«Ho vissuto con i dannati della terra»: l'intervista a Marco Omizzolo
Dall’inchiesta immersiva tra i braccianti migranti dell’Agro Pontino alla denuncia del padronato agroindustriale: «il caporalato è un girone infernale volutamente inesplorato»

ANSA
Anche se non se ne parla molto in Italia è molto diffuso nel settore agroalimentare lo sfruttamento dei braccianti extracomunitari. Negli ultimi anni grazie a Marco Omizzolo qualcosa è cambiato e qualche battaglia è stata vinta grazie alle sue denunce. I suoi libri editi dalla People Edizioni parlano chiaro, specialmente nelle “paludi pontine” il fenomeno è all’ordine del giorno. Abbiamo avuto il piacere di intervistarlo e di farci raccontare la sua storia e le sue battaglie.
Prof. Omizzolo, lei negli anni è stato attenzionato dalle cronache per essersi infiltrato tra i migranti sfruttati dal capolarato. Come mai questa scelta?
È stata una scelta dettata, in primis, da una necessità. Nessuno aveva, prima di questa mia ricerca, studiato dall'interno la comunità indiana dell'Agro Pontino, mentre io dovevo farlo per redigere la mia tesi di dottorato in sociologia che ho in seguito conseguito presso l'Università Alfieri di Firenze. Non potevo, quindi, contare su pubblicazioni e saggi scientifici già consolidati nell'ambito delle scienze sociali. Per questa ragione, dopo aver trascorso alcuni mesi di studio intenso del fenomeno migratorio, della diaspora sikh e delle sue varie declinazioni scientifiche (storiche, antropologiche, sociologiche e filosofiche) e dopo aver studiato, sebbene per sommi capi, anche la lingua in chiave sociolinguistica, ho iniziato a riflettere su come approfondire il tema di ricerca mediante metodologia quantitativa che riprendeva e aggiornava l’osservazione partecipata. Per questa ragione dovevo necessariamente incontrare le persone, ossia i migranti indiani residenti nel Pontino prevalentemente impiegati nel bracciantato agricolo locale, peraltro nel rispetto della tesi di uno dei sociologi italiani più importanti, Franco Ferrarotti, il quale sosteneva che l'oggetto della sociologia non è mai un oggetto ma è sempre un soggetto e che la sociologia è il passaggio dell'umano all'umano. Incontrare le persone e vivere con loro era la chiave metodologica e sociologica fondamentale per accedere a un universo di senso sino ad allora sconosciuto. È per questa ragione, grazie anche allo studio dei Quaderni Piacentini e dei Quaderni Rossi di Panzieri e Tronti, che decisi di camminare per strada coi braccianti indiani, uomini e donne e infine di immergermi nella loro complessa realtà culturale, identitaria e di classe per comprenderne le varie dimensioni, pur vivendo ancora in provincia di Latina che, lo ricordo, si trova ad appena un’ora d’auto a Roma. Ho vissuto con loro per 18 mesi, dormendo nelle baracche, in un vecchio magazzino nel retro di un tempio indiano, in vecchi container e in mini appartamenti nel residence Bella Farnia, a Sabaudia, e a borgo Hermada, a Terracina, o anche a Latina, in cui ho condiviso l'esperienza della povertà coi “dannati della terra” per richiamare Fanon, trasformando la ricerca sul campo da esplorativa in esistenziale, immersiva e non estrattiva, in grado, mediante la raccolta delle storie di vita, di scrivere una storia diversa rispetto a quella prevista per loro dal capitale e da una disciplina dello Stato di natura normativa, simbolica e politica, che ne prevedeva la collocazione nella marginalità dei reietti. Un girone infernale e volutamente inesplorato dove il centro della loro vita era collocata sotto padrone italiano, bianco, patriarcale e spesso fascista e nel contempo sotto la gestione affidata a capi indiani che erano nel contempo trafficanti e truffatori. Poi ho lavorato per tre mesi come bracciante indiano, reclutato da diversi caporali indiani, impiegato in alcune aziende agricole pontine, facendo l'esperienza concreta del lavoro bracciantile. Questa esperienza l’ho replicata in una forma particolare nel 2018, come ho raccontato in un mio libro dal titolo emblematico “Per motivi di giustizia”. È stata un'esperienza che ha prodotto il famoso "effetto specchio" di Sayad, ossia sono riuscito a vedere sotto il tavolo delle istituzioni, a guardare il volto truce di istituzioni totali che vincolano la dignità umana, anche nella nostra democrazia, alla funzione produttiva che essa svolge in favore del capitale. Infine ho seguito un trafficante di esseri umani indiani per altri tre mesi per indagare il sistema di tratta