Il centro storico come campo di progetto
Le ondate di calore stanno cambiando l’uso dello spazio pubblico e mettono in crisi i modelli consolidati di tutela

ANSA
Se la città storica, come mostrano le analisi microclimatiche, possiede già una propria capacità adattiva, il tema del verde urbano si presenta oggi come il campo più delicato e più promettente della trasformazione. È delicato, perché ogni intervento nei centri storici si confronta con vincoli materiali, patrimoniali e percettivi molto forti; è promettente perché, se pensato non come decorazione ma come infrastruttura, il verde può diventare uno dei principali dispositivi di riequilibrio microclimatico.
A questo punto, però, si apre un equivoco che ha accompagnato buona parte delle politiche urbane degli ultimi decenni. Il verde viene spesso evocato come una soluzione ovvia, quasi automatica: si piantano alberi, si introducono aiuole, si moltiplicano gli elementi vegetali e si presume che il problema sia affrontato. Nei centri storici, e più in generale nelle aree urbane dense, non è però la semplice presenza del verde a determinare il risultato. Contano la collocazione, la continuità, la relazione con la morfologia dello spazio aperto, con i materiali, con l’ombra prodotta dagli edifici, con i flussi d’uso e con la possibilità di costruire vere sequenze di comfort: corridoi ecologici effettivi, non episodi isolati. Le ricerche più recenti insistono proprio su questo punto: il verde, per funzionare, deve essere assunto come sistema e non come semplice ornamento. Occorre dunque una logica di sistemi verdi integrati, capaci di operare contemporaneamente su più livelli - microclimatico, ecologico, sociale e percettivo - e di orientare in modo mirato la trasformazione dello spazio pubblico.
Nel caso dei centri storici di alcune città italiane, fra cui Bologna, questa impostazione assume un rilievo ancora maggiore. Alcuni corridoi verdi oggi in fase di progettazione, anche grazie a finanziamenti europei come quelli del progetto EUI-TALEA, sono stati immaginati come una ricucitura di spazi esistenti e di tracce storiche già presenti nel paesaggio urbano. Il verde viene così reintrodotto in una struttura urbana che, almeno fino all’urbanizzazione tra Otto e Novecento, era fortemente segnata dalla presenza di orti, giardini, acque e spazi intermedi lungo il margine delle mura.
È questo un punto decisivo, perché modifica radicalmente il senso dell’intervento. Non si tratta di opporre natura e storia, né di compensare la città storica con una dose generica di vegetazione. Si tratta piuttosto di riconoscere che in quella città storica il verde era già parte della costruzione del paesaggio urbano, sebbene in forme diverse da quelle attuali: orti produttivi, giardini pertinenziali, filari, corti interne, spazi di transizione tra il costruito e le aree aperte. La ricostruzione storica è fondamentale in questo processo perchè mostra con chiarezza proprio questa compresenza di sistemi verdi differenti, intrecciati con il sistema delle acque e con la struttura edilizia del centro storico. Ne deriva anche un’ulteriore conseguenza progettuale. Nei centri storici, il verde non può essere pensato solo in termini quantitativi, come aumento della biomassa o del numero di alberi. Va pensato anche in termini qualitativi e relazionali: quali specie introdurre, con quale densità, per produrre quale tipo di ombra, in relazione a quali usi, con quale impatto sulla percezione dei beni storici e sulla manutenzione futura. Non a caso il tema del verde nei centri storici viene messo in relazione con la memoria degli orti e dei giardini, con il supporto agli impollinatori, con la continuità ecologica, ma anche con la necessità di non compromettere la leggibilità dei lacerti di elementi storici e/o di emergenze patrimoniali. In questo senso, il verde è vero materiale di progetto, e proprio per questo richiede uno sforzo di lettura e di interpretazione del paesaggio urbano.
##Rifugi climatici e la trasformazione dello spazio pubblico
All’interno di questo quadro, il concetto di rifugio climatico merita di essere considerato con attenzione, perché rappresenta uno dei cambiamenti più significativi nel modo in cui oggi si pensa la relazione tra clima, città e spazio pubblico.
Nella sua formulazione più immediata, il rifugio climatico nasce come dispositivo emergenziale: uno spazio chiuso, climatizzato, accessibile nei giorni di maggiore stress termico. Questa definizione, ancora presente in molte politiche urbane, ha avuto una funzione importante, soprattutto dopo le grandi ondate di calore che hanno colpito le città europee. Il suo limite, tuttavia, è evidente: separa il tema del comfort climatico dal funzionamento ordinario della città e lo affida a una gestione straordinaria, come se non si trattasse di una trasformazione strutturale.
Le ricerche più recenti, e in particolare quelle che confluiscono nel lavoro sviluppato da TALEA a Bologna, vanno in una direzione diversa. Il rifugio climatico viene reinterpretato non più come spazio eccezionale, ma come infrastruttura urbana permanente, capace di redistribuire benefici ambientali, di ridurre forme di marginalizzazione climatica e di offrire risorse accessibili e non discriminatorie nello spazio quotidiano. Questo slittamento concettuale è importante perché modifica il significato stesso dello spazio pubblico. Se un giardino, una piazza alberata, un tratto porticato, una corte accessibile o un parco ombreggiato possono funzionare come rifugi climatici, allora il progetto urbano non lavora più soltanto sulla forma o sulla qualità estetica dello spazio, ma anche sulle sue prestazioni di cura, protezione e abitabilità.
