Ordine pubblico e sicurezza: per Meloni la colpa è sempre degli altri

Dopo le violenze di Milano, Meloni e Piantedosi accusano sindaci e opposizioni. Intanto in Francia il ministro Nuñez offre le dimissioni: due idee opposte della responsabilità di chi governa

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ANSA

Le violenze di Milano e i disordini che hanno colpito diverse città francesi hanno posto ai governi una questione che va oltre la condanna di chi devasta e aggredisce: la responsabilità di chi deve prevenire e gestire queste situazioni. In Francia il ministro dell’Interno Laurent Nuñez presenta le dimissioni. In Italia Matteo Piantedosi attacca il sindaco di Milano. Basta accostare queste due reazioni per capire quanto possa essere diversa l’idea della responsabilità di governo.

Nuñez ammette che in alcune città si è perso il controllo, riconosce carenze nella preparazione e spiega di aver presentato le dimissioni «poiché mi sentivo responsabile di tutto ciò che è accaduto». Macron le respinge per garantire continuità al comando delle forze di sicurezza. Il ministro resta, ma riconosce pubblicamente un principio: anche chi dirige deve rispondere delle proprie scelte.

Piantedosi, invece, davanti a Sala che denuncia un numero insufficiente di agenti, tira fuori la «sinistra radical chic». Eppure il sindaco aveva condannato senza esitazioni le violenze. Chiedere se gli agenti fossero sufficienti significa preoccuparsi della loro sicurezza e di quella dei cittadini. Il ministro promette verifiche, ma accompagna la promessa con un attacco personale a chi le sollecita.

Su un punto non può esserci alcuna ambiguità: chi devasta, saccheggia e aggredisce deve essere identificato e perseguito. Le violenze di Milano, Torino e Bologna vanno condannate senza indulgenze e chi commette reati deve essere assicurato alla giustizia e rispondere delle proprie azioni. Ma la responsabilità penale dei violenti e quella politica di chi governa possono esistere insieme. La prima non cancella la seconda. Usare il coraggio degli agenti per sottrarre i vertici alle domande è un torto proprio a chi rischia in strada.

La stessa differenza emerge dal confronto tra Macron e Meloni. Ieri sera il presidente francese ha parlato alla nazione, ha condannato duramente i violenti e ha chiesto a tutti i partiti di fare altrettanto. Ma ha anche riconosciuto la legittimità delle rivendicazioni pacifiche, espresso solidarietà ai sindaci e chiesto trasparenza sulle carenze della prevenzione. Ha annunciato un confronto con studenti, insegnanti, sindacati e rappresentanze sociali.

Meloni si rivolge invece alle opposizioni e ammonisce: «Ogni reticenza diventa giustificazione». Il confronto politico viene così spostato dalle risposte che il governo deve dare al sospetto che chi lo contesta sia indulgente con i violenti. È inaccettabile questo modo aggressivo di sfuggire alle proprie responsabilità in materia di ordine pubblico, tentando di scaricarle sull’opposizione.

Non occorre condividere la politica di Macron per riconoscere il valore di un’assunzione pubblica di responsabilità. Le sue promesse andranno verificate. Ma governare significa anche ascoltare, rendere conto, correggere gli errori. E rispettare i sindaci, che affrontano ogni giorno i problemi delle comunità.

Proviamo allora a fare chiarezza sulle responsabilità e sulle domande che attendono una risposta. Al Ministero dell’Interno competono la prevenzione e la gestione dell’ordine pubblico; alla magistratura l’accertamento delle responsabilità penali e l’applicazione delle pene. Chiedere conto al governo del suo operato è dunque pienamente legittimo.

Siamo sicuri che lo Stato sia preparato ad affrontare queste situazioni? Che sappia prevenirle, riconoscere i pericoli e proteggere insieme cittadini, manifestanti pacifici e agenti? Sono domande alle quali un ministro dovrebbe rispondere con fatti e spiegazioni.

Occorre anche comprendere il disagio sociale che attraversa una parte delle giovani generazioni e affrontarlo con gli strumenti della coesione: scuola, lavoro, servizi, luoghi di incontro e partecipazione. Comprenderne le cause è necessario per evitare che quel disagio si riproduca e si aggravi.

Allo stesso modo, bisogna poter discutere delle scelte di chi dirige le operazioni di sicurezza. Quando le modalità d’intervento rischiano di alimentare la tensione anziché contenerla, verificarle e correggerle è un dovere. La solidarietà agli agenti non può diventare un divieto di esaminare le responsabilità dei loro superiori.

È inammissibile che giovani inermi vengano caricati per il solo fatto di manifestare. Un’irregolarità nelle procedure di un corteo non può essere trattata come un atto di violenza. Ogni intervento deve essere necessario, proporzionato e orientato a tutelare anche il diritto di protesta. Altrimenti si alimenta il sospetto che l’obiettivo sia reprimere la mobilitazione contro il governo, anche quando è pacifica.

Resta infine una domanda politica: fino a che punto l’inasprimento delle norme sull’ordine pubblico ha migliorato la sicurezza? E quanto, invece, rischia di irrigidire la gestione delle manifestazioni e accrescere le tensioni?

La dignità delle istituzioni si misura anche nella capacità di accettare queste domande. Responsabilità e rispetto istituzionale da una parte, arroganza e scaricabarile dall’altra: è questa la differenza che vedo. Un governo autorevole ascolta e risponde. Un governo arrogante mette sotto accusa chi gli chiede di rendere conto.

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