I maranza sono figli di questa Italia
La violenza va punita. Ma l’etichetta «maranza» serve a rendere straniero un disagio cresciuto nelle periferie e nelle disuguaglianze italiane.

ANSA
Siate maledetti. Sono almeno quindici anni che aspettate questo momento. Quindici anni che coltivate un sogno: vedere finalmente il pregiudizio razziale, che avete scelto come concime della vostra propaganda e come programma politico, prendere forma nei figli degli immigrati. Vederli diventare esattamente ciò che avete sempre raccontato che fossero. In tutti questi anni avete investito nella loro razzializzazione, continuando a ricordare loro che non sarebbero mai stati davvero italiani. Sempre figli di immigrati, anche quando nati qui. Sempre stranieri, anche quando non hanno conosciuto altra patria. Accettabili soltanto a testa bassa, possibilmente invisibili. Un gradino più sotto, sempre.
Lo avete fatto con il linguaggio del disprezzo, alimentando il pregiudizio, la xenofobia e l’islamofobia. Ma non vi bastava. Avete continuato con la politica, spalleggiati da una parte del sistema mediatico, pronto a etnicizzare ogni fatto di cronaca nel quale comparisse uno straniero, fino a costruire nell’immaginario collettivo l’idea che la criminalità avesse una nazionalità, un’origine, possibilmente una religione. Vi ho osservati in tutti questi anni. Ho seguito il modo in cui avete costruito questa macchina, pezzo dopo pezzo, con una perseveranza che meriterebbe ben altre cause. Avete contribuito a creare le condizioni perché crescesse una generazione di figli di immigrati arrabbiati, frustrati, incattiviti. E oggi, davanti a quelli che hanno scelto la violenza, potete finalmente gridare: eccoli! Guardateli! Avevamo ragione noi. Guardate quanto sono diversi, quanto sono violenti, quanto ci odiano. Che straordinaria comodità politica poter indicare come prova delle proprie ragioni anche le conseguenze di ciò che si è contribuito ad alimentare.
Per anni li avete voluti invisibili, lasciati crescere ai margini del disagio, della frustrazione, dell’emarginazione. Ma avete dimenticato una cosa. Questi ragazzi non sono i loro genitori. Non appartengono a quella prima generazione di migranti che ha imparato a sopportare, spesso in silenzio, ogni genere di umiliazione pur di conservare un lavoro, un permesso di soggiorno, un tetto sopra la testa. Non hanno attraversato il Mediterraneo con una valigia e la gratitudine di chi pensa di essere stato accolto per concessione. Sono nati qui, oppure qui sono cresciuti. Hanno frequentato le scuole italiane, parlano italiano, conoscono le stesse strade, gli stessi desideri e le stesse frustrazioni dei loro coetanei. E non sono disposti ad accettare l’inferiorità sociale come una condizione naturale.
La loro risposta, naturalmente, non è stata uguale per tutti. La maggioranza ha scelto il riscatto. Ha studiato, lavorato, costruito la propria emancipazione, conquistando spazi che nessuno aveva pensato di concederle. Sono ragazzi e ragazze che hanno fatto strada nonostante gli ostacoli, che oggi partecipano alla vita di questo paese e contribuiscono a cambiarlo. Ma ci sono anche gli altri. Quelli che hanno smarrito la strada, che hanno trasformato la frustrazione in nichilismo, la rabbia in violenza, il desiderio di essere riconosciuti nel bisogno di imporsi con la prepotenza. Sono loro che vi interessano. Sono loro che occupano i vostri schermi, le vostre campagne elettorali, i vostri discorsi sulla sicurezza. Voi li chiamate maranza, per non riconoscere la loro identità italiana, mentre la verità è che sono il prodotto più italiano e contemporaneo che questa società sia riuscita a partorire.
I maranza senza arte né parte sono figli delle disuguaglianze italiane, di una xenofobia che ha trovato cittadinanza nelle istituzioni e nel linguaggio pubblico, ma anche dell’ignavia di una sinistra che troppo spesso non ha saputo prenderli per mano fin da bambini, credere in loro, aiutarli a rialzarsi quando cadevano. Sono figli delle periferie abbandonate, delle scuole lasciate sole, delle famiglie impoverite, di un paese che ha smesso di occuparsi del futuro dei suoi giovani e ha preferito dividerli secondo il cognome, il colore della pelle, la provenienza dei genitori. Ricordate quando i loro padri e le loro madri sono stati sbattuti ai margini delle città? Quando la crisi economica ha colpito duramente i lavoratori migranti, già più esposti alla precarietà, ai salari bassi e alla povertà? I dati Istat documentano da anni quanto le famiglie straniere siano più vulnerabili alla povertà rispetto a quelle composte soltanto da italiani. E ricordate come avete raccontato quella povertà?
