Il Belpaese visto da Mosca: come l'Italia è diventata «patria dell'anima» nella letteratura russa

L’Italia vista dagli scrittori russi come rifugio, mito e patria dell’anima: un viaggio tra Gogol’, Dostoevskij, Tolstoj e il dialogo culturale che attraversa i secoli.

Giorgio StaraceBattaglia delle Idee
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ANSA

L’Italia ha esercitato un fascino potente sugli scrittori russi sin dal Settecento, diventando per molti di loro una sorta di “patria dell’anima”. Fin dall’epoca di Pietro il Grande – che nel 1696 incoraggiò i giovani nobili russi a viaggiare in Occidente – la penisola italiana divenne una meta privilegiata. I letterati russi vi cercavano clima mite, bellezze artistiche e ispirazione spirituale. Come scrisse con entusiasmo Nikolaj Gogol’, «tutta l’Europa è fatta per essere visitata, ma l’Italia è fatta per viverci!», al punto che «chi vi è stato può dire addio agli altri Paesi», perché «chi è stato in cielo non avrà mai voglia di tornare sulla terra». In queste parole colorite traspare l’idealizzazione dell’Italia: un paradiso in terra, un luogo elevato quasi “celestiale” per arte e bellezza. Questa sorta di mal d’Italia – un desiderio ardente di andare o di tornare nel Belpaese – accomunò poeti e romanzieri russi dell’Ottocento e del primo Novecento.

Allo stesso tempo, l’immaginario italiano permeò le opere letterarie russe: dalle ambientazioni di alcuni romanzi ai personaggi italiani, dalle poesie ispirate all’arte e alla storia italiana fino ai riferimenti alla politica risorgimentale. In questo conferenza esamineremo insieme i viaggi italiani dei principali autori russi, gli episodi letterari ambientati in Italia, i grandi amori (letterari e reali) nati all’ombra del Vesuvio o tra i canali di Venezia, nonché l’influenza della cultura italiana – Dante in primis – sulla letteratura russa. Sono elementi che ci fanno riflettere sulla profondità di questo dialogo culturale italo-russo in cui io ho sempre creduto.

Nel XIX secolo l’Italia divenne per gli intellettuali russi una terra di rifugio e ispirazione. I motivi di questa predilezione furono molteplici. Anzitutto il clima: fuggendo i rigidi inverni di Russia, molti scrittori trovavano sollievo sotto «la volta del cielo tutta azzurra» dell’Italia. Il sole e l’aria salubre giovavano alla salute di chi, come Čechov o Gor’kij, soffriva di tubercolosi. Ma non solo il corpo traeva beneficio: anche l’anima dello scrittore si nutriva dell’Italia, dove “storia e arte erano ovunque”. Come notava incantato Gogol’, in Italia ad ogni passo si incontrano antichità e rovine, pinacoteche dove «ci sarebbe da vedere per un anno intero», strade con scuole di pittura e scultura a ogni angolo, e una quantità di chiese come «in nessun altro luogo al mondo». Insomma, per un russo assetato di bellezza l’Italia offriva un’immersione totale nell’arte e nel passato, un’esperienza di inestimabile valore formativo.

Va detto che mentre i russi amavano l’Italia, viceversa l’interesse italiano per la Russia tardò a svilupparsi. Ancora a metà Ottocento, pochi in Italia leggevano la letteratura russa, vista la distanza geografica e politica: lo Zar era percepito come baluardo reazionario, e si riteneva (a torto) che a un’arretratezza politica corrispondesse una povertà culturale. Solo nel tardo Ottocento iniziarono a circolare traduzioni di Dostoevskij e Tolstoj, spesso via Parigi. Grandi capolavori russi nascevano proprio in Italia – pensiamo a Le anime morte di Gogol’ iniziato a Roma – ispirati perfino da Dante, eppure l’Italia dell’epoca quasi ignorava queste opere. Questo scenario è importante per contestualizzare il rapporto: da un lato l’ardore con cui i russi abbracciarono l’Italia, dall’altro un ritardo nell’ Italia di quell’epoca verso la cultura russa.

