Il 25 aprile al tempo della guerra e delle diseguaglianze
Dalla Resistenza alla nascita della Repubblica, fino alle nuove diseguaglianze e ai “fascismi” del presente: la libertà conquistata nel 1945 resta un progetto da difendere, rinnovare e compiere.

ANSA
Il 25 aprile 1945 segnò una rottura che sembrò irreversibile con lo Stato fascista e pose le basi per la discontinuità con lo Stato monarchico-liberale. La rottura e la discontinuità furono sancite dalla Repubblica e dalla Costituzione.
Claudio Pavone analizzò i venti mesi dall’8 settembre al 25 aprile distinguendone tre aspetti: la guerra antifascista, la guerra contro lo straniero, la guerra di classe; penso a quest’ultima come conflitto per la giustizia sociale, che si manifestò con la lotta armata, ma anche in altre forme sia prima della Liberazione – gli scioperi del ’43, ’44, ’45 – che dopo, al nord e al sud, con le lotte operaie e con le lotte bracciantili.
C’era un nesso fra lo sviluppo di queste lotte e la crescita dei partiti, sovente suscitatori di tali lotte nel Mezzogiorno e nel nord Italia. La Costituzione portò il segno indelebile del lavoro e della giustizia sociale all’art. 1, all’art. 3, all’art. 4 e in tutto il titolo III, “Rapporti economici”. Facciamo un salto all’indietro nella storia; nell’Ottocento esplode la questione sociale; nel 1864 nasce la Prima Internazionale; nel 1889 nasce la Seconda associazione Internazionale dei lavoratori; nel 1892 nasce in Italia il PSI. Erano già sorte e continuavano a sorgere nel nostro Paese Leghe, Società di Mutuo Soccorso, Cooperative, Fasci, Sindacati.
Si è detto che allora si assisteva all’ingresso delle masse sulla scena della politica cambiando così il linguaggio: non erano più folle, erano masse; si avviava così la società di massa legata all’organizzazione della produzione, all’aumento del numero dei salariati, alla crescente urbanizzazione, all’inedito ruolo dei media.
Fu protagonista di questo fenomeno un nuovo tipo di partito strutturato in permanenza sul territorio mentre tramontava l’ottocentesco partito dei notabili. Si giunse al suffragio universale maschile nel 1912. E germinava così un’idea di democrazia più rispondente al significato proprio della parola come potere del popolo, come governo del popolo. Quest’idea e più in generale la natura di quei movimenti sociali conteneva una radice di solidarietà internazionale, che superava cioè i confini degli Stati, riconosceva gli oppressi e disegnava la possibilità di un altro ordine mondiale. Quella radice si rinnovò prima nelle Brigate Internazionali in Spagna e poi nell’internazionalismo della grande maggioranza del movimento partigiano, nei tanti partigiani stranieri in Italia e italiani all’estero. Erano i semi dell’art. 11.
Al termine della Prima guerra mondiale si avviò un fenomeno speculare e inverso. Gli anni Venti e gli anni Trenta furono gli anni di quella che lo storico George Mosse definì la nazionalizzazione delle masse, cioè il contrario dell’internazionalismo; la società di massa veniva incanalata in chiave nazionalistica attraverso l’uso di simboli, miti, rituali, religioni laiche della Patria; a questo fine veniva irreggimentato l’associazionismo. L’Europa tra le due guerre vide la maggioranza dei Paesi governata da regimi fascisti o dispotici.
Tutto ciò avvenne dopo la dissoluzione della Seconda Internazionale, quando i partiti socialisti europei votarono i crediti di guerra nel 1914, e dopo la rivoluzione d’Ottobre che scombinava l’ordine mondiale creando il precedente dello Stato operaio e contadino. Il 25 aprile fu l’esito della più grande Resistenza europea, seconda solo a quella jugoslava. Fu Resistenza dei partigiani combattenti, degli operai in sciopero, delle donne, in armi, nella logistica, nel vettovagliamento, nel rifugio ai partigiani, dei militari italiani all’estero, dei meridionali che combattevano al nord, dei sacerdoti, dei carabinieri, degli agenti di polizia, della guardia di finanza, degli Internati Militari Italiani; fu resistenza unitaria nei Comitati di liberazione nazionale. Fu il tempo della scelta, di un lento e progressivo ritorno, nelle difficilissime condizioni della guerra, della partecipazione consapevole. I grandi scioperi operai e la partecipazione diretta o indiretta delle donne alla Resistenza misero a tema del nuovo Stato e della nuova società l’eguaglianza sociale.
Dopo, fu il ritorno del protagonismo delle masse, nel ’46, con l’altissima partecipazione al voto, col voto alle donne, con la nascita della Repubblica – la cosa di tutti noi – con lo straordinario numero di iscritti ai partiti – appunto – di massa, con le grandi manifestazioni popolari e il conflitto sociale nelle città e nelle campagne.
