Guerra e clima: la militarizzazione aggrava la crisi globale e sociale
Il riarmo sottrae risorse alla crisi climatica globale e moltiplica emissioni, disuguaglianze e migrazioni, mentre l’Europa indebolisce la transizione ecologica

Archivio Rinascita
Non solo abbiamo cancellato “alla vista” il cambiamento, anzi la trasformazione climatica che sta avanzando, oggi platealmente drammatica e portatrice di un’accelerazione delle disuguaglianze del mondo moderno “accaldato” e fragile! Non solo abbiamo indebolito fino all’irrilevanza il progetto europeo del Green Deal, che indicava una direzione chiara verso l’integrazione della competitività, della tutela ambientale e della stabilità sociale all’interno di un modello economico coerente con i limiti del pianeta, ma oggi aggiungiamo l’infausto accrescersi dei conflitti armati sempre più diffusi e interconnessi con la crisi climatica e con quella energetica.
Con buona pace degli ambientalisti tacciati di allarmismo, quando va bene, di terrorismo climatico o estremismo ideologico, quando si vuole far male, l’attenzione generale dei governi fascisti, dei media schierati e delle istituzioni è tutta concentrata sui piani di guerra o sui modi con cui schivarli, ma non fa accenni, anzi nasconde astutamente, l’impatto dei conflitti armati sul riscaldamento globale, con le enormi emissioni di gas serra nell’atmosfera.
Secondo alcune ONG britanniche, il settore bellico starebbe al quarto posto per emissioni su scala globale, con una percentuale del 5,5%. Purtroppo si tratta solo di un’illazione, visto che queste stime non sono ufficiali e rimangono nell’ombra, ma il dato racconta di una relazione strettissima tra guerre e clima.
Su questa relazione incidono, e ne sono conseguenza, anche le migrazioni. Le guerre stanno diventando una concausa degli spostamenti o delle migrazioni climatiche. Il Centro internazionale di monitoraggio sul clima norvegese ha mostrato che nel 2024 sono stati 45,8 milioni gli sfollati interni per disastri naturali e altri eventi legati ai cambiamenti climatici. Un dato record che segna un’anomalia significativa rispetto agli ultimi 15 anni, in cui la media annuale si era attestata sui 24 milioni.
Altri istituti di ricerca hanno inoltre evidenziato che più di tre quarti delle persone sfollate per conflitti e violenze viveva in paesi con un’elevata o molto elevata vulnerabilità ai cambiamenti del clima.
In un pianeta in fiamme, in ogni senso, in cui azzerare le emissioni di gas serra non è solo una questione ambientale, ma una chiara scelta politica e di priorità per i governi, l’Unione europea cosa fa? Sceglie un piano di difesa militare, il ReArm Europe, da 800 miliardi di euro, che potrebbe generare circa 200 milioni di tonnellate di CO₂ in più all’anno, mentre i singoli paesi, come l’Italia, ipotizzano armamenti per miliardi di euro e neanche un centesimo per la crisi climatica ed energetica in atto e foriera di disastri ambientali difficilmente calcolabili. Una miopia sconvolgente!
Intanto, tutti i mezzi militari sono alimentati con combustibili fossili. Gli esplosivi rilasciano gas a effetto serra, inquinanti organici e inorganici e polverizzano metalli. In alcuni casi si è sentito parlare di un uso, vietato, di uranio impoverito. Infine, le esplosioni causano temperature elevatissime che, oltre a sterilizzare il terreno, uccidono migliaia di persone e milioni di animali.
L’aviazione è l’arma che di gran lunga consuma più combustibili. E poi ci sono tutte le basi, gli edifici e le infrastrutture che vanno mantenuti. Si calcola che tra l’1 e il 6% delle terre emerse, in realtà, sia dedicato ad attività militari.
In questi posti, poi, dove si svolgono esercitazioni e attività di utilizzo di armi, ci sono effetti anche diversi da quelli delle emissioni di gas a effetto serra, come l’inquinamento da idrocarburi, l’inquinamento da sostanze organiche o da metalli e, ogni tanto, anche l’inquinamento da sostanze radioattive: quindi grandi quantità di materiali pericolosi che vengono emessi durante le esercitazioni, che prevedono spesso esplosioni e incendi.
Diventa chiaro che aumentare le spese militari, anche in tempo di pace, significa aumentare le emissioni legate alla produzione delle armi, allo stoccaggio, alla manutenzione, alle esercitazioni e alle manovre militari. Già questo basterebbe a governanti avvertiti per invertire la rotta e provare a migliorare le condizioni di vita dei propri cittadini, anziché portarle verso l’annientamento.
Dovrebbe indurre l’umanità intera a unirsi per trovare una soluzione, anziché accelerare la crisi, e ad abbandonare la strada della militarizzazione del mondo, rischiosa non solo per gli effetti diretti dei conflitti, ma anche perché distrae enormi risorse, enormi capitali politici, economici e sociali dall’obiettivo comune e crea poi dei solchi, crea delle divisioni, laddove invece bisognerebbe lavorare tutti insieme per trovare delle soluzioni.
La crisi che stiamo vivendo ci dovrebbe obbligare a rovesciare lo sguardo anche sul tema delle migrazioni. Parlare di migrazioni significa riconoscere che la frontiera non è più una linea di separazione da presidiare, ma uno spazio di relazione e responsabilità reciproca: un crocevia in cui l’umanità si interroga sul proprio destino.
Le migrazioni non sono una minaccia né un’anomalia da correggere, ma il sintomo di un disordine globale — frutto di crisi climatiche, economiche, sociali e politiche intrecciate — che ci impone di non prescindere dai temi della giustizia e dell’impegno a dare voce e accesso a risorse, e opportunità, in modo equo e nel rispetto dei processi democratici.
La paura che le destre e i loro governi alimentano nei cittadini per riuscire a manipolarli con la bieca propaganda non può distogliere noi democratici dal tenere sempre acceso un faro sui valori collettivi alla base della convivenza tra le persone e tra persone e natura e dal tentare di riportare l’attenzione sul miglioramento delle condizioni di vita delle persone e dell’ambiente, per provare a ribaltare il senso di paura delle destre con un senso di speranza del resto dell’umanità.
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