internazionale a scopo di sfruttamento lavorativo che dialoga e si sviluppa in ragione della vigenza della sempiterna Bossi-Fini. L'obiettivo era investigativo e mobilitante riprendendo e aggiornando l'approccio originario dell'inchiesta operaia del 1880 di Karl Marx secondo la quale l'obiettivo è sempre quello di disvelare scientificamente il carattere critico e non naturale del mondo sociale. Marx sosteneva nell'Introduzione a Per la critica della filosofia del diritto di Hegel che «Essere radicali significa cogliere le cose alla radice. Ma la radice, per l'uomo, è l'uomo stesso». Questa tesi mi ha sempre ispirato e consentito di vedere l'uomo oltre le ideologie e gli interessi dominanti, soprattutto in un territorio ancora fortemente condizionato da una ideologia viva che è quella mussoliniana, evidentemente autoritaria, padronale, classista e razzista. La caratteristica di questa metodologia della conoscenza è quella di unire l'esistente empirico con il suo carattere critico sempre soggetto a rapporti di forza e al loro rovesciamento. La ricerca sociale, almeno come la intendo io, rifacendomi a Bauman, diventa scienza della libertà o della liberazione, perché restituisce la parola ai senza voce. È una disciplina che vive e si sviluppa nei margini perché sta con gli emarginati, dove io stesso mi sono posto, e si assume la responsabilità, anche scientifica, del movimento rivoluzionario contro un ordine gerarchico fondato sulla subordinazione. In fondo, pensandoci bene, questo approccio comprende il concetto di "pensiero meridiano" di Cassano, ma anche la pedagogia degli oppressi di Freire e l'uomo in rivolta di Camus, con elementi visuali di origine pasoliniana. Era, in definitiva, il tentativo di portare gli emarginati nella storia mediante un movimento scientifico dialettico e ribelle.
Il fenomeno migratorio è la principale caratteristica dei suoi studi e delle sue battaglie. Perchè questo tema l’ha colpita più di altri?
In realtà, nei miei studi, sono stati fondamentali i lavori di Alessandro Leogrande e alcuni fatti specifici, come gli scioperi di Nardò organizzati dai braccianti nel foggiano e le rivolte di Rosarno. Questi studi e fatti sociali straordinari mi hanno dato il contesto storico di orientamento. Poi, insieme al caporalato, che è la forma di intermediazione illecita vigente storicamente in Italia e non solo nel settore agricolo, ho elaborato il concetto di padronato, riconoscendo e denunciando anche sul piano scientifico la centralità dell’impresa e non solo dell’intermediario, spesso peraltro ex bracciante e di origine straniera, nei casi da me analizzati, da cui doveva derivare una contestazione che riguardasse il vertice del sistema di potere e non una sua coniugazione specifica e parziale. Concentrarci solo sul caporale, infatti, significa libera eccessivamente, anche dal punto di vista politico, sociologico e mediatico, il padrone dalle sue responsabilità che restano propriamente capitalistiche e non legate a tesi, assai poso ragionate, che si focalizzano in via esclusiva sul caporale o solo sulla grande distribuzione organizzata. Ovviamente questa mia esperienza di ricerca mi ha consentito anche di indagare il ruolo delle mafie con riferimento in particolare ai grandi mercati ortofrutticoli e alla logistica agroindustriale. Il mio interesse specifico, biografico, deriva invece dall’essere figlio io stesso di immigrati ed espressione delle forme di marginalità politica organizzate. Mio nonno, ad esempio, era stato recluso in un campo di concentramento nazista in Tunisia e condannato ai lavori forzati. E dopo alcuni anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, espulso da quel paese e obbligato, nell’arco di poche ore, a venire in Italia insieme alla sua famiglia, con mia madre di appena 9 anni, dove hanno vissuto per tre anni dentro campi di accoglienza in condizioni molto difficili, salvo infine trovare lavoro come bracciante nelle campagne pontine. La famiglia di mio padre, invece, è originaria del Veneto ma storicamente socialista. Durante il fascismo infatti numerosi miei familiari sono stati torturati dai nazisti e fascisti e in alcuni casi obbligati spediti nella tristemente famosa campagna di Russia da cui non sono più tornati. È evidente che il tema della migrazione, forzata o meno, dei profughi, del lavoro, della marginalità, dello sfruttamento e della democrazia come risposta civile alla violenza delle dittature, compresa quella del capitale, è scolpito nella mia storia personale.
