Guttuso, l’arte socialista e i furori rivoluzionari del Sessantasette.

Un ricordo del confronto con Renato Guttuso nel 1967: tra socialismo, avanguardie e tentazioni estremiste, la lezione di una più salda e vera coscienza storica.

Duccio TrombadoriBattaglia delle IdeeARTEOPERE D'ARTE
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ANSA

Correva l’anno 1967. Renato Guttuso aveva scritto su “Rinascita” un articolo sui rapporti tra l’artista e la società che mi aveva profondamente suggestionato, ma anche, in parte, infastidito. Con la franchezza che gli era consueta, e senza mezzi termini, egli se la prendeva con il nichilismo estetico di Marcel Duchamp e di Giulio Carlo Argan — «evidentemente non pensano da socialisti» — e rilanciava un’idea dell’arte che gli era stata sempre cara: «Per noi l’arte non può essere antiumana; nel nostro presente, anzi, cerchiamo di cogliere i fermenti opposti a tanto pragmatismo. L’arte è umanesimo e il socialismo è umanesimo. Il solo umanesimo possibile è anzi, oggi, […] il socialismo».

Guttuso trovava inoltre non casuale il nesso tra i movimenti neo-avanguardistici «e le nuove forme “rivoluzionarie”, quali la guerriglia in Sud America e in Africa, le sommosse razziali negli Stati Uniti, e la “rivoluzione culturale cinese”». Polemizzava con chi identificava la rivoluzione «nel suo aspetto iniziale, prevalentemente offensivo e distruttivo»; e condannava, di conseguenza, come ingiustificata «gestualità» tutte le forme di estremismo culturale e politico che allora criticavano da «sinistra» l’Unione Sovietica e, in Italia, il Partito comunista.

Erano argomenti che, a chi come me e come tanti della mia generazione era fortemente suggestionato dai miraggi rivoluzionari emergenti (Castro,Mao, Ho Chi Minh) potevano apparire a dire poco di retroguardia. Tanto più che guardavo con crescente diffidenza al moderatismo dei governanti sovietici, i quali mi sembravano per questo gli eredi immeritevoli della mitica Rivoluzione d’Ottobre.

Decisi così di scrivere a Renato una lunga lettera. Egli soggiornava, come d’abitudine in autunno, nella casa di campagna a Velate. Gli esposi, con pari franchezza e con rispettosa nettezza, la mia disapprovazione. Come si potevano appaiare — osservavo — le parodie rivoluzionarie dell’estetica neo-avanguardistica con i combattenti antimperialisti in Asia, in Africa, in America Latina? Come mettere sullo stesso piano una rivolta formale, spesso compiaciuta della propria distruzione dei linguaggi, e le lotte concrete dei popoli contro l’imperialismo?

Guttuso mi rispose a stretto giro di posta. Lo fece in modo paterno, ma non paternalistico; affettuoso, ma non corrivo; e, soprattutto, senza concedere alcuno spazio alle mie bellicose intemperanze. Riuscì, tuttavia, a essere persuasivo. La sua replica non eludeva il conflitto, ma lo riportava entro una prospettiva politica più vasta, nella quale la fedeltà a una realtà storica esistente non equivaleva a immobilismo, e la critica non poteva trasformarsi in una forma inconsapevole di rimozione anticomunista.

Dopo un lungo argomentare, la lettera si concludeva così: «[…] questo è il punto fondamentale oggi per un giovane intellettuale comunista, questa la sua più vera responsabilità: capire che la revisione va fatta dal di dentro di una realtà esistente, facendovi confluire le nuove spinte rivoluzionarie, ma non invece — come mi pare accada anche a te — scivolando in un criticismo che non si differenzia dalla vecchia (e nuova) posizione anticomunista e antisovietica, di quella ininterrotta schiera di insofferenti (per coscienza a volte, a volte per opportunismo) che furono con Trotzky ieri, e oggi sono con Mao, e che, ieri contro Stalin, buttano oggi avanti il nome di Stalin, pur di ostacolare la “politica” dell’URSS».

In quelle righe c’era tutto Guttuso: la durezza del giudizio politico, la diffidenza verso ogni estremismo che si compiacesse della propria purezza, ma anche la convinzione che l’arte, se voleva restare fedele all’uomo, non potesse separarsi da un orizzonte di trasformazione reale. Per lui il socialismo non era un ornamento ideologico dell’arte, ma la forma storica in cui l’umanesimo poteva ancora cercare il proprio compimento. E proprio per questo, anche quando la sua posizione appariva a noi giovani troppo prudente, troppo legata alla disciplina di una storia già istituita, essa conservava una forza morale che non si poteva liquidare come segnale di arretratezza conservatrice. E risuonava come appello appassionato a maturare una più salda consapevolezza storica oltre gli astratti furori della nostra gioventù.

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