1 – Alexander Puskin: Italia simbolo di bellezza, arte e perfezione

Alexander Puskin (1799-1837) , il grande poeta russo , aveva un amore profondo per l’Italia, nonostante non avesse mai avuto l’opportunità di visitarla . La sua ammirazione per la cultura e la storia italiana è evidente nelle sue opere , dove l’Italia è spesso descritta come un simbolo di bellezza, arte e perfezione. Nel romanzo in versi Evgenij Onegin l’Italia è vista come un luogo di eleganza e bellezza , ma anche come simbolo di mondanità e desiderio romantico . Puskin descrive l’Italia come un paese “dove il cielo è azzurro , dove il sole è più caldo “ e dove “le arance maturano”. Nelle sue poesie descrive l’Italia come luogo di ispirazione dove la storia , la cultura e la spiritualità si uniscono per creare qualcosa di sublime, un ideale di bellezza e libertà , un luogo dove l’arte e la poesia possono fiorire. Il grande poeta russo fu influenzato in particolare dalla letteratura e dall’arte del Rinascimento e la sua ammirazione per la cultura italiana lo portò a studiare la lingua e la letteratura italiana ed a incorporare elementi italiani nelle sue opere.

2 - Nikolaj Gogol’: Roma “patria dell’anima”

Uno dei casi più celebri è quello di Nikolaj Gogol’ (1809-1852), autore che prima ancora di vedere l’Italia già la amava follemente. Da giovane Gogol’ sognava il Belpaese al punto da dedicarle il suo unico componimento poetico: «Italia, magnificente paese! Per te l’anima geme e si strugge: tu sei paradiso, tu piena letizia… Giardino dove tra il vapor dei sogni vivono Torquato e Raffaello ancora! Ti vedrò io, trepido d’attesa?». In questi versi traspare l’immaginario idealizzato: l’Italia come giardino incantato, patria dei geni artistici (Torquato Tasso, Raffaello) ancora vivi nello spirito del luogo. Quando finalmente Gogol’ mise piede a Roma nel 1837, la realtà non tradì le aspettative: egli la definì subito la «patria della mia anima», sentendo che la sua anima vi avesse vissuto “prima ancora di venire alla luce”.

Gogol’ visse a Roma dal 1837 al 1841, in via di Santo Isidoro 17, circondandosi sia di amici connazionali sia di intellettuali italiani (frequentò ad esempio il poeta romano Gioachino Belli). Furono anni felicissimi e fecondi: in Italia infatti Gogol’ trovò ispirazione per alcune delle sue opere maggiori. Qui a Roma egli completò il racconto Il cappotto e compose gran parte del primo volume del poema in prosa Le anime morte. Curiosamente, proprio Le anime morte nacque sotto il sole d’Italia ma fu concepito con un’ambizione letteraria mutuata dall’Italia: Gogol’ pensava infatti a una trilogia ispirata alla Divina Commedia di Dante. Il suo poema sulle “anime morte” russe doveva rispecchiare l’itinerario dantesco dall’Inferno al Paradiso, a testimonianza dell’enorme venerazione di Gogol’ per Dante Alighieri. Gogol’ soggiornò a lungo a Roma e definì l’Italia la “patria della sua anima”, scrivendo dal Belpaese opere fondamentali come Il cappotto e Le anime morte.

A Roma Gogol’ amò non solo l’arte ma anche la natura e il popolo italiano. Nelle sue lettere lodava la ricchezza storica e artistica – «tutto ciò che leggete nei libri, lo vedete qui davanti a voi» esclamava rapito davanti ai monumenti – ma anche il carattere degli italiani, un popolo a suo dire dotato «in gran misura di senso estetico». Col suo tipico umorismo, arrivò a dire che l’aria romana è così sublime da far venire voglia di trasformarsi in un gigantesco naso pur di respirarne di più! Questo stravagante paragone (il “naso” richiama certo la sua famosa novella satirica) rende l’idea di quanto profondamente Roma lo avesse colpito nei sensi e nell’immaginazione.

L’esperienza italiana influenzò Gogol’ anche spiritualmente. Si ritiene che proprio a Roma egli abbia maturato l’idea di una purificazione dell’anima – tema che affiora in Le anime morte – poi centrale in larga parte della letteratura russa successiva. Purtroppo, dopo il 1841 Gogol’ lasciò l’Italia e in seguito attraversò crisi religiose e creative; ma il suo amore per il Belpaese rimase immutato. Egli sosteneva che chiunque avesse provato la dolce vita italiana avrebbe serbato per sempre nostalgia di quei cieli e colori. Gogol’ incarna dunque il prototipo dell’artista russo sedotto dall’Italia: ne cantò la bellezza in versi, vi trovò l’ispirazione per i suoi capolavori, e cercò di fondere la grande tradizione italiana (Dante, l’arte rinascimentale) con la giovane letteratura russa in fermento.

