I treni di fine estate e l’Italia che si svuota

Dietro la retorica dei borghi restano partenze, servizi carenti e diritti negati. Le aree interne hanno bisogno di politiche pubbliche

Antonella PepeIstituzioni dal Basso
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ANSA

C’è un momento dell’anno che racconta questo Paese più di qualsiasi statistica. Arriva alla fine dell’estate, quando le feste patronali si spengono, i tavoli si svuotano, le piazze tornano silenziose e le stazioni ricominciano a riempirsi di valigie. È il tempo delle partenze che seguono le vacanze.

Per qualche settimana, ad agosto, i paesi delle aree interne sembrano rinascere. Le luci accese fino a tarda sera, le case riaperte dopo mesi, i bar pieni, le strade attraversate da accenti arrivati da Milano, Bologna, Firenze, Roma, dall’estero. Si ha quasi l’impressione che tutto sia rimasto intatto, che lo spopolamento sia una parola e non una ferita, che basti l’affetto di un’estate per cancellare la distanza accumulata durante l’anno.

Poi arriva il momento dei treni. Nelle stazioni si incontrano studenti che ripartono per l’università, lavoratori che tornano nei luoghi dove hanno trovato un impiego, famiglie che hanno costruito altrove il proprio futuro. Nelle valigie ci sono vestiti, conserve preparate dai genitori, qualche prodotto della terra, fotografie scattate durante le vacanze e, soprattutto, la consapevolezza che quel ritorno a casa è stato ancora una volta soltanto temporaneo.

È un rito collettivo che si ripete da decenni, ma che continua a fare male.

Dietro quelle partenze non c’è soltanto il desiderio di conoscere il mondo o di inseguire nuove esperienze. C’è molto spesso una necessità. Si parte perché restare è difficile. Si parte perché il lavoro manca o è sottopagato. Si parte perché i servizi essenziali sono insufficienti. Si parte perché studiare, curarsi, spostarsi e costruire un progetto di vita stabile richiede opportunità che troppo spesso non esistono.

Eppure, proprio mentre migliaia di persone continuano a lasciare questi territori, si è imposta una narrazione rassicurante e talvolta persino romantica delle aree interne. È la narrazione da “dépliant”: quella dei borghi da cartolina, delle sagre, dei vicoli fioriti, delle tradizioni riscoperte.

È una rappresentazione che certamente contiene una parte di verità: esistono comunità straordinarie, patrimoni culturali preziosi, relazioni umane che nelle grandi città spesso si sono indebolite. Ma quando questa immagine diventa l’unico racconto possibile, smette di essere una descrizione e diventa una rimozione.

Esiste una differenza enorme: tra la “vita lenta” e la vita bloccata; tra una comunità che sceglie ritmi diversi e una comunità costretta a rinunciare a servizi, infrastrutture e opportunità; tra la qualità della vita e l’assenza di prospettive.

La retorica dei borghi rischia spesso di trasformare un problema sociale in un elemento folkloristico. Si celebra la semplicità senza interrogarsi sulle ragioni che spingono i giovani ad andare via. Si esalta l’autenticità senza parlare della povertà. Si racconta la bellezza del paesaggio senza affrontare il tema del lavoro. Si organizzano eventi e festival mentre intere generazioni continuano a cercare altrove ciò che non trovano nei luoghi in cui sono nate.

E però nessuno resta soltanto perché un paese è bello, anche se è lo stesso in cui siamo nati e cresciuti. Le persone restano quando possono immaginare una vita dignitosa. Quando hanno accesso a scuole di qualità, a una sanità efficiente, a connessioni digitali adeguate, a trasporti affidabili, a un mercato del lavoro capace di valorizzare competenze e talenti. Restano quando il luogo in cui vivono non chiede loro di scegliere tra l’appartenenza e il futuro.

È questa la grande questione che si nasconde dietro ogni treno in partenza alla fine dell’estate: non una generica nostalgia, ma il rapporto tra diritti e territorio; tra cittadinanza e opportunità; tra ciò che si racconta e ciò che realmente si vive.

Sarebbe però troppo semplice fermarsi alla denuncia o, peggio ancora, scaricare ogni responsabilità su chi amministra questi territori. La verità è che nei piccoli comuni, nelle aree interne, nei paesi che continuano a perdere abitanti, esistono spesso amministratori che si consumano ogni giorno nel tentativo di tenere insieme comunità sempre più fragili. Sindaci, assessori, consiglieri che affrontano emergenze quotidiane, rincorrono bandi, cercano finanziamenti e suppliscono con il proprio impegno personale a ciò che dovrebbe essere garantito dalle istituzioni.

Non si può chiedere ai comuni più piccoli di contrastare lo spopolamento, creare lavoro, garantire servizi, colmare il divario digitale e affrontare l’inverno demografico senza strumenti adeguati, senza personale, senza risorse e senza una visione strategica nazionale.

Per troppo tempo si è pensato che bastasse la resilienza delle comunità a colmare le distanze accumulate. Ma la resilienza, quando diventa una politica, finisce per essere soltanto un altro modo per giustificare l’abbandono. Nessuna comunità può reggere all’infinito se lo Stato arretra. Nessun amministratore, da solo, può invertire processi economici e demografici che hanno dimensione nazionale ed europea.

Le aree interne hanno bisogno di politiche pubbliche. Hanno bisogno di investimenti strutturali, di una rete infrastrutturale moderna, di scuole, sanità, mobilità, connessioni digitali e opportunità economiche capaci di restituire dignità alla scelta di vivere e lavorare lontano dalle grandi aree urbane.

E allora la domanda che accompagna ogni treno in partenza non riguarda soltanto chi sale a bordo. Riguarda anche chi ha il compito di decidere quale Paese vogliamo essere: uno che si limita a celebrare i suoi borghi per qualche settimana all’anno o uno che sceglie finalmente di garantire a chi vi abita gli stessi diritti, le stesse opportunità e le stesse possibilità di futuro che esistono altrove.

Il futuro di queste terre comincerà a cambiare soltanto quando smetteremo di accontentarci della narrazione che ne facciamo e inizieremo finalmente ad affrontarne la realtà.

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