Hanno ancora senso i partiti “strutturati”?

Una riflessione sulle forme e le organizzazioni dei partiti nel mondo contemporaneo.

Ludovico ManzoniIl Punto
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ANSA

Assolutamente sì. La vittoria a questo referendum costituzionale deriva proprio dalla struttura dei partiti progressisti, dalla capillarità della campagna elettorale che si é riuscita a condurre, insieme al sindacato e alle associazioni progressiste e che la destra non è riuscita a replicare, rimanendo schiacciata dal confronto sulla mobilitazione. Con tutte le problematiche dei partiti tradizionali, ancora non si sono palesate nei paesi occidentali forme di organizzazione politica più efficaci e avanzate.

Ciclicamente, nel nostro dibattito, si ripropone l’idea di trasformare il Partito Democratico verso una forma piu’ liquida o movimentista. Il problema del movimento tuttavia rimane lo stesso: come confrontarsi con la sfida di governo? Come risultare poi credibili nel fornire un’alternativa, una visione di paese e soprattutto avere le persone per realizzarla?

Anche in questo la destra paga scotto: Fratelli d’Italia essendo un partito ancora non completamente radicato a livello nazionale e relativamente giovane non riesce ad esprimere una classe dirigente nazionale all’altezza. Soffrono l'impossibilità di operare sani ed estesi meccanismi di selezione, non esistendo una sufficiente base di dirigenti locali preparati e rappresentativi. Ammesso e non concesso che questa selezione si voglia operare. Proprio a questo continua a servire oggi un partito strutturato, ramificato in ogni territorio e settore della società, pronto, quando ci si dovesse trovare a confrontarsi con la sfida di governo, a permettere una selezione di una nuova classe dirigente. Riuscendo a selezionare il giusto equilibrio territoriale, di età, esperienza, classe e genere che possa davvero rappresentare un’alternativa pronta a governare il paese e cambiarlo.

Ovviamente questa selezione non è automatica, la destra al governo oltre a non dimostrare di avere una sufficiente piscina di talenti a cui attingere, parrebbe preferire altri criteri di selezione: l’amichettismo, la fedeltà assoluta al capo, e sovente il familismo. L’incapacità di selezionare una classe dirigente con il giusto equilibrio di competenze ed esperienze sul medio e lungo periodo diventa una zavorra che si fa sentire, come ci dimostra il recente repulisti che ha portato alle dimissioni di Santanchè, Bartolozzi e Delmastro. Scelte inadeguate possono anche garantire al capo di turno maggiore agibilità nel breve periodo, ma a lungo andare questa inadeguatezza emerge e si ritorce contro chi li ha selezionati.

Dipinto questo quadro, parrebbe che il Partito Democratico abbia un vantaggio strutturale rispetto alle destra, avendo una maggiore struttura e la possibilità di operare una migliore selezione e parrebbe poco chiaro perché non si trovi al governo. Manca ancora un tassello fondamentale a questo mosaico: a un partito non basta la struttura e la capacita’ di selezionare la classe dirigente, ma un valore ancora più fondante, ovvero l'identità.

L’identità è ciò che tiene insieme il partito in senso profondo, i valori condivisi, l’aver chiaro chi si vuole rappresentare, verso quale direzione si vuole portare il paese e quale idea di mondo si esprime. La mancanza di identità è un problema che permane nel Partito Democratico, problema peraltro non ascrivibile a questa segreteria, ma atavico e discendente direttamente dalla propria fondazione, rimane irrisolto.

Nel Partito Democratico su qualunque argomento politico si possono trovare più posizioni, spesso una varia gamma e in conflitto tra loro, a volte come espressione delle diverse tendenze politiche delle componenti, altre come posizioni dei singoli eletti. Questa continua distinzione riflette una mancanza di valori fondativi in cui l’intero partito si riconosce. Certamente oggi l’attuale leadership ha riallineato l’orientamento della base con le battaglie politiche portate avanti dalla dirigenza, e sanato la frattura col sindacato e le associazioni progressiste, ma com’è stato possibile in un recente passato che il Partito portasse avanti politiche completamente dissonanti, se non opposte?

Il problema rimane la mancanza di identità costituente, che in altri partiti invece è chiara e salda: i Socialdemocratici svedesi, ad esempio, sono il partito del welfare. E per quanto la leadership del momento possa variare in una direzione o nell’altra, le radici rimangono inalterate e le politiche del momento devono tenerne conto. Il labour inglese è, appunto, il partito del Labour, dunque dei lavoratori organizzati e concede ai sindacati un’apposita rappresentanza nei suoi organi dirigenziali e un importante peso nel processo di elezione della leadership. Quando i valori momentanei vanno a disallinearsi con questa identità profonda, nel partito si produce una crisi come sta avvenendo attualmente in Inghilterra. In questo la destra ha un grande vantaggio: Fratelli d’Italia è un partito fortemente identitario e dalla sua fondazione ha saputo riconoscersi chiaramente in una storia, ed esprimere una visione di paese chiara e coerente con la propria identità.

Questa chiarezza è stata premiata elettoralmente e costituisce un vantaggio non indifferente. L’elettore di destra sa quello per cui va a votare e si riconosce in questo voto. Di recente, la destra ha saputo sviluppare un'identità non solo nazionale ma sovranazionale, scavalcando l’elaborazione politica del progressismo internazionale. Le proposte e le politiche di Orban non sono particolarmente diverse da quelle di Trump, Meloni, Milei o Bolsonaro ma stanno tutte nello stesso solco ideologico: il sovranismo, vale a dire chiusura dei confini e rifiuto dell’immigrazione, forte scetticismo verso le organizzazioni internazionali che siano l’ONU, la NATO o l’Unione Europea, nazionalismo spinto, rinuncia al diritto internazionale in favore della legge del più forte.

La destra è riuscita a creare un'identità globale con cui rispondere alle sfide della globalizzazione, della trasformazione tecnologiche e delle crisi economiche. La loro risposta è semplice, dare la colpa ai più fragili, ai diversi, agli immigrati, ai poveri. A sinistra oggi manca una risposta globale. Le forme di progressismo che hanno saputo andare al governo, da Lula a Starmer a Sanchez passando per Mark Carney, hanno poco in comune tra di loro e nel migliore dei casi hanno saputo trovare una risposta unicamente nazionale ai problemi dell’oggi.

Dunque, la risposta alla domanda iniziale è sì, un partito strutturato e organizzato ha ancora senso oggi e può portare a una risposta credibile per i progressisti che si confrontano con la sfida di costruire un’alternativa di governo, ma la struttura e anche le singole proposte, seppur positive e allineate con la base, non bastano se non riescono a essere parte di un’identità chiara, netta e comprensibile per l’elettorato.