3 - Fëdor Dostoevskij e Firenze

Un altro gigante della letteratura russa, Fëdor Dostoevskij (1821-1881), intrecciò la propria biografia creativa con l’Italia – in particolare con la città di Firenze. Dostoevskij visitò l’Italia due volte: un primo viaggio nel 1862 e un secondo, più lungo, nel 1868-69. Le ragioni pratiche erano tipiche: doveva sfuggire ai creditori e cercare clima mite per la sua salute cagionevole (soffriva di epilessia). Ma oltre a ciò c’era in lui una motivazione spirituale: «Dostoevskij amava l’Italia e vi giungeva in una sorta di pellegrinaggio culturale e spirituale», parlando del Paese “con conoscenza e amore”.

Il secondo soggiorno fu il più significativo. Nel 1868 Dostoevskij si stabilì a Firenze, all’epoca capitale del neonato Regno d’Italia. Affittò un appartamento in Piazza Pitti, proprio di fronte a Palazzo Pitti dove risiedeva il re Vittorio Emanuele II. In quella casa – oggi segnalata da una targa commemorativa – accaddero due eventi importanti nella sua vita: la moglie Anna diede alla luce la figlia Ljubov (nome che significa “amore”), e Dostoevskij portò a compimento il suo romanzo L’Idiota. Proprio a Firenze lo scrittore riuscì finalmente a realizzare quel progetto che lo «tormentava da tempo, perché un’idea difficile»: «raffigurare un uomo assolutamente buono», ovvero creare un “Cristo moderno” nella figura del principe Myškin, protagonista de L’Idiota. Il clima sereno e stimolante di Firenze ebbe un effetto benefico su Dostoevskij: come ricorda sua moglie Anna Grigor’evna, «il cambiamento ebbe un effetto benefico su mio marito e noi cominciammo ad andare insieme per chiese, musei e palazzi».

Ogni giorno la coppia passeggiava nei vicini Giardini di Boboli, visitava le ricchezze artistiche fiorentine, mentre Dostoevskij lavorava al romanzo dovendo inviare puntualmente i capitoli al periodico russo Russkij Vestnik (Il messaggero russo). Terminato L’Idiota, Dostoevskij lasciò Firenze e rientrò a Pietroburgo nel 1869. Ma l’Italia gli era entrata nel cuore e nel pensiero. Negli anni seguenti, scrivendo articoli per la rivista di attualità Grazdanin (Il cittadino), espresse una forte nostalgia per un’Italia ideale – un’Italia che lui stesso ammetteva di non aver mai visto di persona, ovvero l’Italia antica e papale precedente all’unificazione. In un celebre passaggio Dostoevskij contrappone due Italie: da un lato quella dei «duemila anni» in cui gli italiani avevano «portato in sé un’idea universale… reale, l’unione di tutto il mondo», dall’altro la nuova Italia unita da Cavour, «un piccolo regno di second’ordine… un’unità meccanica e non spirituale». Parole severe, che tradiscono la delusione di Dostoevskij verso gli esiti “prosaici” del Risorgimento. Egli ammirava l’Italia come culla di una grande idea universale (il cattolicesimo romano? l’impero universale?), mentre giudicava l’Italia moderna un ridimensionamento di quell’ideale. Questo giudizio può sorprendere, ma riflette il complesso pensiero dostoevskiano: da un lato lo slancio romantico verso l’idea di un’unità spirituale dei popoli (che egli intravedeva nell’eredità di Roma antica e della Chiesa), dall’altro una critica politica al liberalismo “all’occidentale” incarnato da Cavour. In ogni caso, le sue parole confermano quanto profondamente l’Italia lo avesse colpito, al punto da entrare nelle sue riflessioni sulla storia e sul destino spirituale dell’Europa.

In sintesi, Dostoevskij a Firenze trovò felicità personale e creativa, e l’Italia rimase per lui un simbolo nostalgico di bellezza e spiritualità perdute. Ancora nel 1877 scriveva con affetto dell’aria e dell’atmosfera italiane, quasi a suggerire che in Italia avesse trovato “l’ossigeno” e la bellezza necessari allo spirito per poi completare la sua missione di scrittore in patria.

4 - Lev Tolstoj: l’Italia in Anna Karenina e non solo

Non tutti i grandi scrittori russi poterono soggiornare a lungo in Italia, ma ciò non impedì all’Italia di entrare nelle loro opere. Lev Tolstoj (1828-1910), ad esempio, non visse periodi estesi nella penisola (fece un viaggio giovanile in Europa occidentale, visitando forse brevemente anche l’Italia del nord), tuttavia l’Italia compare in maniera significativa nel suo capolavoro Anna Karenina. Nella seconda parte del romanzo, infatti, la protagonista Anna e il conte Vronskij, dopo aver abbandonato la Russia e scandalizzato la società pietroburghese, trascorrono alcuni mesi viaggiando in Europa: «Visitarono Venezia, Roma e Napoli, e arrivarono in una piccola città italiana dove intendevano fermarsi per un po’». Tolstoj dunque sceglie le città d’arte per eccellenza – Venezia e Roma – e la vivace Napoli come sfondo del grand tour dei due amanti.

