IA bene comune: la proposta di Bernie Sanders

Dati, potere e disuguaglianze: per sottrarci ai nuovi monarchi tecnologici, l’IA deve diventare un bene comune, pubblico e democratico.

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ANSA

L’intelligenza artificiale di OpenAI di recente è sfuggita in parte al controllo dei suoi creatori, violando i limiti tracciati dagli input umani. Non si tratta di una vera e propria ribellione: l’IA ha semplicemente utilizzato ogni mezzo per raggiungere il proprio obiettivo, risolvere il problema sottopostole dal proprio padrone. Un’IA machiavellica che, pur di raggiungere il proprio scopo, soddisfare chi la possiede, è disposta a tutto, anche a “hackerare” una piattaforma rivale.

Come ha scritto papa Leone XIV nella sua enciclica Magnifica Humanitas, un tempo erano gli Stati a guidare e a indirizzare l’innovazione tecnologica. Oggi, invece, i principali motori sono attori privati, dotati di risorse e capacità d’intervento superiori a quelle degli Stati.

Basta guardare ai fatturati di Amazon e Meta, che superano il PIL di alcune nazioni europee, per capire come la potenza non solo tecnica, ma anche economica, sia nelle mani di pochi. La grande beffa sta poi nel fatto che queste immense ricchezze si basano essenzialmente sullo sfruttamento dei nostri dati, attraverso l’offerta di servizi apparentemente gratuiti dai quali, nel quotidiano, siamo dipendenti. Ogni utente genera profitto grazie ai dati comportamentali che rilascia con un clic. Il risultato è che siamo noi la miniera d’oro sfruttata dai grandi padroni tecnologici.

Lo sviluppo innovativo sta crescendo impetuosamente, alla velocità della luce, dando la percezione che, attraverso l’intelligenza artificiale, l’uomo che la controlla possa fare tutto, anche diventare dio. Elon Musk, uno dei padroni dell’intelligenza artificiale, ha affermato: “IA e robotica sono l’unico modo per sconfiggere la povertà globale”. Fa riflettere il fatto che questa affermazione sia provenuta dall’uomo più ricco della storia contemporanea, il cui patrimonio a giugno ha superato i mille miliardi.

Ma la cosa più preoccupante è che questi monarchi tecnologici abbiano l’ambizione di scegliere da soli il destino dell’umanità: un’umanità schiava della tecnologia, soggiogata dal volere di pochi, incapace di pensare e, soprattutto, di essere libera.

Siamo sicuri che questi strumenti tecnologici, come l’IA, possano davvero restare nelle mani di pochi? Forse la domanda che dobbiamo porci non è tanto se l’IA sia pericolosa o meno, ma chi la possieda e quali siano i suoi scopi?

La proposta del senatore americano Bernie Sanders di trasferire il 50% delle quote societarie delle big tech ai cittadini cerca di dare risposte a questi problemi. Se questo straordinario potere dell’IA fosse un bene comune e fosse in parte di tutti, forse il suo sviluppo sarebbe diverso, più umano, più democratico. Anche perché nasce dai nostri “dati”: la conoscenza umana, la nostra intelligenza collettiva.

L’IA oggi è già fonte di disuguaglianze, non solo perché sono in pochi a possederla, ma anche perché l’accesso a essa viene filtrato dalla propria capacità economica. Chi può permettersi abbonamenti più costosi può accedere a modelli d’intelligenza artificiale più evoluti.

Rischiamo di tornare a un mondo di re e sudditi, dove il potere discende unicamente da un dio, stavolta artificiale, l’unico in grado di dare tutte le risposte e risolvere tutti i problemi.

Rendere queste nuove tecnologie un bene realmente pubblico, davvero accessibile a tutti e di proprietà di tutti sarebbe l’unica rivoluzione in grado di proteggerci da oscuri tecnototalitarismi, ormai giunti alle nostre porte.

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