Hic Rhodus, hic salta: o l'Europa della subalternità o l'Europa dell'autonomia

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ANSA

L’escalation drammatica di queste ore mette in luce tutti i limiti e i rischi di un europeismo irenico, astratto e sconnesso dalla realtà. Definirsi europeisti, per chi come noi lo è davvero, non è più sufficiente. Mai come oggi occorre precisare in quale Europa crediamo, attraverso quali scelte concrete essa può configurarsi e in nome di quale visione strategica.

Esistono infatti più Europe. Esiste un’Europa del balbettio e persino della complicità, che sta assistendo senza reagire all’ennesima violazione del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite da parte di Stati Uniti e Israele: violazione che, si badi, contravviene anche al diritto interno statunitense, non essendo i bombardamenti su Teheran approvati dal Congresso. È l’Europa subalterna e servile che, dal crollo dell’Urss in avanti, non ha fatto nulla per prevenire il conflitto in Ucraina e che dal febbraio 2022 ha scelto di non perseguire alcuna prospettiva diplomatica per mettervi fine.

È la stessa Europa che ha costruito la sua narrativa occidentalista intorno a Rearm EU, accettato le imposizioni della NATO sull’aumento delle spese militari al 5% del PIL e che è sembrata persino scommettere, con sprezzo del pericolo, sulla prospettiva di una vittoria militare ottenuta sul campo contro una potenza nucleare.

Esiste poi un’Europa profondamente diversa, per linguaggi, postura, ambizioni, valori. È l’Europa in cui crediamo. È l’Europa del governo spagnolo guidato da Pedro Sánchez, che ha tenuto la schiena dritta e ha reagito in queste ore agli insulti, alle provocazioni e alle minacce di ritorsione economica dell’amministrazione Trump, negando l’utilizzo delle basi sul proprio territorio. Eccezion fatta per la Santa Sede, la Spagna è stato l’unico grande Paese europeo a prendere posizione contro una guerra che già oggi coinvolge direttamente Libano, Iraq, Cipro, Emirati Arabi, Giordania, Qatar, Kuwait, Bahrain e Arabia Saudita, e che rischia di trascinare il mondo in una spirale incontrollabile.

Precisare in quale Europa crediamo è dunque necessario. Il socialismo europeo si trova con evidenza in mezzo al guado, al culmine di una lunga parabola storica durante la quale ha più volte governato, talvolta ha resistito e più volte ha mutato pelle, smarrendo parole d’ordine, riferimenti sociali, modelli.

La sinistra italiana ha, innanzitutto per il ruolo che le viene riconosciuto, una responsabilità cruciale: contribuire a orientare il socialismo europeo verso un’Europa della pace e della solidarietà internazionale. Contribuire a portare il socialismo europeo e un più vasto schieramento democratico sulla linea di Sánchez.

La pace deve essere oggi, per la sinistra europea, la madre di tutte le battaglie, perché condizione necessaria per affrontare le altre sfide. Quelle economiche — per definizione decisive — le sono inscindibilmente legate.

Noi crediamo nell’autonomia strategica europea. Condividiamo l’orizzonte evocato dalla Commissione negli ultimi anni. Ma cos’è l’autonomia se non indipendenza, anche dagli Stati Uniti, e costruzione di un quadro multilaterale di equilibrio e coesistenza? E cos’è se non la presa di coscienza che gli interessi economici europei non coincidono con quelli americani e, anzi, divergono da questi in misura sempre più eclatante? Quanto sono costate in questi anni all’Unione Europea le misure protezionistiche americane, dal reshoring di Biden ai dazi di Trump? E quali effetti avranno sull’economia europea le nuove pretese di controllo delle rotte energetiche nel Golfo Persico, in termini di aumento dei prezzi dell’energia, di crescita dei costi per la trasformazione industriale e di inflazione?

L’Europa deve credere in sé stessa, deve assumere la consapevolezza di poter essere il soggetto capace di competere — e prima ancora di proporsi — su scala globale sulla base di un proprio modello originale. Un modello di economia sociale e democratica fondato su nuove priorità macroeconomiche, in cui la crescita sia al servizio delle persone e non dei mercati. Questo implica un salto di qualità concettuale rispetto all’attuale configurazione dell’economia sociale di mercato. Significa lavorare per la prospettiva di un’Europa del lavoro e degli investimenti e per una crescita sostenibile fondata sulla programmazione democratica: un’Europa che si affermi come forza industriale e tecnologica, sviluppando la propria domanda interna e collocandosi in una rete di cooperazione strategica con i mercati esteri.

Un orizzonte di questo tipo impone un giudizio chiaro sulle scelte della seconda Commissione von der Leyen. Anche su questo terreno non si può balbettare. Le sfide epocali poste dalle “transizioni gemelle” hanno aperto negli anni scorsi spazi importanti di innovazione e di programmazione, dal Next Generation EU al rilancio degli IPCEI. Ma sarebbe da incoscienti negare che l’equilibrio tra sicurezza, sviluppo industriale e sostenibilità si è rotto. E che l’asse è ora del tutto sbilanciato, con un Green Deal sempre più compromesso e una tendenza alla militarizzazione dell’industria e dell’economia che riflette le ossessioni di una parte rilevante delle élite europee.

È necessario invece riportare la trasformazione verde al centro del progetto europeo, rendendola socialmente sostenibile e valorizzandola come leva di crescita dell’apparato produttivo. E lavorare al contempo per una difesa comune che razionalizzi le spese militari e non le faccia esorbitare tramite il ricorso allo sforamento dei vincoli del Patto di Stabilità da parte dei singoli Paesi. Semmai, occorre utilizzare in modo sistematico le clausole di salvaguardia per gli investimenti pubblici strategici, distinguendo chiaramente tra spesa corrente e spesa per trasformazioni strutturali. Così come occorre rendere permanente l’esperienza del Next Generation EU e introdurre — insieme a un bilancio ben più solido — strumenti stabili di indebitamento comune, capaci di finanziare beni pubblici in energia, innovazione e infrastrutture.

È questa l’Europa che, in forza di una sua riconquistata solidità economico-industriale, e dunque credibilità, potrebbe diventare protagonista di nuovi obiettivi: lanciare una nuova Helsinki; aprire un dialogo costruttivo con la Cina; giocare un proprio ruolo nel conflitto tra Usa e Iran, disertando la guerra e scegliendo il terreno della diplomazia e del negoziato. Hic Rhodus, hic salta: o l’Europa della subalternità o l’Europa dell’autonomia, della pace e della cooperazione.