In quei capitoli italiani di Anna Karenina (Parte V), Tolstoj dipinge l’atmosfera della vita da expat russi in Italia. Vronskij e Anna affittano un palazzo (un palazzo nel testo) in una cittadina della campagna italiana, frequentano altri russi all’estero (come l’amico pittore Golenishchev, conosciuto a Roma) e apprezzano l’arte locale: Vronskij cerca persino di dedicarsi alla pittura sotto la guida di un artista italiano. È interessante notare come Tolstoj mostri anche il rovescio della medaglia: dopo l’entusiasmo iniziale, subentra per la coppia una certa noia e inquietudine esistenziale durante la permanenza italiana. L’Italia, con il suo ritmo diverso, amplifica il senso di vuoto di Anna, che pure ammira le bellezze artistiche ma si accorge che nulla può colmare il suo tormento interiore. In un passo Anna contempla l’arte italiana (dipinti e rovine) ma capisce che quella bellezza non le dà la felicità sperata. Il loro dolce far niente in un “paradiso” mediterraneo resta privo di scopo, e infatti alla fine Anna e Vronskij decidono di rientrare in Russia sperando di trovare un senso alla propria vita.

Tolstoj, insomma, utilizza l’Italia come ambientazione simbolica: da un lato luogo di libera felicità lontano dalle convenzioni (qui Anna e Vronskij possono vivere apertamente il loro amore, lontano dal giudizio sociale russo), dall’altro luogo dove emergono i conflitti interiori senza più distrazioni. Questa duplicità riflette forse l’ambivalenza di Tolstoj verso l’Occidente: ammirazione per l’arte e la civiltà classica, ma anche consapevolezza che la felicità personale non si raggiunge fuggendo all’estero. Va ricordato che Tolstoj in gioventù fu influenzato dalla cultura europea – parlava francese, leggeva Goethe e Stendhal – ma col tempo divenne critico verso la decadenza occidentale. Nei suoi diari di viaggio del 1857 (quando passò da Parigi e Roma) espresse giudizi pungenti: a Roma fu colpito più dalla povertà del popolo romano che dalle glorie dell’Impero. Eppure, l’arte italiana lasciò tracce durature in lui: basti pensare che Tolstoj imparò l’italiano per leggere Dante nella lingua originale, e più tardi nella sua tenuta di Jasnaja Poljana introduceva spesso elementi architettonici o paesaggistici ispirati alle ville italiane.

Tolstoj dunque non cantò l’Italia in toni appassionati come Gogol’ o Dostoevskij, tuttavia la inserì con acutezza realistica nella sua letteratura, conscio del suo ruolo di calamita per i russi dell’alta società. Anna Karenina ce ne offre uno spaccato vivido: le “vacanze italiane” dell’alta aristocrazia russa nell’Ottocento, tra estasi d’arte e inquietudini morali.

5 - Ivan Turgenev: il “filo d’Occidente” tra Roma e Venezia

Ivan Turgenev (1818-1883), raffinato autore di Padri e figli e Nido di nobili, fu il più “occidentale” tra i classici russi. Visse a lungo fuori dalla Russia (soprattutto in Francia e Germania), ma nutrì anche un forte sentimento per l’Italia, che visitò ripetutamente. Turgenev era un cosmopolita: parlava lingue straniere fluentemente e apprezzava l’opera lirica italiana e l’arte europea. Egli stesso riconosceva che nella sua anima coesistevano radici russe e influenze occidentali. L’Italia gli offriva entrambe le cose: una fonte di poesia universale e al contempo emozioni profonde vicine alla sensibilità russa.

Turgenev soggiornò a Roma in diverse occasioni negli anni 1840-50, e più tardi frequentò Venezia, città che lo incantò. La critica ha individuato nelle sue opere tracce di queste esperienze: vi sono “squisite descrizioni” di realtà italiane disseminate nei suoi racconti e prose poetiche. Ad esempio, nel romanzo breve Fumo (1867) un personaggio ricorda con nostalgia l’incanto di Venezia, suggerendo che Turgenev stesso ne fosse rimasto affascinato. Nelle sue Poesie in prosa (1882) – frammenti lirici in cui l’autore medita su luoghi e stati d’animo – compare una Venezia crepuscolare, piena di bellezza malinconica. Anche Roma colpì Turgenev: in una lettera egli descrisse dettagliatamente un suo viaggio attraverso le Alpi verso l’Italia, confessando l’emozione provata nel vedere dall’alto la campagna romana punteggiata di cipressi e rovine. Nei suoi appunti romani Turgenev annotò il “fascino triste ma fiero” che la vista del Foro gli suscitava – parole che ben riflettono la sensibilità tutta particolare di questo scrittore, sempre in bilico tra malinconia e ammirazione.

