Il calcio argentino tra ribellione e sottomissione

Nel 1978 Tarantini sfidò Videla; oggi Messi si avvicina a Trump e Milei. Due simboli opposti dell’Argentina e del rapporto tra sport e potere.

Diego ProtaniBattaglia delle Idee
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ANSA

In America Latina la linea che separa il prato verde dai palazzi del potere è storicamente un fronte di lotta di classe. Il calcio, massima espressione della gioia collettiva e proletaria, è da sempre oggetto del desiderio delle classi dominanti, pronte a sequestrarne i simboli per legittimare l'oppressione o il grande capitale. Ma guardando alla storia della Selección, il modo in cui i suoi idoli hanno risposto ai padroni di turno racconta una dolorosa parabola: quella che va dall'anarchia militante e rischiosa di Alberto Tarantini alla preoccupante transizione neoliberista di Lionel Messi.

Per ritrovare l’orgoglio della dignità operaia applicata al pallone bisogna tornare al 25 giugno 1978. L’Argentina vince il Mondiale mentre a pochi metri dal Monumental, nei centri di detenzione clandestina come la ESMA, la giunta militare fascista di Jorge Rafael Videla – braccio armato dell'imperialismo economico – tortura e fa sparire la gioventù socialista. Quando il boia Videla scende negli spogliatoi per ripulirsi le mani di sangue con il sudore dei campioni, trova sulla sua strada Alberto El Conejo Tarantini.

Il terzino, un calciatore di strada senza contratti miliardari a proteggerlo, compie un sabotaggio iconoclasta. Si infila la mano nei pantaloncini, si strofina platealmente i genitali e, un istante dopo, costringe il dittatore a incassare una storica umiliazione proletaria in mondovisione. Poco dopo, romperà il protocollo esigendo di sapere che fine abbiano fatto i suoi amici desaparecidos. Mentre i generali cercavano di seppellire nel silenzio i crimini della dittatura, Tarantini usò la ribellione dei corpi e la parola per strappare dall'oblio i volti dei trentamila desaparecidos argentini. Con il coraggio cieco di chi non ha nulla da perdere se non la propria dignità, il terzino ruppe il protocollo del regime per gridare in faccia a Videla i nomi dei suoi amici inghiottiti dai voli della morte.

Quella di Tarantini fu un'insubordinazione fisica e viscerale, un atto di pura resistenza che risuona ancora come un grido di libertà contro la dittatura. Un affronto che trovò la ferma contrarietà del capitano Daniel Passarella, figura d'ordine e uomo d'area tutt'altro che propenso a sfidare le gerarchie militari. Passarella cercò di dissuadere il compagno, vedendo in quel gesto un’inutile e pericolosa provocazione borghese contro l'autorità costituitasi con la forza delle armi. Per non parlare di Claudio Tamburrini, portiere dell'Almagro e studente di filosofia, fu sequestrato nel 1977 dalla giunta Videla. Rinchiuso nel centro di tortura della Mansión Seré, rifiutò di piegarsi al fascismo di Stato. La notte del 24 marzo 1978 compì il miracolo: calandosi nudo da una finestra con lenzuola annodate, evase sotto i fucili, fuggendo in Svezia per testimoniare e condannare i carnefici. Nel 1985, le testimonianze dei sopravvissuti come Claudio Tamburrini squarciarono il silenzio complice della dittatura. Davanti ai giudici della democrazia ritrovata, le vittime dei centri clandestini raccontarono i dettagli scientifici della tortura e dei voli della morte. Quell’aula si trasformò in un tribunale di classe: la parola dei perseguitati inchiodò Videla e la giunta fascista alle proprie responsabilità storiche e penali. Altro caso eclatante fu quello del capitano della Nazionale. A cinque mesi dal Mondiale del 1978, il capitano dell'Argentina Jorge Carrascosa compie il sabotaggio più nobile del calcio moderno: sbatte la porta in faccia a Videla. "El Lobo", terzino sinistro e pupillo di Menotti, si ritira a soli 27 anni, rinunciando alla gloria eterna. Il suo è un No politico, urlato con il silenzio della dignità operaia contro il fascismo di Stato. Carrascosa capisce che la dittatura vuole usare il sudore della Selección come oppio dei popoli per coprire l'orrore dei trentamila desaparecidos e le torture della ESMA. Rifiuta di farsi scudo umano dei macellai neoliberisti e di alzare una coppa lorda di sangue proletario. Un'obiezione di coscienza totale che cede la fascia al reazionario Passarella e la maglia al ribelle Tarantini. La coppa dei generali non valeva il tradimento della propria classe.

Quasi mezzo secolo dopo, lo scenario si è capovolto, svelando il volto più cinico del calcio moderno trasformato in industria. Se nel 2022 Lionel Messi aveva illuso le masse rifiutando la sfilata alla Casa Rosada dell'allora governo peronista, i nodi sono venuti al pettine. La "neutralità" della Pulce non era indipendenza, ma l'anticamera di un preciso posizionamento ideologico e commerciale. La rottura definitiva con l'eredità nazional-popolare di Diego Maradona – che portava Fidel Castro tatuato sulla pelle – si è consumata alla Casa Bianca. L’immagine di Messi che sorride e omaggia Donald Trump con un pallone rosa glitterato dell'Inter Miami ha squarciato il velo dell'apoliticismo. Non è più il calcio che sfida i potenti, è il calciatore-azienda che si fa strumento della destra globale. Un assist perfetto capitalizzato immediatamente a Buenos Aires dal presidente anarco-capitalista Javier Milei. Il leader ultra-liberista ha subito blindato la stella del calcio usandola come clava contro le opposizioni e la sinistra: “Se vi mettete contro Messi, vi mettete contro tutti noi”.

L'accostamento è impietoso. Nel 1978, Tarantini usava il proprio corpo per denunciare il fascismo di Stato, rischiando la vita e schierandosi dalla parte degli ultimi. Oggi, Messi si lascia utilizzare come icona pop dai paladini del neoliberismo più sfrenato, prestando la propria popolarità planetaria a leader che predicano la distruzione dello Stato sociale e dei diritti dei lavoratori. Due Argentine campioni del mondo, due risposte antitetiche. Il calcio di strada di Tarantini sputava in faccia al tiranno in nome del popolo; il calcio-miliardario di Messi stringe la mano ai padroni del mondo, lasciando i tifosi orfani di veri eroi e orribilmente esposti alla propaganda del capitale.

La parabola che storicamente separa il titanismo proletario di Alberto Tarantini dall’odierna postura di Lionel Messi fotografa il definitivo tramonto del calcio come spazio di emancipazione popolare, ridotto ormai a feticcio dell'accumulazione capitalistica. Nel 1978, la fisicità dissacrante del terzino umiliava l’antropologia neofascista di Videla; un’insubordinazione di classe che restituiva il trionfo sportivo ai corpi violati dei desaparecidos. Oggi, l’allineamento di Messi all'asse anarco-capitalista di Milei e all'imperialismo trumpiano squarcia il velo della finta neutralità borghese. Non c'è apoliticismo nell'abbraccio con i padroni del mercato: c'è la sottomissione cosciente del calciatore-azienda alla reazione neoliberista. Messi ha tradito la Rosario operaia per farsi megafono pop delle destre globali. Ieri il pallone sputava in faccia ai tiranni, oggi bacia la mano ai carnefici del welfare sociale.

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