Le case popolari erano diventate il terreno perfetto per mettere i poveri contro altri poveri. Bastava che un alloggio fosse assegnato a una famiglia straniera perché si scatenasse la propaganda. Telecamere davanti ai citofoni, cognomi esibiti come prove di un’ingiustizia, famiglie additate come usurpatrici di diritti altrui. I poveri italiani contro i poveri stranieri. Come se la miseria avesse bisogno di una graduatoria etnica. Come se il diritto a una casa dipendesse dal sangue. Quegli stessi lavoratori immigrati che fino a qualche anno prima erano stati indispensabili per mandare avanti interi settori dell’economia, nel momento della fragilità diventavano improvvisamente un peso. Degli approfittatori. Degli accattoni.
E i bambini? Ve li ricordate i bambini? Quelli delle famiglie che non riuscivano a pagare la mensa scolastica. I casi finiti sui giornali e nelle televisioni, con bambini esclusi dal pasto o trattati diversamente per le difficoltà economiche dei genitori. Anche quella povertà diventava spettacolo, e quando riguardava famiglie straniere era un’altra occasione per trasformare la fragilità in colpa. Tutto questo è accaduto sotto gli occhi dei figli. Ed è proprio qui che vorrei fermarmi, perché conosco quella generazione di genitori. Conosco gli uomini e le donne arrivati in Italia quando questo paese aveva bisogno delle loro braccia, ma non sembrava interessato alle loro vite.
Gente che ancora oggi chiama il datore di lavoro «padrone». Una parola che racconta da sola un mondo intero. Uomini e donne che hanno lavorato per decenni senza imparare davvero a rivendicare un diritto, convinti che bastasse avere un impiego e poter mandare qualche soldo a casa. Che hanno confuso troppo spesso la gratitudine con la rinuncia alla propria dignità, perché nessuno aveva insegnato loro che il lavoro che offrivano aveva un valore e che la loro presenza non era un favore ricevuto. Hanno sopportato perché avevano paura di perdere quel poco che erano riusciti a conquistare. Hanno abbassato lo sguardo davanti alle umiliazioni, pensando soprattutto ai figli, al loro futuro, alla possibilità che almeno loro potessero avere una vita diversa. Ma i figli guardavano.
Guardavano i padri chiamare padrone un uomo che magari li trattava male. Guardavano le madri faticare nelle case degli altri, spesso senza tutele, senza riconoscimento, senza neppure il diritto di ammalarsi. Guardavano i genitori cercare le parole italiane che non conoscevano, diventare piccoli davanti a un impiegato, a un proprietario di casa, a un’autorità. E dentro quello sguardo potevano nascere sentimenti molto diversi. La tenerezza, la pietà, l’ammirazione per il sacrificio. Ma anche la vergogna, l’umiliazione, la rabbia. Perché un figlio può amare profondamente suo padre e allo stesso tempo non sopportare di vederlo umiliato. Può essere orgoglioso dei sacrifici di sua madre e insieme provare una rabbia feroce davanti al modo in cui viene trattata. Quella rabbia non conduce necessariamente alla violenza. Sarebbe un insulto alla maggioranza dei figli degli immigrati, che ha trasformato proprio quei sacrifici in una straordinaria forza di emancipazione. Ma sarebbe altrettanto disonesto fingere che tutto questo non lasci tracce.
Quando guardo quei ragazzi violenti, strafottenti, volgari, nichilisti, pieni di un odio che spesso non sanno nemmeno spiegare, non vedo un popolo straniero che minaccia l’Italia. Vedo anche il fallimento dell’Italia. Vedo una parte della sua gioventù che si è perduta, e una politica che invece di chiedersi come recuperarla preferisce esibirla come un trofeo. Non provo alcuna indulgenza per chi devasta, aggredisce, terrorizza o distrugge. Chi commette un reato deve risponderne. Ma la responsabilità individuale non cancella quella collettiva. E soprattutto non autorizza nessuno a trasformare la violenza di alcuni nella condanna etnica di un’intera generazione. È questo il vostro gioco perverso.