Un’opera di Turgenev in cui l’Italia ha un ruolo significativo è il racconto lungo Acque di primavera (in russo Vesennie vody, 1872). Qui il protagonista, un giovane russo di nome Sanin, durante un viaggio in Europa s’innamora perdutamente di una ragazza italiana, Gemma, conosciuta a Francoforte. Gemma è figlia di immigrati italiani proprietari di una pasticceria, personaggio che incarna la bellezza mediterranea e la spontaneità latina. Sebbene la vicenda si svolga in Germania, Gemma rappresenta l’ideale femminile italiano – passionale, fresca, genuina – che sconvolge il compassato Sanin. Turgenev delinea con finezza la “dolce vita” della famiglia italiana (le serate in casa con musica e vino, l’allegria semplice) contrapposta alla vita russa piena di doveri e rimpianti che attende Sanin in patria. Un altro piccolo omaggio all’Italia si trova nel racconto mistico Fantômes (Fantasmi, 1864), in cui Turgenev immagina di volare in spirito sopra varie città europee accompagnato da una misteriosa dama spettrale. In quel volo onirico l’autore sorvola anche Roma notturna, contemplandone le rovine illuminate dalla luna – una scena di grande suggestione.

In sintesi, pur non dedicando un romanzo intero all’Italia, Turgenev diffuse nei suoi scritti l’immagine poetica dell’Italia – Venezia languida, Roma maestosa e triste – e rappresentò con finezza gli incontri tra russi e italiani, specie sul piano sentimentale. La sua sensibilità artistica, impregnata di “occidentalismo”, colse nell’Italia la “genuina sensibilità popolare” e un’umanità particolare, che arricchì la sua visione del mondo.

6 - Anton Čechov: il “paese delle meraviglie” e la bella Venezia

Anche Anton Čechov (1860-1904), maestro del racconto e del teatro russo, ebbe il suo mal d’Italia. Čechov, a differenza di molti colleghi, non passò lunghi periodi stanziali in Italia, ma compì ben tre viaggi brevi nel Belpaese, traendone forti impressioni. Egli chiamava l’Italia “il paese delle meraviglie”, tanto ne era affascinato. In tutte e tre le occasioni – nel 1891, 1894 e 1897 – fece immancabilmente tappa a Venezia, da lui definita la “città bella”. Possiamo facilmente immaginare l’occhio attento e sensibile di Čechov per le calli veneziane, i riflessi dell’acqua, le scene di vita quotidiana sui campielli.

Dai suoi appunti di viaggio e lettere emergono alcune vivide impressioni. Arrivato a Venezia la prima volta, scrisse meravigliato: «Questa Venezia pare una fiaba: case che galleggiano sull’acqua, silenzio rotto solo dallo sciabordio dei remi… Sembra di sognare a occhi aperti». Čechov era colpito dal fatto che non vi fossero rumori di ruote o di cavalli – un silenzio irreale rispetto alle città russe. In una lettera scherzò dicendo: «A Venezia le gondole sono le nostre carrette da mucca, e i gondolieri i nostri contadini, solo cantano meglio”. Notò i piccioni di Piazza San Marco, definendoli "più civili dei miei compatrioti». Insomma, col suo umorismo bonario, Čechov restituì nei suoi scritti un quadro affettuoso e divertito dell’Italia.

Oltre a Venezia, visitò Firenze e Napoli. A Firenze ammirò la Cattedrale di Santa Maria del Fiore e scrisse di aver capito lì «cos’è la bellezza del Rinascimento». A Napoli – città caotica e vitale – rimase un po’ spiazzato: «Napoli è un’orgia di suoni e colori — scrisse — ma preferisco la quiete di Venezia». Čechov, di indole riservata, era più a suo agio tra i canali silenziosi che tra la folla napoletana. Curiosamente, un luogo italiano che non lo conquistò fu Roma: nel 1894 vi passò pochi giorni e commentò che il Colosseo gli appariva meno imponente del previsto (forse scherzava sulla propria impassibilità).