Il tema si lega qui in modo diretto alla nozione di diritto alla città. In una prospettiva lefebvriana, il diritto alla città non coincide soltanto con l’accesso formale allo spazio urbano, ma con la possibilità effettiva di usarlo, attraversarlo, sostarvi, appropriarsene. Se uno spazio pubblico è formalmente aperto ma climaticamente inospitale, questo diritto si restringe in modo concreto, selezionando chi può restare e chi invece è costretto a sottrarsi.
Per questa ragione, il diritto al verde e il diritto al comfort climatico fanno parte di una più ampia questione di giustizia urbana, perché incidono direttamente sulle condizioni minime di vivibilità e di presenza nello spazio urbano.
In questa prospettiva, la regola 3-30-300 proposta da Konijnendijk assume un interesse particolare anche per i centri storici: vedere almeno tre alberi dalla propria abitazione, vivere in quartieri con almeno il 30% di copertura arborea, poter raggiungere un’area verde entro 300 metri. Si tratta di una traduzione spaziale di una domanda di equità e di una risposta alla fragilità ambientale e sociale. Nel caso di Bologna, l’aspetto forse più interessante è che il rifugio climatico smette di coincidere con un singolo luogo e diventa una rete: un sistema di nodi e connessioni che consente di muoversi nel centro storico attraverso una geografia più favorevole, fatta di ombre, pause, accessi e microclimi differenziati.
È qui che lo spazio pubblico cambia natura: è supporto delle funzioni urbane e infrastruttura di protezione quotidiana.
##Disuguaglianze climatiche e responsabilità del progetto Il cambiamento climatico, come spesso accade nei processi urbani, rende più visibili e più acute le disuguaglianze già esistenti. È questo uno degli aspetti più rilevanti delle analisi sviluppate nel contesto bolognese, dove la lettura incrociata dei dati climatici e socio-demografici ha mostrato con chiarezza come le aree più esposte al rischio termico coincidano spesso con quelle segnate da maggiori condizioni di fragilità sociale.
Questa sovrapposizione ha almeno due implicazioni. La prima è conoscitiva. Non basta individuare le isole di calore o mappare la copertura vegetale per orientare il progetto. Occorre comprendere anche chi vive quei luoghi, quali servizi vi siano presenti, quali gruppi sociali li attraversino e quali condizioni di vulnerabilità si sommino nello stesso ambito urbano. Proprio per questo non ci si dovrebbe limitare a una diagnosi ambientale, ma lavorare su indici compositi che mettano insieme accessibilità, copertura vegetale, prossimità, presenza di arredi, fontanelle, sedute e connessioni pedonali e ciclabili. La seconda implicazione è di ordine politico e progettuale. Se il verde urbano è distribuito in modo diseguale, allora progettare il verde significa prendere posizione rispetto a quella distribuzione. In questo senso, il progetto non è mai neutro. Può rafforzare assetti esistenti, concentrando risorse in aree già forti, oppure può provare a riequilibrare condizioni storicamente squilibrate.
È qui che il rischio di gentrificazione ecologica deve essere preso sul serio. La letteratura comparativa sui rifugi climatici mostra con chiarezza che interventi di alta qualità localizzati in aree centrali e ad alto valore immobiliare possono produrre effetti paradossali: migliorano il microclima, ma lo fanno a beneficio di popolazioni già privilegiate, contribuendo anzi a rafforzare i meccanismi di esclusione. Al contrario, i casi più interessanti sono quelli che lavorano in modo diffuso, con reti capillari di microinterventi capaci di estendere i benefici climatici anche alle aree e ai gruppi più vulnerabili.
È in questa prospettiva che la ricerca si sta concentrando: nello sviluppo di strumenti attraverso cui si prova a costruire una transizione verde che non si limiti a produrre qualità ambientale, ma che cerchi anche di redistribuirla.
Il passaggio è cruciale. Nei centri storici, dove ogni intervento è altamente visibile e simbolicamente carico, la tentazione di produrre eccellenza in pochi punti è molto forte. Occorrerebbe invece lavorare su un’altra ipotesi: che la qualità urbana non debba essere pensata come eccezione, ma come continuità; e che il progetto del verde debba misurarsi non solo con la prestazione microclimatica, ma anche con la sua capacità di incidere sulle geografie della disuguaglianza.
Conoscenza, tutela e progetto: il ruolo della Soprintendenza
È probabilmente su questo terreno che occorrerebbe lavorare: su un contributo metodologico che possa definire il rapporto tra progetto e tutela, ripensandolo non in termini oppositivi, ma attraverso una costruzione condivisa del quadro conoscitivo. Anche nei centri storici, il lavoro non dovrebbe partire da una proposta progettuale da sottoporre soltanto in un secondo momento alla Soprintendenza. Dovrebbe partire, piuttosto, dalla costruzione di un tavolo di confronto che coinvolga fin dalle prime fasi Comune, ricerca e istituzione di tutela. Questo passaggio è tutt’altro che procedurale: definisce un metodo.
