime scene. Non è quello il posto, ma forse lo diventerà. Lungo quasi due ore, romanzesco nella fattura, il film rielabora un celebre scandalo esploso in Francia tra il 2009 e il 2010, quando la facoltosa ereditiera Liliane Bettencourt, titolare del marchio di cosmetici L’Oréal, fu accusata dalla figlia di essere stata negli anni manipolata dal cinico e profittatore fotografo François-Marie Barnier e spinta ad elargirgli somme ingenti, per un valore totale di 1 milione e 250 mila euro (tra oggetti, soldi, opere d’arte, polizze).
Sulla “faccenda Bettencourt” è già stata fatta una miniserie Netfilx, nel 2023, ma il film di Klifa, scritto con Cédric Anger e Jacques Fieschi, prende via via le distanze dalla stretta ricostruzione di cronaca: l’ambizione è dipingere una sorta di affresco sociale, anche di classe, con al centro quella donna potente e infelice, feroce e annoiata. Se da un lato, come teorizza, «ci vuole talento per essere ricchi e basta poco perdere la ragione» dall’altro può essere piacevole farsi sconvolgere dai sentimenti e sfuggire alla pura razionalità.
È proprio quanto capita a Marianne Farrère, la capitana d’industria nel mondo della cosmesi che sul finire degli anni Ottanta, con il socialista François Mitterrand ancora al potere, si fa conquistare dalla verve vitalista del fotografo Pierre-Alain Fantin che l’ha appena fotografata in modi inusuali per la copertina della rivista “Selfish”. Vanitoso e vanesio, omosessuale dichiarato, carrierista scaltro, l’uomo convince la donna non più giovane ma ancora piacente, maritata con un ex ministro e in algidi rapporti con la figlia Frédérique, a ripensare l’arredamento della sontuosa magione di Neuilly-sur-Seine e a regalargli 250 mila franchi per organizzare la sua prima mostra fotografica.
Sarà l’inizio di un rapporto non convenzionale, a suo modo d’amore, sia pure platonico: lui scardina il clima compassato della famiglia capitalista a colpi di provocazioni e richieste esose, lei sembra ringiovanire nel confronto con quell’artistoide arrogante e seduttivo. Il tutto dentro una cornice politica nella quale il riemergere un lontano passato antisemita del vecchio marito Guy rende tutto più delicato e imbarazzante.
Sia pure movimentato sul piano della messa in scena, penso alle testimonianze con tutti i personaggi che si rivolgono direttamente allo spettatore come in un ideale spogliarello morale, il film gira un po’ a vuoto, sfoderando qualche accento farsesco di troppo (il fotografo gay sembra uscire dal “Il vizietto”).
Isabelle Huppert, oggi 73enne, è sempre lei: il tempo pare non scalfirla e comunque si cuce addosso col solito mestiere il personaggio di Marianne, anche la sua voglia di “fuga” da una certa ipocrisia diffusa.
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Sul versante miniserie, è approdata su Netflix la terza e ultima stagione di “La legge di Lidia Poët”, la miniserie prodotta da Matteo Rovere per Grøenlandia e dedicata alla figura dell’avvocata torinese (1845-1949) che solo il 20 novembre del 1920, a 65 anni, dopo una falsa partenza subito bruciata nel 1883 per via della burocrazia maschilista sabauda, riuscì a indossare la toga e a praticare finalmente il mestiere desiderato. Sono sei puntate, e vorrei dire che gli sceneggiatori Guido Iuculano e Davide Orsini, insieme a Rovere, hanno dimostrato un notevole fiuto nel fare di Lidia Poët, in una chiave di moderna reinvenzione, non filologica ma rispettosa, l’espressione di una vivace ribellione femminile, anzi proto-femminista.
All’epoca della prima stagione, qualche esponente della comunità valdese ebbe a ridire sulle libertà drammaturgiche adottate: sbagliando, soprattutto non capendo che la serie si rivolgeva a un pubblico vasto e giovanile, completamente a digiuno sul piano storico. In questa terza stagione gli autori hanno inserito una bella tirata sul tema. Accade quando il fratello di Lidia, il deputato del Regno e severo avvocato Enrico, spiega al potente ministro Zanardelli: «Siamo valdesi, sono 700 anni che cercano di convertirci, ci hanno scomunicato, processato e mandati al rogo. E niente da fare! Siamo gente testarda, non riusciamo proprio a fare qualcosa contro la nostra coscienza». Secondo un canone classico della serialità televisiva, i sei episodi, di circa 50 minuti l’uno, custodiscono una storia orizzontale che li attraversa tutti e sei casi verticali ciascuno racchiuso in una puntata.
La prima riguarda il processo a Grazia Fontana, l’amica di gioventù di Lidia, scappata dal marito militare violento e vizioso, al punto da doverlo uccidere con un fermacarte, proprio in casa Poët, per non finire strozzata. Tutto è contro Grazia: la cultura giuridica del tempo, il presidente del tribunale, la giuria di soli maschi anziani, le prove apparenti. I casi di puntata, invece, pescano perlopiù nel milieu proletario e marginale, parlando di acrobati da circo, bambini sfruttati negli opifici, pugili a mani nude vittime delle scommesse, ma anche di un pittore omosessuale oggetto di pubblica esecrazione e di un medico onesto accusato di aver ucciso la sorella.
Musica rock sui titoli di testa, costumi femminili fantasiosi, qualche rara scena di nudo, esterni poco rigorosi, linguaggio contemporaneo (Lidia spesso si fa sfuggire «Oh cazzo!»), “La legge di Lidia Poët” non cerca la verosimiglianza, fors’anche per una questione di budget oltre che di taglio espressivo; ma il messaggio arriva forte e chiaro: quell’avvocata di origine alto borghese, indocile e mal sopportata a Torino, riuscì a sbriciolare molti pregiudizi sulle donne e a prefigurare un futuro di parità tra sessi. Non a caso la serie termina con la dylaniana “The Times They Are A-Changin'” cantata da una donna.
Matilda De Angelis si conferma, a mio parere, una delle più brave e versatili attrici del cinema italiano, anche per la grazia con la quale indossa cappellini, abiti ingombranti e crinoline; ma funzionano bene, nella prospettiva pop cercata, tutti gli altri: da Eduardo Scarpetta a Pier Luigi Pasino, da Gianmarco Saurino a Liliana Bottone, da Sara Lazzaro a Ninni Bruschetta.
Tre i registi impegnati, Letizia Lamartire, Jacopo Bonvicini e Pippo Mezzapesa, i quali firmano due episodi a testa.