Possiamo sentenziare che nelle campagne italiane dove si sviluppa il lavoro agricolo c'è una violazione dei diritti umani?
Ormai è sempre più anche la giurisprudenza e diverse inchieste e sentenze della magistratura che lo sostengono. Si tratta di un risultato fondamentale che dovremmo riconoscere in particolare al magistrato Bruno Giordano che da anni su questi temi pratica un impegno e una competenza fuori dal comune. Quando a un lavoratore o lavoratrice viene vietato di sottoscrivere una tessera sindacale, di accedere a un pronto soccorso, di godere di tutti i suoi diritti contrattuali e costituzionali, e nel contempo viene obbligati a lavorare anche 14 ore al giorno con due pause da dieci minuti in totale, dormire in un container posizionato all'interno di una azienda agricola come fosse un animale nel cortile del padrone, condannato alla povertà e alla ricattabilità anche per via di un sistema normativo criminogeno, penso sia legittimo parlare di grave violazione dei diritti umani. Prima ne prendiamo coscienza e ci organizziamo di conseguenza, meglio è. Io stesso ho lavorato dentro una importante azienda agricola pontina per oltre 12 ore con due pause da dieci minuti in totale, con l’obbligo del silenzio e di chiamare “padrone” il datore di lavoro italiano facendo nel contempo tre passi indietro dinnanzi a lui e abbassando la testa. Per non dimenticare, nel Pontino ma anche in numerose altre regioni italiane, del Nord e del Sud, le violenze e gli stupri pianificati e organizzati dai padroni e dai caporali nei riguardi delle donne. Basterebbe leggere alcuni report della Ong We World o di Stefania Prandi per rendersi conto dell’abisso in cui abbiamo gettato donne e uomini, a volte anche minori. Per non parlare della questione ambientale che ben ricostruisce, anche negli aspetti sanitari ed ecomafiosi, Legambiente con il suo dossier annuale Ecomafie. I suoi libri hanno denunciato forme di razzismo e sfruttamento. E lei è spesso in tv. Eppure difficilmente la questione migliora. Perchè l'italiano continua a voltarsi dall'altra parte? Secondo me prima degli italiani che guardano altrove, bisognerebbe chiedersi perché la classe dirigente di questo Paese, pur sapendo perfettamente le condizioni di vita, marginalità e lavoro in cui ha fatto precipitare lavoratori e lavoratrici italiani e stranieri, non fa ciò che esperti, lavoratori, sindacati come la Cgil, Usb e Cobas e le Nazioni Unite chiedono da anni. Considero la classe dirigente del Paese e jn particolare la destra oggi al governo, dalla parte dei padroni, e non per ragioni economiche ma politologiche. Dai padroni essa infatti prendere voti e consenso, trascurando volutamente i migranti che sono lavoratori e lavoratrici privi di diritti e del diritto di voto e dunque esclusi dalle agorà del potere politico. Senza una radicale messa in discussione della precarietà imposta al mercato del lavoro, come un recente libro ha sapientemente ricordato dal titolo evocativo “Il lavoro tossico nella società contemporanea”, una riformulazione del diritto all’emigrazione capace di rispettare integralmente i principi della nostra Carta Costituzionale, e il superamento se non dell’istituto della cittadinanza, cosa che mi vedrebbe anche d’accordo, almeno dello ius sanguinis quale categoria specifica del nazionalismo autoritario contemporaneo, non otterremo i risultati