I ricami di Gaza: a Venezia la memoria contro l’oblio

A Palazzo Mora cento pannelli del Gaza Genocide Tapestry raccontano vite, lutti e resistenza palestinese, trasformando il tatreez in testimonianza.

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ARCHIVIO RINASCITA

A Venezia, nei giorni della Biennale d’Arte, il percorso segnato sulla mappa finisce quasi sempre per lasciare spazio a un altro itinerario. Si parte dai Giardini e dall’Arsenale, dalle esposizioni che si è deciso di visitare, e si prosegue inseguendo un’insegna, un portone aperto, una scala che conduce dentro un palazzo. Tra un ponte e un bacaro, la città propone continuamente nuove deviazioni. Si attraversano opere che interrogano i nostri giorni con le sue preoccupazioni quotidiane: la guerra e il suo ritorno nella quotidianità europea, la crisi climatica, le disuguaglianze, la sopravvivenza delle culture minacciate dall’omologazione. Si incontrano le promesse delle nuove tecnologie e l’inquietudine per ciò che stiamo affidando all’automazione in una rivoluzione priva di consapevolezza. Ne rimane una sensazione contraddittoria: il presente sembra esposto ovunque, eppure la quantità delle immagini rende difficile trattenerne una.

Poi, qualche volta, ci si ferma, come qui si ferma la nostra riflessione in Cannaregio. Qui, lungo la Strada Nova, Palazzo Mora ospita parte della mostra internazionale Personal Structures – Confluences, promossa dall’European Cultural Centre Italy. In questa sede si trova Gaza – No Words – See the Exhibit, organizzata dal Palestine Museum US tra gli eventi collaterali della Biennale di quest’anno. È qui che la passeggiata cambia passo e si ferma.

Al primo piano il racconto di Gaza prende la forma di cento pannelli ricamati coronati dal grande lampadario in vetro di Murano che illumina il salone; l’opera si intitola Gaza Genocide Tapestry. A curarla sono Faisal Saleh, Jehan Alfarra, Jan Chalmers e Ibrahim Muhtadi che hanno messo a sistema i tanti arazzi realizzati dalle donne palestinesi, vere protagoniste dell’installazione, separate dall’occupazione e dall’esilio, che lavorano nei villaggi e nei campi profughi: oltre sessanta donne, soprattutto in Cisgiordania, Libano e Giordania.

Questo non è un Padiglione nazionale, né tantomeno la Palestina vanta all’interno della Biennale un proprio padiglione ufficiale. In un’intervista rilasciata al dott. Antonino La Vela per Artribune, infatti, Faisel Saleh, tra le curatrici dell’installazione, aveva contestato il rapporto tra riconoscimento statale e rappresentanza culturale: anche un popolo privo di pieno riconoscimento diplomatico, sostiene, deve poter trovare spazio.

Dentro la sala, intanto, la Palestina si racconta attraverso una pratica che appartiene alla sua terra, alla sua storia e alle sue tradizioni, recuperando il proprio diritto all’autodeterminazione. La tecnica è quella del tatreez, il ricamo tradizionale palestinese, qui eseguito a punto croce: il filo attraversa un tessuto di supporto e costruisce l’immagine attraverso una successione di piccoli segni incrociati. Le fotografie di questi anni e le illustrazioni vengono tradotte in superfici di colore, contorni, figure. Così, avvicinandosi si distingue il lavoro della mano, mentre arretrando si riconosce la scena. Il visitatore è chiamato a cambiare continuamente distanza, passando dalla materia all’immagine e dall’immagine alla storia riportata nella didascalia. Il tatreez custodisce da tempo appartenenze e memorie, assumendo una forma documentaria precisa: una pratica trasmessa da generazioni viene impiegata per raccontare la Gaza dal 2023 a oggi.

