I curdi dalla rivoluzione alla politica, come cambia la Siria post-Assad

Umberto De GiovannangeliFlusso Quotidiano
I Curdi depongono le armi ed entrano nel governo siriano

ANSA

I puristi delle rivoluzioni (fatte da altri) hanno già storto il naso. C’è chi si è spinto anche oltre, parlando e scrivendo di “rivoluzione tradita”. I puristi da salotto mediatico, i Che Guevara della tastiera, non possono perdonare ai curdi siriani (circa il 10% della popolazione) di aver fatto politica. E la politica, si sa, è anche l’arte del compromesso. Il saper cogliere il momento opportuno, l’attimo fuggente, per portare avanti, in forme diverse, ciò per cui si è combattuto e, in molte e molti, perso la vita: la difesa dell’essere un popolo. Un popolo osteggiato dai vari satrapi mediorientali, sparso in più Stati; un popolo che, per la propria idea di libertà, per la visione di costruzione dal basso di una “nazione” democratica, è stato oggetto della ferocia senza limiti dei nazislamisti dell’Isis. Sono i curdi del Rojava siriano, in prima fila contro i miliziani dello Stato islamico a Kobane, traditi più volte dall’Occidente, dall’America di Trump come dall’Europa, quando i paladini del mondo libero hanno dato luce verde all’esercito turco per cancellare con la forza delle armi l’esperienza democratica del Rojava.

I curdi siriani non si sono arresi. Hanno combattuto. E poi hanno fatto politica. Deponendo le armi e accettando di sedersi al tavolo con il presidente siriano Ahmad al-Sharaa nella definizione di un nuovo assetto costituzionale e di governo della Siria post-Assad. Un Paese devastato da una guerra civile, e poi per procura, protrattasi per 14 anni e che ha provocato oltre 638mila, tra cui 183mila civili, 5milioni di profughi e 16,5 milioni di persone bisognose di assistenza umanitaria. Uno Stato da ricostruire in toto dopo che intende avere la piena sovranità su tutto il territorio nazionale, il che non significa cancellare le diversità etniche e religiose. Una scommessa difficile, dall’esito per nulla scontato. Ci vuole coraggio ad affrontare questa nuova sfida, lo stesso che hanno avuto le milizie curde delle Forze Democratiche Siriane (Sdf) nel combattere prima l’Isis e poi le armate di Erdogan. Con l’obiettivo dichiarato di ottenere una maggiore autonomia nella nuova Costituzione siriana. Deporre le armi non sempre è segno di sconfitta. Non lo è per i curdi del Rojava, non lo è stato per il Pkk di Ocalan in Turchia. Ma questo i puristi della rivoluzione permanente non l’intendono.

Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa

Abbonati