La base di questo metodo, su cui il team dell’Università di Bologna (TRACE team) sta lavorando è una lettura stratificata del paesaggio urbano, costruita attraverso l’integrazione di fonti storiche, cartografie, rilievi sul campo, analisi morfologiche e lettura delle trasformazioni. Si tratta di definire un vero dispositivo interpretativo. Da questa lettura emergono, nel caso di Bologna per esempio, quelle che il progetto definisce tracce tematiche e invarianti di valore culturale e storico. I resti di mura, il sistema degli orti e dei giardini, l’edilizia popolare e il quartiere operaio, l’acqua rimossa, le antiche vie di percorrenza: ciascuno di questi elementi non è trattato come semplice testimonianza del passato, ma come struttura profonda che può ancora orientare il progetto contemporaneo.
Questo è un punto decisivo. Le invarianti non funzionano come vincoli passivi, ma come matrici progettuali. Di conseguenza, cambia anche il ruolo della Soprintendenza. Non si tratta più soltanto di verificare la compatibilità finale di una proposta, ma di concorrere alla definizione dei criteri stessi attraverso cui il luogo viene letto e interpretato. Il progetto, a sua volta, assume una responsabilità diversa: deve costruire argomentazioni, dimostrare relazioni, rendere leggibile il nesso tra trasformazione e continuità e, su questa base, produrre soluzioni.
Questa impostazione è particolarmente importante nei centri storici, dove il rischio di ridurre il dialogo a una pura autorizzazione è sempre molto alto. È invece possibile lavorare in un’altra direzione: non progettare malgrado la tutela, ma progettare attraverso la tutela, facendo della conoscenza condivisa il primo materiale del progetto.
##Esiti e condizioni del progetto nei centri storici Se si guarda con attenzione a quanto emerge dal progetto TALEA, appare chiaro che il progetto nei centri storici non può essere ridotto a una somma di soluzioni tecniche. Le simulazioni microclimatiche, le mappe di fragilità, le analisi storiche e gli scenari di intervento non producono automaticamente un progetto appropriato; offrono piuttosto un campo di possibilità che va interpretato e costruito. Qui torna centrale la nozione di progetto come forma di mediazione: fra prestazioni ambientali e valori patrimoniali, fra esigenze di accessibilità e permanenze storiche, fra qualità spaziale e rischi di esclusione, fra trasformazione fisica e manutenzione futura. Ciò che funziona non è il singolo oggetto ben disegnato, ma la capacità di costruire reti, sequenze e sistemi diffusi, nei quali spazi nodali, assi lineari e microinterventi lavorino insieme. Questo significa progettare il sistema degli spazi aperti del centro storico come una trama spaziale e climatica in cui mura, portici, giardini, edilizia storica, attrezzature pubbliche e nuove funzioni culturali possano essere messi in relazione. Le criticità che oggi si rilevano - traffico, parcheggi, scarsa leggibilità degli accessi, discontinuità pedonali, carenza di arredi, uso marginale di alcuni spazi - non sono allora problemi indipendenti, ma elementi di un’unica questione: come costruire continuità d’uso, di accessibilità e di comfort nel centro storico contemporaneo.
##Che cosa significa oggi tutelare un centro storico Forse è qui che la discussione torna al suo punto di partenza. Se il cambiamento climatico modifica le condizioni di uso della città storica, allora la tutela non può più essere pensata come semplice difesa dell’esistente. Non perché la conservazione perda importanza, ma perché ne cambia il significato.
Tutelare, oggi, non può voler dire soltanto impedire alterazioni formali. Deve voler dire anche garantire che quei luoghi possano continuare a essere vissuti, attraversati, usati nello spazio quotidiano. In questo senso, il progetto non è un’aggiunta alla tutela, ma una sua forma necessaria. Le ricerche in corso mostrano che questa trasformazione è possibile a una condizione precisa: che il progetto sia fondato su una conoscenza densa dei luoghi e su una assunzione esplicita della complessità. Non c’è scorciatoia tecnica che possa sostituire questo passaggio. E non c’è buona tutela che possa limitarsi a difendere immagini se non si misura con le condizioni materiali dell’abitare.
Il nodo, allora, non è decidere se i centri storici debbano cambiare oppure no. Stanno già cambiando, sotto la pressione congiunta del clima, delle trasformazioni sociali, delle nuove domande d’uso. La questione è se questo cambiamento debba essere lasciato agire in modo implicito, selettivo e spesso diseguale, oppure se possa essere governato attraverso il progetto.
Assumere questa responsabilità significa riconoscere che il verde, il microclima, l’accessibilità, la tutela e lo spazio pubblico non sono temi separati, ma parti di una stessa domanda urbana.
Ed è probabilmente da qui che occorre ripartire: non dalla difesa astratta del centro storico, ma dalla costruzione concreta delle condizioni che gli permettano di continuare a essere città.
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