auspicati. È evidente che questo cambiamento lo deve imporre la popolazione italiana con una rinnovata presa di coscienza che deve tradursi non solo in diversi modi di produrre e consumare, ma anche in processi di innovazione e rigenerazione della nostra classe politica con un programma finalmente rivoluzionario, ossia pienamente costituzionale. Uno dei punti principali delle campagne elettorali della destra è l'ìmmigrazione. Però poi, come si vede nella provincia di Latina, sono i primi a farci affari e a sponsorizzare il capolarato. La destra sbandiera un nazionalismo straccione, infarcito di razzismo e retoriche anti immigrati, nascondendo la loro responsabilità politica nell’aver generato, di fatto, una distanza di classe abissale tra i loro amici padroni, e lo posso affermare con certezza con riferimento alla provincia di Latina, e i. loro nemici lavoratori e lavoratrici immigrati, ai quali impongono sembianze mostruose al solo fine di segregarli negli interstizi della società per poterli meglio sfruttare. Siamo nel pieno della categoria prevista dal sociologo Ambrosini degli “utili invasori”. Peraltro la presidente del consiglio Meloni, ancora non spiega perché ha candidato a Latina e portato in Parlamento un esponente politico come l’ex On. Maietta legato per amicizia pubblica e interessi, al clan mafiosi dei Casamonica, definendolo peraltro “la parte migliore della nuova classe dirigente di Fratelli d’Italia”. Un’altra grave responsabilità e contraddizione che tengono nascosta e che contribuisce a fare della provincia di Latina un “laboratorio criminale” d’avanguardia.
Spesso lei è stato minacciato, ci dica la verità ha mai avuto paura?
Resto fedele a quanto affermava il partigiano anarchico Angelo Dolci, detto "Taro", il quale a questa domanda rispondeva: «paura sempre. Non paura sempre anche quella». Peraltro ciò che mi ha davvero ferito e preoccupato nel corso di questi quindici anni, non sono state le intimidazioni, le denunce temerarie (l'ultima mi è arrivata da un’importante azienda agricola pontina che ha legami storici anche con alcuni esponenti di sinistra che mi ha chiesto 250 mila euro di danni per diffamazione), le minacce di pluricondannati per mafie per il noto caso Fondi, nel Sud Pontino, o le numerose provocazioni subite. La cosa più grave è stato l'isolamento nel quale alcuni hanno cercato di gettarmi, anche a sinistra. Donne e uomini che definirei sbandieratori scoordinati, che hanno cercato di monopolizzare il tema dello sfruttamento per farne vessillo personale e autoreferenziale di chi immagina di essere autosufficiente nel contrasto e superamento definitivo di questo sistema. È una forma di grave provincialismo che ancora persiste e nel contempo una delle ragioni per cui la destra in provincia di Latina continua a vincere nonostante i disastri prodotti. Resto però un uomo profondamente convinto che le contraddizioni e le gerarchie sociali siano destinati, insieme alle mafie, a essere superate mediante l’unione delle persone sfruttate, senza distinzione di sesso, genere e appartenenza. In questa prospettiva l’impegno della Cgil di Latina, insieme a quello diretto e sempre meno eterorappresentato dei lavoratori e delle lavoratrici di origine indiana di quel territorio, costituiscono un terreno fecondo per il cambiamento, come affermava Gandhi, che “vogliamo vedere nel mondo”.