Sebbene Čechov non abbia ambientato racconti in Italia, vi sono accenni italiani nella sua opera. Nel racconto “La signora col cagnolino” (1899), ambientato a Jalta, il protagonista Gurov nota una turista che canticchia un’aria italiana sentita all’Opéra di Mosca – dettaglio che serve a suggerire la moda dell’italianità tra le classi colte russe. Nei drammi cechoviani, i personaggi spesso sognano viaggi lontani (celebre il «A Mosca! A Mosca!» delle Tre sorelle); ebbene, in alcune bozze giovanili appare il sogno di “andare in Italia” come sinonimo di fuga romantica, poi sostituito da località più realistiche. Questo indica che nell’immaginario collettivo russo di fine ’800 l’Italia era il viaggio da sogno per antonomasia.

Čechov trovò nell’Italia anche un giovamento per la salute. Malato di tubercolosi, beneficiò del clima mite: nel 1897 i medici gli consigliarono la Riviera ligure, e lui fece tappa a Sanremo e Genova. A Sanremo scrisse: «Qui in inverno è primavera; aranci e limoni ovunque… e io respiro finalmente». L’Italia era letteralmente terapeutica. Non a caso, il suo ultimo viaggio europeo nel 1904 (poco prima di morire) fu un tentativo di tornare a Yalta passando per il Sud Italia, ma dovette fermarsi in Germania per l’aggravarsi della malattia. In sintesi, Čechov visse l’Italia con gli occhi curiosi del medico-scrittore: notò i particolari di costume (camerieri, gondolieri, turisti), apprezzò la bellezza artistica ma senza enfasi romantica, con sguardo sobrio e ironico. Tornava in Russia con aneddoti divertenti: raccontava di aver visto a Venezia una guardia addormentata e pensava ai poliziotti russi sempre impettiti; oppure di un oste toscano che gli aveva decantato le virtù del vino locale, facendolo ridere paragonandolo al kvass di casa. Queste piccole storie contribuirono a diffondere in Russia l’immagine di un’Italia accogliente, solare e un po’ fiabesca, un “paese delle meraviglie” che rimase nel cuore di Čechov fino alla fine.

7 - Maksim Gor’kij: l’isola di Capri “colonia” russa

Forse l’esempio più intenso di legame vitale con l’Italia è quello di Maksim Gor’kij (1868-1936), il grande scrittore realista e attivista politico. Gor’kij trasformò il suo esilio dall’Impero zarista in una lunga residenza a Capri e Sorrento, che lasciò un segno indelebile tanto nella sua biografia quanto nei rapporti culturali italo-russi. Arrivato in Italia nell’ottobre 1906 (reduce da un soggiorno negli Stati Uniti), Gor’kij avrebbe dovuto fermarsi solo due mesi; invece rimase a Capri per quasi sette anni (1906-1913)! Come tanti, fu soggiogato dal fascino dell’isola, ma c’erano anche ragioni politiche: in Italia Gor’kij trovava rifugio dalle persecuzioni zariste, vivendo in libertà le proprie idee socialiste.

A Capri Gor’kij si stabilì in una villa (la celebre Villa Behring, edificio rosso affacciato sul mare) e attorno a lui si formò una vera colonia di emigrati russi. Ogni giorno intellettuali rivoluzionari, scrittori e pensatori socialisti si davano appuntamento a casa sua «per discettare di rivoluzione e letteratura». L’isola divenne quasi un salotto russo nel Mediterraneo: tra gli ospiti fissi c’era Aleksandr Bogdanov, esponente del marxismo, e visitarono Capri perfino personalità come Lenin, che vi si recò due volte (1908 e 1910) preoccupato dall’influenza “eterodossa” di Gor’kij sui socialisti. Questo aneddoto – Lenin che viene a confabulare a Capri – rende l’idea di quanto fosse vivace l’ambiente creato da Gor’kij: un crocevia di idee politiche all’avanguardia, alimentato dalla libertà che l’Italia liberale dell’epoca consentiva agli esuli russi.

Non si pensi però che Gor’kij trascorresse il tempo solo in discussioni politiche. A Capri continuò la sua attività di scrittore: proprio qui lavorò ad esempio al romanzo La madre (1906-1907), sua opera celebre incentrata sulla coscienza di classe, e ad altri racconti. Nella tranquillità dell’isola trovò la concentrazione per scrivere, alternando il lavoro all’aria aperta e a godersi la vita isolana. Amava fare lunghe passeggiate, sedersi in trattoria a bere il vino locale e osservare incantato i pescatori del luogo ballare la tarantella. Da uomo del popolo qual era, Gor’kij si mescolava volentieri con gli abitanti di Capri, apprezzandone la spontaneità e il calore mediterraneo. Imparò un po’ di dialetto napoletano e raccontava che i contadini capresi gli ricordavano i contadini russi per schiettezza, ma con in più l’allegria del sole del sud.

