Groenlandia, storia di un'annessione impossibile
Le minacce di Trump ignorano autonomia, autodeterminazione e diritti inuit. Ma in Italia il dibattito resta superficiale e privo delle voci dell’isola.

ANSA
All’inizio di agosto il presidente americano Donald Trump ha reiterato la ferma intenzione di annettere la Groenlandia, affermando che la grande isola artica diventerà il cinquantunesimo Stato della federazione entro la fine del suo secondo mandato, nel 2029.
Queste minacce, già espresse varie volte nei mesi precedenti, hanno segnato un precedente storico. Per la prima volta gli Stati Uniti, «alleati» dell’Europa dal 1945, si sono apertamente manifestati come nemici di un continente che da allora aveva visto nella federazione nordamericana un difensore sicuro e affidabile. In Italia, salvo rare eccezioni, i media e la politica non hanno colto, o non hanno voluto cogliere, la gravità della minaccia americana. In un primo momento hanno minimizzato, sostenendo che si trattasse di una boutade. Poi, quando hanno capito di essersi sbagliati, hanno manifestato soltanto un tiepido sostegno verbale nei confronti dell’isola e della Danimarca.
Nonostante esistano numerose trasmissioni televisive italiane dedicate all’approfondimento di temi politici e sociali, nessuna ha sentito il bisogno di dare voce a politici groenlandesi, danesi o esperti della materia. Questa lacuna è stata ancora più grave se si considera che la grande isola artica è praticamente ignota al cittadino medio. Non solo: la maggior parte degli articoli comparsi sulla stampa italiana ha oscillato dalla sciatteria alla falsità manifesta.
La grande isola è stata definita un «territorio semiautonomo della Danimarca»: un capolavoro di disinformazione, dato che non soltanto la «semiautonomia» è un concetto inesistente, ma la Groenlandia viene considerata dagli esperti uno degli esempi più riusciti di autonomia e, al tempo stesso, un modello al quale gli altri popoli indigeni del pianeta guardano con molto interesse.
Certo, specialisti di geopolitica come Lucio Caracciolo e Dario Fabbri sono intervenuti sulla questione. La rivista diretta dal secondo, Domino, è stata la sola pubblicazione italiana a darle rilievo, dedicandole una copertina: il numero 2 del febbraio 2026, intitolato «Morire per la Groenlandia». Ma anche in questo caso è rimasto sostanzialmente escluso dal dibattito il mondo politico e culturale dei due Paesi coinvolti: Groenlandia e Danimarca.
Il dibattito sull’indipendenza
Dopo la definizione dell’autonomia nel 2009, l’ipotesi di una Groenlandia indipendente ha assunto un rilievo sempre più evidente. La rivendicazione americana ha avuto un forte impatto su questo dibattito, determinando reazioni diverse.
Un indipendentista storico come Aqqaluk Lynge, già parlamentare ed ex presidente dell’Inuit Circumpolar Council — l’organismo politico che riunisce gli inuit di Alaska, Canada, Groenlandia e Russia —, ha cambiato posizione, sostenendo che soltanto rafforzando il legame con la Danimarca l’isola potrà contrastare l’aggressività americana.
Altri, come l’operatrice sociale Najannquaq Hegelund, credono invece che l’indipendenza non sia soltanto un’aspirazione politica: «È anche una questione di legittimità democratica, dignità e diritto di un popolo a determinare il proprio futuro. In tal senso, la situazione attuale rafforza, anziché indebolire, l’importanza politica dell’autodeterminazione», sostiene Hegelund.
Per completare il quadro è necessario aggiungere la sparuta minoranza di coloro che auspicano l’annessione americana, come Jørgen Boassen, finanziato apertamente dall’amministrazione Trump. In ogni caso, la stragrande maggioranza dei groenlandesi si oppone senza mezzi termini all’annessione.
Un’indipendenza possibile
Nel secolo scorso, prima con la decolonizzazione e poi in seguito alla caduta delle tre federazioni comuniste europee — Cecoslovacchia, Jugoslavia e URSS —, l’obiettivo dell’indipendenza è tornato a manifestarsi in varie parti del mondo. Questo progetto è stato spesso contestato con motivazioni economiche, sostenendo che i nuovi Stati non avrebbero avuto i mezzi materiali per essere autosufficienti. La storia di molte ex colonie africane e asiatiche dimostra che si trattava di un’obiezione sensata.
Non soltanto perché i legami fra le due parti erano ormai molto stretti, ma anche perché certe colonie erano prive delle strutture sociali e industriali capaci di garantire un’effettiva indipendenza economica. Ma non è certo il caso della Groenlandia, che dispone di ingenti risorse minerarie e di un’autonomia che ne garantisce la proprietà esclusiva alla popolazione.
Un’annessione quasi impossibile
L’eventuale annessione da parte degli Stati Uniti è stata considerata in modo superficiale, come quella di un qualunque territorio rivendicato da una grande potenza. Ma un punto essenziale non è stato evidenziato con sufficiente chiarezza: l’annessione è quasi impossibile. La Groenlandia è l’unico territorio del pianeta nel quale convergono tre elementi politici molto specifici: l’autonomia, il diritto alla secessione e le questioni relative alle popolazioni autoctone.
