Il 25 aprile nelle Marche: il presidente Mattarella tra memoria e resistenza

Da San Severino Marche, tra storia partigiana e attualità, il richiamo ai valori di libertà, pace e antifascismo come fondamento della democrazia italiana ed europea.

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MATTEO RICCI

Mentre mi dirigevo questa mattina verso San Severino Marche, per partecipare alla celebrazione istituzionale del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della festa della Liberazione, il primo ricordo che è riaffiorato in me è stato quello del 25 aprile dell’anno scorso. Quel giorno del 2025 infatti le Marche, purtroppo, sono passate alla cronache nazionali perché, ad Ascoli, città medaglia d’oro al valore militare per attività partigiana, una ragazza, una giovane antifascista, aveva appeso fuori al suo forno un manifesto, un telo, con una scritta molto semplice ‘25 aprile, buono come il pane, bello come l'antifascismo’, vedendosi poi rimosso quello striscione da parte della polizia locale. Fu un atto che sconvolse un po' tutti e io fui tra i primi a darle la mia solidarietà e a mobilitare un'opinione pubblica in sua difesa. Annunciai che il giorno dopo sarei andato da lei per comprarle il pane e ci ritrovammo in migliaia fuori al suo negozio, a difesa dell'antifascismo.

Le Marche, da questo punto di vista, non sono una regione banale. Ci troviamo proprio tra la linea Gustav e la linea Gotica, le due linee sulla quale le lotte di liberazione e le lotte di resistenza sono state tra le più feroci, per cui parliamo di una regione attraversata dalle battaglie partigiane e dalla collaborazione tra partigiani e alleati. Siamo una regione che ha sofferto tantissimo durante la seconda guerra mondiale e che ha dato tanto per la per la liberazione del Paese, una delle regioni italiane dove le rappresaglie nazifasciste sono state tra le più violente, causando 688 vittime in 263 episodi. Le Marche però sono oggi anche la regione dove gli attuali amministratori, fino a qualche anno fa, festeggiavano la marcia su Roma; siamo, purtroppo, oggi, una regione che non sempre negli ultimi anni ha rivendicato con orgoglio i valori dell'antifascismo e della resistenza come elementi basilari della libertà e della nostra costituzione. L'anno scorso è servita una fornaia per risvegliare questo orgoglio democratico. Oggi l'arrivo di Mattarella, in qualche modo, ne consacra la centralità.

San Severino Marche è stata una città che ha dato molto alla lotta per la liberazione. È una città medaglia d’oro per il valore civile dimostrato, è la città della ‘Banda Mario’, uno dei primi gruppi partigiani nati nelle Marche, tra i più eterogenei mai esisti, composto non solo da italiani ma anche da russi, inglesi, serbi, africani, che il 1° luglio 1944, liberarono il comune, entrando in città mentre i nazifascisti erano già in fuga e la piazza si riempiva di cittadini che si abbracciavano festeggiando la fine dell’occupazione. Quel giorno, dal balcone del Municipio, il comandante Mario Depangher fece un gesto importantissimo, non celebrò soltanto la vittoria ma ricordò tutti i caduti, anche gli avversari, restituendo così un senso più profondo a quella giornata, a quella liberazione, che nei mesi precedenti era costata al territorio più di 100 vittime tra civili, partigiani e soldati nazifascisti. Tra quelle storie, tra quelle vittime, una delle più dure fu quella di don Enrico Pocognoni, parroco che aiutò i partigiani e che venne arrestato, torturato e ucciso a 42 anni, senza mai fare nomi. San Severino libera rappresenta quindi il risultato di una resistenza diffusa, fatta da persone comuni e da un costo umano che non può essere dimenticato.

Da qui la scelta del Presidente Mattarella, di celebrare il 25 aprile in questo comune, riportando alla memoria il ricordo del sacrificio di quegli uomini e di quelle donne per liberare la città e, come ha sempre fatto in ogni 25 aprile, attualizzando quel ricordo e quel messaggio costituzionale della resistenza con il tempo barbaro e incerto che stiamo vivendo oggi.

Il Presidente ha iniziato il suo intervento ricordando come il 25 aprile non sia figlio di astratte posizioni ideologiche ma dell’amor di patria che ha smosso un sacrificio immenso, ricordando Don Pocognoni ma anche il vicebrigadiere Della Vecchia, al quale è intitolata la caserma di San Severino; o l’ufficiale medico Mosè Di Segni, padre di Riccardo, attuale rabbino capo della Comunità ebraica di Roma, che dirigeva il servizio sanitario clandestino del battaglione di San Severino curando i partigiani feriti, i contadini e i bambini malati del paese; così come tanti altri uomini e donne che hanno dato la loro vita per la nostra libertà, comprese le truppe polacche del generale Anders che con il loro coraggio hanno contribuito a liberare la regione Marche vincendo la storica battaglia per il porto d’Ancona, passaggio importantissimo per consentire la realizzazione della nostra Repubblica, nata per esprimere la speranza di un futuro migliore. Risultati che, come ricordato da Mattarella, vediamo oggi in questi 80 anni di pace, sviluppo e progresso, segni distintivi della Costituzione del nostro Paese. Sulla libertà, ha poi citato lo stesso teatro dell’evento, intitolato a Feronia, dea romana della fertilità dipinta come liberatrice delle catene e protettrice degli schiavi liberati, ricordando come la giornata di oggi rappresenti la festa di tutti italiani amanti della libertà.

Un ricordo che il Presidente ha mandato da una terra attraversata nella storia da una linea, quella Gotica, che divideva il popolo italiano e dipingeva la guerra sul suo tracciato e che, al cadere di quest’ultima, ha mosso il senso di apertura e di condivisione tra i popoli, mossi da giustizia e pace, contribuendo con questi valori alla liberazione dell’Italia centro-settentrionale.

Da qui, l’attualizzazione del messaggio, che ha riportato il 25 aprile ai giorni nostri, rimarcando come libertà e giustizia non conoscano confini, esattamente come non li conoscevano quei partigiani figli di diversi popoli e religioni qui nelle Marche. Dunque, non possiamo essere indifferenti a queste esigenze e a questi obiettivi, bensì bisogna essere uniti, come loro, dalla comune aspirazione della pace. Le dittature di allora avevano preteso di fare della retorica della guerra un valore e, in loro risposta, dalla gente si è elevata una sola parola “Pace”, per la persona, per il popolo, per il Paese. Così sono nati ONU e la Comunità Europea, per liberare e pacificare il mondo e il continente. Eppure, proprio come evidenzia Mattarella, in questi anni stiamo assistendo a un costante tentativo di cancellare quei percorsi che hanno portato alle organizzazioni multilaterali dimenticando che opporsi alla violenza ‘dell’uomo contro uomo’ significa creare istituzioni di Pace, un impegno oggi indispensabile che va perseguito attraverso quella stessa cooperazione che italiani e europei hanno costruito sulle macerie del nazifascismo e del comunismo sovietico. Un messaggio chiaro, che interpreto come un appello alla Resistenza contro le politiche imperialiste e unilaterali di Trump e Netanyahu.

L’Italia dunque deve guardare con fiducia alle sfide future, assieme all’Europa, come ha dichiarato lo stesso Presidente, ricordando una celebre frase dello scrittore statunitense Faulkner 'il passato non è mai morto, non è neanche passato’ ed evidenziando come ‘ciò che è accaduto non svanisce bensì vive nelle conseguenze che ha prodotto. Il passato ha plasmato il presente’. Per questo Mattarella ha voluto concludere il suo intervento ricordando i valori che hanno portato alla nostra costituzione, a partire da quello della Pace.

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