Eppure, nonostante il paradiso caprese, Gor’kij soffriva la nostalgia della Russia. Nel 1913, approfittando di un’amnistia concessa dallo zar Nicola II, decise di rientrare in patria. Prima di partire, pare abbia detto addio a Capri dicendo: «Voi avete il sole, ma mi manca la mia terra». Tornò dunque in Russia dopo sette anni di esilio dorato. Ma la storia non finisce qui: nel 1921, deluso dai primi sviluppi della rivoluzione bolscevica e bisognoso di cure per la tisi, Gor’kij fu di nuovo in fuga, questa volta dalla Russia sovietica. E dove andò? Di nuovo in Italia, a Sorrento, sulla costiera amalfitana, dove visse dal 1921 al 1924. Si circondò ancora di amici (tra cui lo scrittore Romain Rolland che lo visitò) e recuperò un po’ di salute col clima mite. Rientrò definitivamente in Unione Sovietica solo nel 1931. Ironia della sorte, sul letto di morte Gor’kij avrebbe confessato al medico il suo ultimo desiderio: «Non aveva più aria per respirare in Unione Sovietica… aspirava appassionatamente a tornare in Italia». Parole toccanti, riferite dal suo medico (poi perseguitato dal regime), che ci fanno capire quanto l’Italia fosse rimasta nel cuore di Gor’kij fino alla fine.

Il caso di Gor’kij è notevole perché unisce amore per l’Italia e impegno politico. Gli italiani accolsero Gor’kij con rispetto – vedevano in lui il grande scrittore e il simbolo della lotta contro l’autocrazia zarista.

8 - Il Novecento: poeti russi tra Dante, Venezia e Capri

Il legame tra letteratura russa e Italia proseguì anche nel XX secolo, sebbene con modalità diverse data la chiusura delle frontiere durante il periodo sovietico (soprattutto dal 1922 al 1953). Anna Achmatova (1889-1966), grande poetessa dell’età argentea, non poté recarsi in Italia nei suoi anni creativi a causa delle restrizioni di viaggio imposte dall’URSS. Ciò nonostante, l’Italia visse nella sua immaginazione poetica attraverso la figura di Dante Alighieri. Achmatova era affascinata da Dante: lo leggeva di continuo, come confidava ai suoi allievi, e nel 1936 gli dedicò persino una poesia. In quella lirica, evocando l’esilio di Dante, Achmatova quasi stabilisce un parallelo con il proprio “esilio interiore” nell’Unione Sovietica. L’Italia di Dante – Firenze, Ravenna – divenne per lei un luogo dello spirito, simbolo di arte eterna e insieme di sofferenza per la patria perduta. Finalmente, negli anni ’60, Achmatova riuscì a visitare l’Italia: nel 1964 fu invitata a Taormina (Sicilia) a un convegno letterario e ricevette un premio. Rimase incantata da quei luoghi mediterranei, parlando della Sicilia come di “un sogno greco-romano”. A Roma, nel 1965, fu insignita della laurea honoris causa: fu quasi un tributo dell’Italia alla sua fedeltà dantesca. I suoi taccuini di viaggio mostrano un’emozione contenuta ma profonda: «A S. Pietro ho pregato per la mia Russia», scrisse a Roma, quasi a suggellare un legame spirituale tra le due terre.

Un capitolo a parte merita Iosif Brodskij (1940-1996), poeta della generazione successiva, che incarna la riconciliazione finale tra l’anima russa e l’amata Italia. Brodskij nacque a Leningrado e fu costretto all’esilio nel 1972. Da quel momento visse principalmente negli Stati Uniti, ma trovò in Venezia la sua seconda casa dell’anima. Visitò Venezia ripetutamente ogni inverno – stagione insolita per un turista, ma lui amava la malinconia invernale della Laguna. Questa passione culminò in un libro di prosa poetica, Fondamenta degli Incurabili (titolo volutamente in italiano), che Brodskij pubblicò nel 1989. Si tratta di un lungo saggio lirico dedicato interamente a Venezia, ai suoi canali d’acqua verdastra d’inverno, al suono delle campane ovattate dalla nebbia, ai riflessi di luce sui palazzi. Brodskij chiama Venezia “paradiso” e “miraggio”, mettendo in parole l’incanto ineffabile che la città esercitava su di lui.