L’autonomia dell’isola differisce dalle altre autonomie territoriali esistenti, nelle quali il governo centrale ha l’ultima parola. Il diritto alla secessione non richiede l’approvazione del governo danese. La Danimarca non può né cedere né vendere la Groenlandia, poiché questo territorio è una parte sovrana e autonoma del Regno di Danimarca e non una colonia. Il suo popolo ha diritto all’autodeterminazione.
Un paragone sbagliato
Gli Stati Uniti, desiderosi di preservare la propria reputazione di «grande democrazia», cercano quasi sempre di dare un quadro giuridico alle loro conquiste territoriali. Le isole hawaiiane, ad esempio, invase nel 1893, sono diventate uno Stato federale a seguito di un referendum tenutosi il 27 giugno 1959. Tuttavia, il presidente Eisenhower aveva già firmato l’atto ufficiale di adesione il 18 marzo. Formalmente, quindi, l’incorporazione è avvenuta per adesione volontaria.
Per quanto riguarda la Groenlandia, vengono spesso citati precedenti storici come l’acquisto della Louisiana o l’acquisizione dell’Alaska, per giustificare un eventuale acquisto dell’isola da parte degli Stati Uniti. Ma questo paragone è errato, poiché non tiene conto dei profondi cambiamenti che hanno trasformato l’ordinamento giuridico internazionale. Oggi il panorama giuridico si è radicalmente evoluto verso il principio di autodeterminazione dei popoli e il riconoscimento dei diritti delle popolazioni indigene.
La storia della Groenlandia illustra questa evoluzione: la sua popolazione, composta per circa il 90% da inuit, è riconosciuta sia come un «popolo» ai sensi del diritto internazionale, dotato del diritto intrinseco all’autodeterminazione, sia come un «popolo indigeno» titolare di specifici diritti fondiari.
Ma, dato che gli Stati Uniti e la Danimarca hanno già avuto rapporti territoriali, viene citato un altro precedente: quello delle Antille danesi, ribattezzate Isole Vergini in seguito all’annessione da parte degli Stati Uniti.
Al momento dell’acquisizione delle Antille danesi, con il trattato del 1916, gli Stati Uniti rinunciarono formalmente alle loro rivendicazioni territoriali sulla Groenlandia, fondate sulle spedizioni di Robert Peary, e riconobbero la sovranità della Danimarca sull’isola.
La validità giuridica della transazione del 1916 si basava su una prassi del XIX secolo, secondo la quale il «territorio» e i suoi «abitanti» erano giuridicamente considerati «proprietà» della Corona e soggetti a transazioni economiche. In questo modello, i monarchi e i governi esercitavano il diritto di alienare le terre come un bene negoziabile.
A quell’epoca la Groenlandia era classificata come «colonia», status che mantenne sotto l’egida delle Nazioni Unite fino alla sua integrazione costituzionale nel Regno di Danimarca, avvenuta nel 1953.
Contrariamente ai precedenti storici, il diritto internazionale contemporaneo ha soppiantato le transazioni territoriali basate sulla proprietà tra Stati sovrani, dando priorità ai diritti intrinseci dei popoli e alla norma imperativa dell’autodeterminazione, lo jus cogens.
Conseguenze trascurate
Coerentemente con l’approccio semplicistico di cui abbiamo parlato, molta stampa ha eluso con olimpica nonchalance quello che sarebbe uno degli effetti più devastanti dell’annessione americana.
Diversamente da altri Paesi di origine coloniale, come il Canada e l’Australia, gli Stati Uniti non hanno mai manifestato l’intenzione di ricomporre la frattura storica che separa la maggioranza dominante dalle minoranze indigene.
In altre parole, non hanno mai avviato un serio dialogo che includesse il riconoscimento dei torti subiti dai popoli autoctoni e la chiara definizione di risarcimenti materiali.
Cerchiamo quindi di immaginare cosa possa provare un popolo che ha raggiunto un livello di autonomia quasi perfetto davanti all’ipotesi di essere inserito in un contesto sociale fra i meno sensibili ai diritti dei popoli indigeni. Si tratterebbe di una retrocessione spaventosa.
A questo si aggiungerebbero conseguenze ambientali altrettanto gravi, data la fragile situazione climatica dell’isola e l’assoluta insensibilità dell’amministrazione Trump nei confronti della questione.
Inoltre, basterebbe una modesta immigrazione dagli Stati Uniti per trasformare la popolazione autoctona in una minoranza, facendo svanire la possibilità di far valere i propri diritti come popolo indigeno.
Mutatis mutandis, sarebbe la stessa cosa accaduta ai Kanaka Maoli, gli indigeni hawaiiani, che oggi costituiscono soltanto il 10% del milione e mezzo di abitanti dell’arcipelago.
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