Le didascalie impediscono che quel lavoro resti anonimo: accanto alle vicende rappresentate nelle tele che spiegano i soggetti della scena ricamata possiamo scoprire i nomi delle ricamatrici palestinesi. La mostra chiede così di riconoscere due presenze: la persona di cui si racconta e la donna che ha scelto di conservarne la storia. Tra i tanti nomi, riconosciamo quello di Hind Rajab, una bambina palestinese assassinata nel gennaio 2024 dall’esercito israeliano che aveva bersagliato l’auto su cui viaggiava coi parenti mentre cercava di lasciare Gaza City. Per oltre tre ore gli operatori della Mezzaluna Rossa palestinese restarono in contatto telefonico con lei, cercando di rassicurarla mentre organizzavano i soccorsi. Hind chiedeva che qualcuno venisse a prenderla. L’ambulanza partì con due soccorritori, Ahmed al-Madhoun e Yousef Zeino. Anche di loro si persero i contatti. Il 10 febbraio, dodici giorni dopo, furono ritrovati il corpo di Hind e dei familiari nell’auto e quelli dei due uomini nell’ambulanza distrutta, a poca distanza. Davanti al pannello, chi ha ascoltato quella telefonata torna con la memoria alla sua voce, mentre il ricamo trattiene la storia di una bambina che chiedeva di essere salvata e di due persone che avevano provato a raggiungerla. Una storia che ha avuto una vastissima eco fin dalle proteste nelle università americane al suono di Hind’s Hall di Macklemore, per arrivare al film del 2025 La voce di Hind Rajab, scritto e diretto da Kawthar Ibn Haniyy e presentato all’LXXXII Mostra del Cinema di Venezia dove vinse il Leone d’Argento.

Camminando attraverso la sala troviamo storie non soltanto di sommersi, ma anche di salvati: è il caso di Refaat Alareer, poeta e docente, ucciso in un attacco aereo israeliano il 6 dicembre 2023. In If I Must Die (Se devo morire), consegna ai salvati una preghiera laica che ha la forza di un impegno: “tu devi vivere / per raccontare la mia storia”. La richiesta si sostanzia fin dai primi versi: Alareer chiede di vendere le proprie cose, comprare stoffa e spago per costruire un aquilone bianco, con una lunga coda. Attraverso questo, immagina che un bambino, da qualche parte a Gaza, possa vederlo mentre magari guarda il cielo e aspetta il padre, morto senza che lui avesse potuto salutarlo, e per un istante quel bambino potrebbe scambiare l’aquilone per un angelo “venuto a riportare l’amore”. Il poeta affida così la propria memoria a un gesto di cura per un bambino che non conosce, nella speranza che, pur lasciando intatto il dolore, il racconto possa ancora creare un legame tra le persone, come chiede negli ultimi versi: «Se devo morire / che porti speranza / che diventi una storia». Letta accanto ai ricami, la poesia sembra parlare anche delle donne che li hanno realizzati. Alareer affida ai vivi un pezzo di stoffa e un compito, mentre questi raccolgono storie e le consegnano al tessuto. La sua vita è stata spezzata, ma la richiesta continua a raggiungere qualcuno. Ora raggiunge anche noi.

Questo affidarsi a chi resta assume una forma particolarmente dolorosa nella storia di Mahasen Al-Khatib, l’artista palestinese che disegnò Shaban Al-Dalou avvolto dalle fiamme nell’area dell’ospedale Al-Aqsa, consegnando al disegno la memoria di una vita spezzata, prima che anche la propria venisse interrotta, pochi giorni dopo, in un attacco israeliano a Jabalia, come ricorda la didascalia. A raccogliere la sua testimonianza è stata Iman Shehaby, che nel campo profughi di Ain Al-Helweh, in Libano, ha tradotto quell’immagine in ricamo, dedicando al disegno di Mahasen il tempo e l’attenzione necessari perché potesse raggiungere altri sguardi, fino a quelli di chi oggi attraversa questa sala. Nel pannello si intrecciano così tre storie, quella del giovane ucciso, quella dell’artista che ne ha raccontato la morte e quella della donna che ne custodisce il racconto, mentre il lavoro di una diventa, attraverso le mani dell’altra, una testimonianza capace di sopravviverle.

