Habermas, pensatore dell’agire comunicativo

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Jürgen Habermas è stato un indiscusso protagonista della filosofia contemporanea. Pensatore versatile e finissimo, il suo nome è indelebilmente legato all’evoluzione della cosiddetta Scuola di Francoforte, etichetta con la quale si suole indicare un gruppo di intellettuali riuniti intorno all’Institut für Sozialforschung (Istituto per la Ricerca Sociale), fondato nel 1923 a Francoforte sul Meno. A questo gruppo sono associati Theodor Adorno e Max Horkheimer, critici dell’industria culturale, cioè della trasformazione moderna della cultura in merce, e teorici della dialettica dell’illuminismo, espressione che dà il titolo a una fondamentale opera del 1944 nella quale il moderno viene sottoposto ad una decostruzione radicale. Il “moderno” occidentale, concetto strettamente associato al movimento illuminista del XVIII secolo, viene inteso da Adorno e Horkheimer come il tempo dell’affermazione di una razionalità tecnocratica e burocratica che soffoca l’umanità anziché emanciparla: l’imporsi di tecnologie sempre più potenti riflette una riduzione del pensiero a mero strumento per il raggiungimento di scopi materiali senza più alcun riferimento a significati ulteriori e non monetizzabili. È proprio sul terreno della critica alla modernità che Habermas, già assistente di Adorno a fine anni Cinquanta e poi egli stesso professore a Francoforte fino al 1994, si distingue rispetto ai maestri, individuando nella maturazione moderna della razionalità, accanto ai noti rischi, alcune possibilità emancipative. Ciò consente ad Habermas di costruire una monumentale proposta filosofica dal carattere sistematico e orientata a problemi di carattere epistemologico, morale, politico e sociale, nutrita però da uno scambio fecondo, talvolta serrato e critico, con una varietà di proposte teoriche la cui comune radice nella modernità viene riconosciuta: la sociologia funzionalista, il contrattualismo, il marxismo di autori come Mannheim e Althusser, l’ermeneutica di Gadamer e Ricoeur, sino al recupero di una visione più articolata dell’illuminismo (in particolare kantiano).
Questo recupero dialettico del moderno non coincide, come talvolta si è sostenuto, con un allentamento della tensione critica nei riguardi dell’economicismo moderno e della razionalità strumentale. In effetti, Habermas coglie nell’emancipazione moderna della razionalità da vincoli culturali e autoritari di ordine sacrale o nobiliare la possibilità di fondare società laiche fondate sul libero e collegiale esercizio della ragione, che si esprime nella nota nozione di “agire comunicativo”. La razionalità che emerge nell’agire comunicativo non si impone come sistema di regole dall’alto al basso; al contrario, ogni dialogo deve sempre presupporre alcune regole razionali minime che rendano possibile la reciproca comprensione, nonché la fiducia nel fatto che l’interlocutore sia sincero nel dire la propria verità. L’ideologia viene così reinterpretata come un’asimmetria strutturale della comunicazione, nella quale la reciproca comprensione viene programmaticamente occultata: il compito critico, così importante già per Kant e poi ovviamente per Marx e tutta la tradizione seguente, è ripensato nei termini di una vigilanza verso le asimmetrie comunicative che ostacolano il libero e formativo scambio delle opinioni. Le disuguaglianze socio-economiche sono un fattore decisivo di queste asimmetrie comunicative, dove per “comunicative” si deve anche intendere che certi gruppi sociali pretendono di avere parola e di imporla mascherando l’irrazionalità della loro pretesa con forme posticce di razionalizzazione ex post. L’ideale della società realizzata è invece quello di una società nella quale la razionalità si fa insieme, nella pratica di un dialogo paritario, fondato non sulla negazione delle differenze tra individui e gruppi ma sulla scommessa che far interagire sensatamente e “sinceramente” queste differenze sia possibile e anzi implicato dalla ragione stessa.
Queste idee non tradiscono l’impianto emancipativo e critico della sinistra ma lo rendono compatibile con il nuovo mondo culturale degli anni Ottanta e Novanta, sempre più globale e pluralista. Esse ricompaiono, nei decenni successivi, nella concezione habermasiana di Europa, intesa come un progetto politico nel quale le differenze tra culture, lingue e nazioni sono preservate, ma messe a fattor comune attraverso la coltivazione di uno spazio pubblico europeo pluralista ma ispirato ai valori e alle pratiche che discendono dall’agire comunicativo. L’aspirazione sistematica del filosofo si risolve in una progettualità politica concreta di cui la costruzione dinamica e pluralista dell’Europa unita rappresenta l’orizzonte più esplicito. Ma il pensiero di Habermas, lungi dal risolversi in un sistema chiuso, rimane sensibile alle sollecitazioni della storia. L’attentato jihadistico dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle ha portato a una considerazione meno pacificata del pluralismo e al riconoscimento che l’ideale di una razionalità pratica e comunicativa non può bastare a soddisfare l’esigenza di identità e appartenenza dei gruppi culturali. Ciò non significa rinunciare al carattere intrinsecamente laico dell’ideale habermasiano, ma rigettare forme di laicismo che non consentono alle appartenenze religiose, così determinanti sul piano esistenziale dei credenti, di esprimersi nello spazio pubblico.
Perdiamo dunque un maestro del pensiero, la cui grandezza non si misura solo dalla coerenza del pensiero, ma dalla sua vitalità ed apertura agli stimoli concreti del tempo. Un pensatore autenticamente politico, dunque: non in quanto strumentale a questo o quel disegno, ma in quanto rigoroso sviluppatore, anche sul piano politico, di intuizioni culturali ad ampio raggio, in grado di motivare ancora la ricerca di ideali coi quali guardare con fiducia al futuro in un tempo, il nostro, caratterizzato da una grande confusione e forte smarrimento.