Prendete le schegge più violente di una generazione, accendete i riflettori su di loro, ripetete ossessivamente la parola «maranza», lasciando nell’ombra tutti gli altri. Quelli che lavorano, studiano, si laureano, aprono imprese, fanno ricerca, insegnano, curano, scrivono, partecipano alla vita civile. Quelli che ogni giorno smentiscono la vostra narrazione, ma che proprio per questo non vi servono. Il ragazzo figlio di immigrati che diventa medico non vi interessa quanto quello che spacca una vetrina. La ragazza che conquista un posto nella società non produce la stessa rendita politica di un adolescente incappucciato che lancia una pietra. E così il volto di una minoranza violenta diventa quello di un’intera generazione.
Una generazione alla quale continuate a chiedere di dimostrare di essere italiana, salvo poi negarle questa appartenenza proprio quando manifesta i problemi, le contraddizioni e persino le forme più deteriori del disagio italiano. Perché questi ragazzi sono italiani anche quando sbagliano. Anche quando delinquono. Anche quando diventano insopportabili. Non si è italiani soltanto quando si è bravi, educati, rispettabili, integrati secondo i criteri stabiliti da qualcun altro. E soprattutto, l’italianità non può diventare un premio da concedere ai figli degli immigrati quando si comportano bene e da ritirare quando si comportano male.
Guardateli meglio, questi ragazzi che chiamate maranza. Guardate con chi crescono, con chi escono, con chi condividono la musica, il linguaggio, le mode, le periferie, le frustrazioni. Accanto a loro ci sono coetanei con genitori e nonni italiani. Ragazzi che spesso vivono lo stesso disagio, esprimono la stessa rabbia e possono commettere gli stessi reati. La lingua che parlano è la stessa. Non soltanto l’italiano, con i suoi slang e le sue deformazioni, ma quella più profonda di una generazione che fatica a immaginare il proprio futuro. Sono perfettamente integrati. Anche nelle disuguaglianze, nella precarietà, nella rabbia e nei fallimenti di questo paese. È questa la verità che non volete riconoscere.
Avete bisogno che siano stranieri perché, se ammetteste che sono italiani, dovreste anche ammettere che il problema riguarda l’Italia. Le sue periferie, la sua scuola, le sue politiche sociali, il suo mercato del lavoro, le opportunità negate, la mobilità sociale che si è inceppata. Dovreste smettere di cercare un’origine etnica al disagio e cominciare a rispondere delle condizioni che lo alimentano. Molto più semplice inventarsi un nemico. Molto più conveniente continuare a chiamarlo maranza.
E allora continuate pure. Continuate a costruire le vostre campagne elettorali sulla paura. A inseguire il cognome straniero ogni volta che c’è un fatto di cronaca. A distinguere i figli di questo paese tra quelli che meritano di appartenergli e quelli che possono essere respinti simbolicamente oltre un confine che non hanno mai attraversato. Ma non pensate di potervi liberare così delle vostre responsabilità. Perché i ragazzi che oggi vi fanno paura non arrivano da un altro mondo. Sono cresciuti dentro il vostro. Hanno frequentato le vostre scuole, abitato le vostre periferie, conosciuto le vostre disuguaglianze. Hanno visto i loro genitori lavorare, abbassare la testa, sopportare umiliazioni. E qualcuno di loro, invece di trovare la strada del riscatto, ha scelto quella della distruzione.
Potete condannare quella scelta, come è giusto fare. Potete punire i reati, come deve fare uno Stato. Ma non potete usare quei ragazzi per assolvere una società dalle proprie responsabilità. Potete chiamarli maranza, stranieri, figli degli immigrati. Potete raccontare che non ci somigliano, che vengono da un altro mondo, che non appartengono a questa società. Ma parlano la vostra lingua, abitano le vostre periferie, frequentano le vostre scuole, crescono dentro le vostre disuguaglianze. Sono italiani anche quando diventano ciò che dell’Italia non volete vedere. E non basterà cambiare loro nome per liberarvi della vostra responsabilità. I maranza sono vostri. Sono figli di questa Italia. Anche quando vi fanno paura. Soprattutto quando vi fanno paura.
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