Il caso Alemanno: la libertà dell’avversario misura la democrazia

La pena non è vendetta e la libertà non è un premio simpatia. I principi contano quando riguardano un avversario: proprio allora smettono di essere slogan.

RIVRINASCITA_20260630160110815_e354673e78275a02b775f60dfcd3432e.jpg

ANSA

Gianni Alemanno è uscito dal carcere. E già qui, in un Paese normale, uno potrebbe fermarsi. Ha scontato quello che doveva scontare, è uscito. Fine.

Invece no. Perché da noi anche la libertà di una persona deve diventare materia da curva. O si applaude, o si gode. O si fa il tifo per la scarcerazione, o si scrive «gli sta bene» sotto un post, magari con la stessa profondità morale con cui si commenta il mondiale in corso.

Io non condivido nulla della destra di Alemanno. Non la storia politica, non le parole d’ordine, non l’idea di Paese, non le compagnie politiche di oggi. Proprio per questo la sua uscita da Rebibbia ci obbliga a una domanda più seria della simpatia e dell’antipatia. Che cosa pensiamo della libertà quando riguarda qualcuno che non ci piace?

È una domanda semplice, per questo scomoda. Siamo quasi tutti garantisti quando il garantismo ci somiglia. Quando riguarda un compagno, un amico, una persona della nostra parte. È molto più difficile esserlo quando davanti c’è un avversario. Ancora più difficile quando l’avversario viene da una cultura politica che, sul carcere, ha sempre usato parole muscolari e punitive. Ma i principi servono esattamente a questo: a non dipendere dal nostro umore.

La pena non è il prolungamento del rancore. Non è un supplemento di disprezzo. Non è il luogo in cui lo Stato può permettersi ciò che al cittadino è vietato. In uno Stato costituzionale la pena deve avere un inizio, una fine, una misura. Deve avere, appunto, una funzione, ponderata sulla riabilitazione, sull’individuo e meno sul reato. Può essere dura, quando la legge lo prevede. Non può diventare mai disumana.

Questa è la linea che separa la giustizia dalla vendetta. L’uscita di Alemanno dal carcere non cancella le sentenze. Non riscrive i processi. Non trasforma un condannato in una vittima. Sarebbe falso dirlo. Ma sarebbe falso anche pensare che una persona, una volta entrata in carcere, diventi soltanto il suo reato.

C’è una differenza tra colpa e degradazione. La colpa riguarda una vicenda giudiziaria. La degradazione riguarda lo Stato. Se una persona sbaglia, risponde davanti alla legge. Se lo Stato umilia, si ammala la Repubblica.

Per questo il carcere è sempre un luogo politico. Non nel senso dei partiti ma in quello più profondo. Perché lì si vede quanto vale davvero la nostra idea di persona. Lì si capisce se l’articolo 27 della Costituzione è una frase da convegno o una promessa da mantenere. Lì lo Stato incontra chi ha sbagliato e deve decidere se limitarsi a custodirlo o provare a restituirlo.

Il punto non è provare tenerezza per Alemanno. Il punto è non provare soddisfazione per il carcere di nessuno. Non c’è niente di sinistra nel godere della privazione della libertà di un avversario. Non c’è niente di democratico nel pensare che il dolore degli altri sia una forma tardiva di giustizia. Non c’è niente di civile nel dire «gli sta bene» davanti a celle sovraffollate, vite sospese, corpi chiusi, agenti penitenziari lasciati soli, diritti ridotti a eccezione.

Qui sta il nodo più duro. A volte il carcere costringe la destra a scoprire ciò che i radicali, una parte della sinistra, i garanti, le associazioni, gli operatori e tanti volontari ripetono da anni. E costringe la sinistra a dimostrare se crede davvero in quello che dice. Non quando è facile. Non quando conviene. Non quando il detenuto è «uno dei nostri». Ma quando il detenuto sta dall’altra parte. È lì che il garantismo smette di essere una parola bella e diventa una postura morale.

Ad Alemanno non va chiesto di uscire “migliore” per farci piacere. Sarebbe paternalismo. Gli va chiesta una cosa più semplice e più politica: coerenza. Se ha visto ciò che molti non vedono, lo dica anche quando non riguarda più lui. Se ha incontrato il collasso del carcere, lo racconti anche quando a soffrirlo sarà un ragazzo senza nome, un tossicodipendente, un migrante, un povero, un ultimo senza giornali fuori ad aspettarlo.

Per questo la scelta di far confluire Indipendenza in Futuro Nazionale rende tutto meno neutro. Perché il mondo politico di Vannacci parla una lingua diversa da quella che Alemanno ha usato dal carcere: più ordine, più pene, più mura. E spesso l’idea che il carcere sia la risposta semplice a problemi che semplici non sono.

Allora la domanda diventa politica, non biografica: che cosa se ne fa Alemanno di ciò che ha visto dentro, se poi sceglie una casa politica che immagina il carcere soprattutto come soluzione? La sua esperienza può diventare una crepa utile in quel campo. Oppure può restare un incidente personale, una parentesi da archiviare appena torna comodo lo slogan dell’ordine pubblico.

Il carcere italiano, però, diventa un problema solo quando ci entra un personaggio noto. La politica si accorge spesso delle cose solo quando hanno un volto riconoscibile. È un limite antico. Una ingiustizia nell’ingiustizia. Migliaia di persone non avranno mai una telecamera all’uscita. Non avranno dichiarazioni, interviste, solidarietà, polemiche. Usciranno e basta, quando usciranno. A volte senza una casa. Senza lavoro. Senza una rete. Con la libertà in mano e il vuoto davanti.

Ecco perché la discussione non può fermarsi ad Alemanno. Il tema non è lui. Il tema siamo noi. È il nostro rapporto malato con la pena. È l’idea, sempre più diffusa, che sicurezza significhi soltanto chiudere. È la rimozione collettiva di tutto ciò che accade dopo il cancello. È l’illusione che un Paese diventi più giusto se nasconde meglio le sue fratture.

Ma il carcere non nasconde. Rivela. Rivela le disuguaglianze. Rivela la povertà educativa. Rivela la fragilità mentale. Rivela l’abbandono sanitario. Rivela la solitudine degli agenti. Rivela il fallimento di una politica che parla di legalità e poi dimentica i luoghi in cui la legalità dovrebbe mostrarsi nella sua forma più alta: quella che non si vendica.

Non si tratta di assolvere un avversario. Non si tratta di cancellare responsabilità. Si tratta di ricordare che la civiltà democratica comincia anche da qui: da come una persona torna libera. Quando la pena finisce, lo Stato non dovrebbe lasciare addosso una seconda condanna invisibile. Dovrebbe chiedere conto del futuro, non inchiodare per sempre al passato.

La libertà non è un premio simpatia. È un principio. E i principi valgono soprattutto quando ci disturbano.

Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa

Abbonati