Il 25 aprile e la verità della libertà conquistata

Dalla Resistenza partigiana alla nascita della Repubblica: memoria storica, responsabilità civile e il rifiuto di ogni equiparazione tra democrazia e dittatura, nel ricordo di protagonisti come Sandro Pertini, Vittorio Foa e Tina Anselmi.

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ANSA

Anche il 25 aprile di quest’anno celebriamo il sangue versato dai partigiani. Non solo gli immaginifici sentieri dei nidi di ragno percorsi da piccoli maestri come il partigiano Johnny, ma i viottoli di montagna e i vicoli della città occupate battuti ottanta anni fa da uomini e donne in carne e ossa come Tina Anselmi, Arrigo Boldrini, Vittorio Foa, Sandro Pertini, Marisa Rodano, Paolo Emilio Taviani e Teresa Noce. Grazie alla loro storia commemoriamo le migliaia di giovani caduti in nome della libertà, per la dignità e il riscatto della Patria, in difesa della propria comunità di affetti.

Lo facciamo nella consapevolezza che senza la riscossa partigiana e senza la fedeltà all’Italia e il senso dell’onore di quei militari che, a Cefalonia e non solo, scelsero di impegnarsi nella guerra di liberazione dal nazifascismo, non sarebbe stato possibile gettare le fondamenta della nuova Italia democratica e repubblicana, quella che ancora oggi abbiamo il privilegio di abitare.

Sul piano storico l’intrinseca moralità della Resistenza deriva dal fatto che quei giovani combatterono non soltanto per la propria libertà, ma anche per quella di chi era contro di loro e di quanti, la maggioranza, scelsero di non schierarsi. Lo ricordò l’azionista Vittorio Foa, che aveva trascorso otto anni in prigione sotto il regime, la volta che incontrò il fascista Giorgio Pisanò, divenuto nel dopoguerra senatore del Msi.

Il reduce di Salò propose all’intellettuale e politico antifascista una pacificazione fondata sull’equiparazione delle ragioni delle parti in lotta sul piano politico, civile e morale perché «in fondo eravamo tutti patrioti e ognuno di noi aveva la patria nel suo cuore». Ma Foa lo interruppe e affermò: «Un momento. Se si parla di morti, va bene. I morti sono morti: rispettiamoli tutti. Ma se si parla di quando erano vivi, erano diversi. Se aveste vinto voi, io sarei ancora in prigione. Siccome abbiamo vinto noi, tu sei senatore e questa è una differenza capitale». Quella che passa tra una democrazia e una dittatura.

Per spiegare l’articolazione di un fenomeno complesso come la Resistenza bisogna considerare che molte bande partigiane si aggregarono in modo casuale in quanto i loro aderenti non avevano motivazioni ideologiche definite, bensì un carattere soprattutto generazionale, essendo giovani ribelli, nati e educati sotto la dittatura fascista. Molti sbandati si unirono ai partigiani perché non sapevano dove andare e cosa fare della loro vita, mossi da un generico ideale di rigenerazione del Paese, un astratto furore - così lo avrebbe definito lo scrittore Elio Vittorini - che coincideva con la volontà di cambiare la propria esistenza. E soltanto nel fuoco della lotta, con l’ombra della morte a fianco, avrebbero trasformato la loro personale resistenza esistenziale in una nuova coscienza politica.

Come scrisse, nel maggio 1944, lo storico Carlo Dionisotti: «ora il gioco è finito […] Così lo spazio si stringe e da una parte o dall’altra bisogna morire. Anche il diritto alla vita, una volta che sia stato messo in questione, o negato, non regge più che sulla forza». Per vivere bisognava morire, per sopravvivere occorreva combattere.

Il 6 aprile 1945 gli Alleati cominciarono l’attacco decisivo che portò al crollo della Repubblica sociale italiana e alla liberazione di tutta l’Italia del nord dall’occupazione tedesca. La contemporanea mobilitazione degli operai e le insurrezioni delle diverse brigate partigiane nelle città accelerarono la disfatta nazifascista. Tra il 19 e il 29 aprile furono liberate Bologna, Torino, Genova e Milano e, il 25 aprile, il Comitato di liberazione nazionale Alta Italia emanò l’ordine dell’insurrezione generale.

La sera del 25 aprile Mussolini abbandonò Milano per dirigersi verso Como. I partigiani lo catturarono due giorni dopo, mentre, travestito da ufficiale tedesco, provava a raggiungere la Svizzera e lo fucilarono il 28 aprile con Claretta Petacci. I resistenti, guidati dal socialista Sandro Pertini, continuarono ad affluire a Milano nei giorni tra il 25 e il 28 aprile, spegnendo le residue ostilità fasciste. Una grande manifestazione di celebrazione della Liberazione si tenne a Milano il 28 aprile e gli Alleati entrarono nella città tre giorni dopo. Il 25 aprile fu convenzionalmente individuato come il giorno della Liberazione e, dal 1949, divenne festa nazionale.

Avvertiamo oggi più di ieri l’esigenza di celebrare il 25 aprile anche perché abbiamo alle spalle oltre trent’anni di un senso comune anti-antifascista, rinfocolato dall’attuale governo e da una parte dei vertici istituzionali, che ha egemonizzato il discorso pubblico intorno a due concetti meritevoli invece di maggiore ponderazione.

Il primo è quello che vede nell’8 settembre 1943 la morte della patria. In quei giorni si assistette al collasso dello Stato e delle istituzioni, ma la patria trovò, grazie alla scelta partigiana e alla coscienza di tanti, le ragioni per resistere, rigenerarsi e rinascere alimentando un secondo Risorgimento della nazione.

Il secondo concetto è quello di guerra civile, che è stato indebitamente strumentalizzato. In questo caso, la condivisibile interpretazione azionista di un partigiano come Franco Venturi («le guerre civili sono le uniche che meritano di essere combattute») è stata piegata agli interessi del reducismo fascista e saloino che da sempre hanno negato il carattere di lotta di liberazione alla Resistenza e, sin dalle origini, hanno utilizzato il concetto di guerra civile per equiparare, sul piano politico e morale, le ragioni delle parti in lotta.

Da questa duplice manipolazione della realtà storica è scaturita la rivalutazione di carattere moderato/terzista della cosiddetta «zona grigia»: l’attendismo e l’indifferentismo, motivati da umane e comprensibili ragioni, inizialmente vissuti con disagio e un sentimento di vergogna, si sono trasformati nella rivendicazione orgogliosa di una zona morale di saggezza e virtù.

Al contrario, se la Resistenza non avesse avuto il consenso implicito ed esplicito della società civile, di quelle donne e di quegli uomini rimasti in pianura a solidarizzare e a fiancheggiare con quanti avevano scelto la durissima strada della lotta armata, non sarebbe riuscita a prevalere sul piano militare e politico.

Grazie a quel successo e a quell’impegno, di cui gli Alleati ebbero piena contezza, l’Italia si conquistò sul campo il diritto - negato invece ai tedeschi - di scrivere in modo autonomo la propria Costituzione, eleggendo un’assemblea costituente e di scegliere la forma dello Stato tramite un referendum che vide prevalere la Repubblica. Ricordarlo nell’anno in cui si festeggiano gli ottant’anni esatti di questi avvenimenti rende la giornata di oggi un patrimonio comune ancora più prezioso.

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