È davanti a questi passaggi che l’interpretazione artistica incontra il proprio limite. Saleh racconta ad Artribune la difficoltà emotiva di lavorare per mesi su queste immagini e di trovare una forma espositiva per una vicenda ancora in corso. Nel mentre, il titolo dell’installazione prende posizione: Gaza Genocide Tapestry. La parola genocidio non appartiene soltanto al linguaggio dei curatori: nel settembre 2025 la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che Israele lo ha commesso contro i palestinesi e le palestinesi nella Striscia.

Accanto alla distruzione compaiono il ritorno, l’aiuto, il legame con la terra, attraverso immagini che raccontano quanto possa resistere l’appartenenza a un luogo anche quando quel luogo è stato devastato. L’immagine della Chiave disegnata da Salim Assi mette in relazione la memoria della Nakba, l’esodo e l’espulsione dei palestinesi del 1948, con il ritorno verso il nord di Gaza nel gennaio 2025, facendo incontrare nel medesimo simbolo la casa perduta e la volontà di abitarla ancora. “Tornare” assume così un significato che supera lo spostamento fisico, rivendicando la possibilità di avere un futuro nel luogo dove si è costruita la propria vita, anche quando della propria casa rimangono soltanto macerie. In un altro pannello, invece, questo legame prende la forma delle bottiglie riempite di alimenti e affidate al Mediterraneo, nella speranza che le correnti le portino fino a chi soffre la fame, un gesto la cui precarietà restituisce la distanza tra l’urgenza del bisogno e la possibilità di raggiungerlo. Affidare del cibo al mare viene ad essere l’estremo tentativo di aiutare qualcuno senza sapere se quell’aiuto arriverà, riconoscendo tuttavia nella sopravvivenza dell’altro qualcosa che ci riguarda. La chiave e le bottiglie raccontano così due movimenti che attraversano la mostra, quello di chi cerca di tornare e quello di chi prova a raggiungere, tenendo aperto un legame con la terra e con gli altri mentre la violenza continua a spezzarlo.

Tra le prime immagini che incontro entrando nel salone c’è quella della Global Sumud Flotilla, la cui presenza all’ingresso mi colpisce proprio perché, pur appartenendo a una fase più recente degli eventi raccontati, sembra suggerire il punto da cui cominciare a guardarli. Prima ancora di attraversare le testimonianze della devastazione, incontro infatti il gesto di chi ha deciso di muoversi verso Gaza, provando ad avvicinarsi a una popolazione che la distanza rende troppo facilmente estranea alla nostra quotidianità. Le imbarcazioni portano dentro la mostra la possibilità di una risposta, il momento in cui qualcuno decide che ciò che accade sulla sponda opposta del Mediterraneo lo riguarda abbastanza da mettersi in viaggio. Accanto alle bottiglie affidate alle correnti, la Flotilla sembra allora proseguire quel tentativo di raggiungere l’altro, dando alla vicinanza una direzione concreta, una rotta, una presenza.

Naturalmente nessuna opera può restituire i morti ai loro familiari o risarcire la perdita della propria terra, e sarebbe ingiusto cercare tra questi ricami una riconciliazione capace di rendere sopportabile ciò che raccontano. Se affiora una possibilità di rinascita, questa risiede piuttosto nella volontà di custodire, insieme alla memoria della distruzione, tutto ciò che la violenza ha tentato di cancellare, dai desideri alle relazioni, dai lavori alle abitudini quotidiane, restituendo alle persone rappresentate la loro appartenenza a una società che continua a rivendicare un futuro.

È qui che la visita coinvolge più direttamente anche la nostra responsabilità, perché la commozione, per quanto intensa, può esaurirsi rapidamente, mentre usciamo dal palazzo e torniamo a orientarci tra le calli, già cercando sulla mappa la mostra successiva. Anche Gaza rischia così di diventare una tappa del nostro itinerario culturale, ricordata soprattutto per l’emozione che ci ha procurato, mentre le vite incontrate nella sala tornano gradualmente a farsi lontane. L’opera non può decidere al nostro posto che cosa fare di quell’esperienza, ma può almeno rendere più difficile archiviarla, perché, dopo aver letto quei nomi e seguito le storie affidate al filo, dire che non sapevamo, o che nelle immagini non riuscivamo più a distinguere le persone, diventa una giustificazione sempre meno credibile.

© Foto di copertina di Enrico Bruni

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