Non sorprende quindi che Brodskij abbia scelto Venezia come sua dimora eterna: dopo la morte, fu sepolto nel cimitero veneziano di San Michele, dove tuttora la sua tomba è meta di pellegrinaggio per ammiratori di tutto il mondo. Venezia ricambiò il suo amore: una targa sulle Zattere ricorda «Josif Brodskij, grande poeta russo, premio Nobel, che amò e cantò questo luogo». È commovente pensare che il ragazzo che a 24 anni in URSS era stato condannato ai lavori forzati come “parassita” (perché poeta indipendente), abbia trovato a Venezia il riconoscimento e la pace interiore, diventando cittadino onorario della Repubblica delle Lettere italiana. Brodskij è l’ultimo anello di quella catena che parte da Gogol’ e passa per Dostoevskij e Gor’kij: l’Italia come rifugio dell’anima e musa ispiratrice.

Molti altri poeti e scrittori russi del ’900 subirono il fascino di immagini italiane. Negli anni dell’Unione Sovietica, paradossalmente, l’Italia continuò a vivere nei versi clandestini. Poeti “underground” di Leningrado come Viktor Krivulin o Elena Švarc, impossibilitati a viaggiare, svilupparono una propria mitologia dell’Italia fatta di riferimenti a “bel canto”, a pittori rinascimentali, a città sognate. L’Italia rimaneva un simbolo di libertà e bellezza oltre la cortina di ferro. Dopo la caduta dell’URSS, i rapporti si sono infine normalizzati e molti scrittori russi contemporanei hanno potuto soggiornare in Italia, traendone nuova linfa creativa. Negli ultimi decenni del Novecento, autori come Andrej Bitov, Fazil’ Iskander, oppure la Premio Nobel Svetlana Aleksievič (sebbene bielorussa, di lingua russa) hanno partecipato a festival letterari italiani, evidenziando una vivacità degli scambi culturali. Ma questi sono sviluppi recenti che esulano dalla nostra panoramica storica.

Conclusioni

Dai grandi tour ottocenteschi ai soggiorni creativi, dagli amori letterari sbocciati tra russi e italiani alle meditazioni politiche sul Risorgimento, l’Italia è stata per gli scrittori russi una fonte inesauribile di ispirazione, uno specchio per riflettere su sé stessi e sul destino della propria patria. In alcuni casi è stata rifugio concreto (come per Gor’kij a Capri), in altri mito ideale e irraggiungibile (come l’Italia vagheggiata da Achmatova prima di poterla vedere).

Quel che è certo, per concludere con una nota suggestiva, è che l’Italia fu spesso percepita dai russi come una dimensione dell’anima più che un semplice luogo geografico. Gogol’ parlava della “patria dell’anima” a Roma; Dostoevskij associava l’Italia a un’idea universale di bellezza e unità spirituale; poeti come Brodskij trovarono a Venezia una sorta di specchio della propria interiorità. In cambio, la letteratura russa ha reso omaggio all’Italia con pagine memorabili: dal poema giovanile di Gogol’ su Roma, ai capitoli italiani di Anna Karenina, alle lettere incantevoli di Čechov, fino ai versi di Brodskij. Questo dialogo culturale ha arricchito entrambi i paesi. Come disse il critico Francesco Guida, “la letteratura russa è inondata da riferimenti a Dante e più in generale alla cultura italiana; e anche la cultura italiana ha beneficiato dello sguardo che questi grandi russi le hanno rivolto, uno sguardo capace di cogliere l’essenza universale del Belpaese.

In estrema sintesi, i riferimenti all’Italia nella letteratura russa costituiscono un fil rouge che unisce due mondi: sono ponti di parole e sentimenti che hanno permesso ai russi di sentirsi un po’ italiani nell’anima, e a noi italiani di scoprire attraverso occhi stranieri la bellezza della nostra terra e attraverso gli autori russi la grande profondità e immensa ricchezza della cultura russa .

Un patrimonio di affinità elettive che continua a vivere ogni volta che un lettore russo sogna Venezia sulle pagine di Brodskij o che un italiano si commuove pensando a Dostoevskij che passeggia tra chiese, musei e palazzi fiorentini con rinnovata speranza.

Un dialogo senza tempo tra due popoli molto vicini anche se geograficamente lontani. Un dialogo che non potrà essere spezzato neanche dalle vicende politiche più divisive perché storia e cultura sono forze che sopravvivono alle barriere artificiosamente erette nei periodi più critici dei rapporti tra la Russia e l’Europa.


Giorgio Starace Ex Ambasciatore d’Italia negli Emirati Arabi Uniti, in Giappone e nella Federazione russa. Autore del libro : “la Pace Difficile: diari di un Ambasciatore a Mosca “- Mauro Pagliai editore - Firenze