In sostanza, dal secondo dopoguerra in poi si incardinò un sistema democratico che dal punto di vista istituzionale si realizzava attraverso la rappresentanza, a cominciare dal Parlamento; dal punto di vista sociale si manifestava attraverso una imponente partecipazione popolare alla vita politica grazie alla funzione di raccordo fra Stato e società dei partiti e di tante organizzazioni di massa, e dalla loro parallela funzione di formazione civile. Tutto ciò avvenne in forme conflittuali anche pesantissime, con avanzate e arretramenti. Ma avvenne. E oggi? Negli ultimi trent’anni l’insieme di questo meccanismo si è prima rallentato e poi interrotto a causa del cambiamento dell’organizzazione del lavoro, della mutazione di natura dei partiti, delle modifiche istituzionali che hanno progressivamente deformato l’equilibrio dei poteri facendoli convergere verso l’esecutivo a tutti i livelli, comunale, regionale e nazionale. Cambiati i rapporti di forza, si è rivelata una drammatica contraddizione: la Costituzione conferisce la sovranità popolare al popolo «che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione»; ma una parte sempre più rilevante di popolo si riconosce sempre meno in quelle forme e si astiene dal voto.
Questa contraddizione crea una rottura: le “masse” novecentesche, senza rappresentanza, spesso senza luogo fisico di lavoro e con salari insufficienti, diventano una moltitudine di soggetti, in gran parte non organizzati, dispersi, e avviene una risacca, un lento commiato del popolo dalla scena della politica, laddove, a ben vedere, è la politica che si è allontanata dal popolo. Tanto più si rivela una nuova, gigantesca questione sociale, quanto più al ruolo del popolo si sostituisce quello di ristrette oligarchie o ancora di multinazionali il cui peso nella politica mondiale è soverchiante, o addirittura di singoli personaggi, da Peter Thiel a Elon Musk. Una postmodernità che, con lo strapotere dei fondi d’investimento, a cominciare da BlackRock, manifesta il suo volto più cupo, con anarcocapitalismi, tecnofascismi, neooscurantismi, fanatismi tech, e chi più ne ha, più ne metta. Epstein docet. Chiamali, se vuoi, fascismi nuovi. È il trionfo delle diseguaglianze sociali.
Rimane l’inerzia di un trentennio di decadenza industriale, di solitudine sociale, di declino istituzionale. Fanno fede i periodici attacchi alla Costituzione, di cui gli ultimi – per ora sventati – davvero esiziali. Rimane lo spettro della guerra; lo stesso campo socialista su scala europea sembra, in parte, aver smarrito i fondamentali; basti pensare alle posizioni sul riarmo. E suonano tragicamente attuali le parole di Giacomo Matteotti quando, a proposito della partecipazione italiana alla guerra mondiale, scriveva nel 1915: «E non veniamo fuori con le ipotesi della guerra di difesa o di una minacciata invasione straniera, a meno che non vogliamo intorbidire le acque!».
Eppure sotto la cenere del disincanto e dello smarrimento di esercizio di sovranità popolare sembra che ci sia un fuoco che brucia; la rivolta morale, in particolare giovanile, davanti al genocidio a Gaza; la forte partecipazione al recente referendum costituzionale ancora con un segno giovanile: una nuova generazione che, pur essendo cresciuta in un’epoca di individualismo, competizione, nichilismo, si ribella alla perdita di senso del tempo attuale, è insofferente davanti ai diktat autoritari del governo, contagia le generazioni successive, si ripropone come protagonista sulla scena della politica davanti al ritorno della guerra e ai fascismi nuovi. Forse si sta avviando una fase di resistenza sia attraverso il protagonismo delle giovani generazioni, sia attraverso un ruolo inedito di tante associazioni democratiche, di parte essenziale del movimento sindacale, sia attraverso interessanti tentativi di riposizionamento dei partiti nell’Italia attuale. E non solo dell’Italia. Il recente incontro mondiale dei progressisti (Global Progressive Mobilisation) di Barcellona ha aperto una speranza.
Ma ora bisogna osare: o i rappresentanti delle istituzioni – penso a quella di prossimità come i sindaci – ma specialmente i partiti, si faranno carico nella concretezza quotidiana dell’insopportabile peso delle diseguaglianze sociali, dando risposte concrete alle difficoltà e spesso alle tragedie quotidiane, o sarà improbo risalire la china. Democrazia in crisi? Certo. Ma non la si difende con pur giuste argomentazioni di principio; la si difende potenziando la sanità e la scuola pubblica, dando a salari e pensioni una dignità costituzionale, facendo del lavoro la bandiera del cambiamento e del welfare il primo compito della Repubblica, come prescrive l’articolo 3 della Costituzione, ricostruendo l’intero sistema industriale. Insomma, un programma di rinascita facendo Costituzione. Così si contrasta il disincanto e il rancore sociale.
25 aprile, la Liberazione. Ma le tre guerre di Claudio Pavone non sono ancora vinte del tutto. C’è l’attacco alla democrazia, c’è l’esplosione delle diseguaglianze, c’è il ritorno dell’orrore davanti a cui tutti dissero «mai più!» dopo la Liberazione. C’è ancora tanta strada da fare, quella tracciata dai Padri e dalle Madri Costituenti. In resistenza. In pace. Insieme.
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