Gli studenti serbi occupano la storia

La rivoluzione delle urne che ha sconfitto Vučić. Una generazione senza leader, senza partiti e senza paura ha cambiato il destino della Serbia. E consegna una lezione democratica all’Europa.

Enzo AmendolaApprofondimenti
RIVRINASCITA_20261026112253569_cec087c03fd6c12ce64f2a438edd9f03.jpg

ANSA

Una marea di ragazze e ragazzi in festa, balli e cori fino a notte fonda, piazza Slavija trasformata nel cuore pulsante di una rivoluzione democratica. Belgrado ha vissuto una notte destinata a entrare nella storia. Il 25 ottobre gli studenti serbi hanno compiuto l’impensabile: sconfiggere Aleksandar Vučić, l’uomo forte che per oltre un decennio aveva dominato la vita politica del Paese, convincendo molti che il suo potere fosse inattaccabile. Il risultato è senza appello. La Lista degli studenti ha conquistato la maggioranza dei voti, travolgendo il Partito progressista serbo e ridisegnando gli equilibri del Parlamento di 250 seggi. Lo stesso Vučić ha riconosciuto immediatamente la sconfitta. Troppo forte il vento della rivolta, troppo netto il verdetto delle urne.

E mentre Belgrado esplodeva di gioia, dall’altra parte dell’Atlantico un altro protagonista della sinistra mondiale, Lula, continuava la sua battaglia politica contro la destra brasiliana. Due storie lontane, generazioni diverse, ma una stessa questione di fondo: la difesa della democrazia di fronte alla pretesa del potere di diventare insostituibile. La lezione che arriva dalla Serbia merita di essere ascoltata, soprattutto da quanti considerano la politica prigioniera di leggi immutabili, di rapporti di forza consolidati, della capacità dei potenti di plasmare il consenso. Davide ha abbattuto Golia. E questa volta Davide ha il volto di una generazione che ha deciso di non aspettare più.

Ma chi sono davvero questi studenti che hanno cambiato la storia serba? Agenti di interessi stranieri, come ha ripetuto per mesi la propaganda del vecchio establishment? Oppure l’espressione di una società civile rimasta troppo a lungo esclusa dai luoghi del potere? E soprattutto, quale identità politica, quale programma, quale leadership si nascondono dietro un movimento che ha deliberatamente rifiutato le forme tradizionali dell’organizzazione partitica? Sono le domande che rendono il voto serbo qualcosa di più di una clamorosa alternanza politica. Perché la vera novità non è soltanto chi ha perso, ma soprattutto chi ha vinto. E come ci è riuscito.

Per comprenderlo bisogna riavvolgere il film di questi due anni. Tutto comincia il primo novembre 2024, a Novi Sad, la storica città della Vojvodina, nel nord della Serbia. La pensilina della stazione ferroviaria crolla improvvisamente, provocando la morte di sedici persone. Una tragedia che scuote il Paese e si trasforma rapidamente in un’accusa politica. Non è soltanto il dolore per le vittime. È la rabbia per lavori contestati, responsabilità mai sufficientemente chiarite, sospetti di corruzione e un sistema di potere percepito come impermeabile a qualsiasi controllo. Il lutto diventa protesta. La protesta diventa ribellione. Il messaggio è semplice e devastante per un potere che ha costruito parte della propria legittimazione sulla promessa di proteggere la nazione: lo Stato non protegge i suoi cittadini, li considera sudditi.

Da quel momento la Serbia comincia a cambiare. Non sono i fragili partiti dell’opposizione a guidare la contestazione. Sono gli studenti, le università, i collettivi, le assemblee. Una mobilitazione che cresce giorno dopo giorno, attraversa città e province, supera le divisioni politiche e mette progressivamente in discussione l’intero sistema costruito intorno a Vučić. L’ex presidente, 56 anni, formatosi politicamente nel nazionalismo serbo degli anni di Slobodan Milošević, era riuscito a consolidare un potere personale capace di intrecciare istituzioni, partito, media e interessi economici. Dopo la vittoria del 2023 sembrava destinato a conservare ancora a lungo il controllo del Paese. La pressione della piazza e la crisi politica lo hanno invece condotto alle elezioni anticipate, dopo le dimissioni dalla presidenza, per tentare di riconquistare il potere attraverso il voto. Ha perso.

Ma la sorpresa più importante è la natura dell’alternativa che lo ha sconfitto. La Lista degli studenti non è nata come un partito. È il punto di approdo elettorale di un movimento costruito dal basso, attraverso i plenum universitari, assemblee collettive nelle quali le decisioni vengono discusse e condivise senza affidarsi a un capo riconosciuto. Marcia dopo marcia, assemblea dopo assemblea, quella che sembrava una protesta destinata a rimanere confinata nei campus si è trasformata in un grande movimento nazionale. Un fiume carsico che ha rotto gli argini, coinvolgendo professionisti, lavoratori, intellettuali, agricoltori e cittadini lontani dalla militanza politica tradizionale.

La sua forza è stata anche la capacità di spostare il terreno dello scontro. Non solo destra contro sinistra, non progressisti contro conservatori, ma cittadini contro un sistema di potere accusato di aver occupato lo Stato. «La Serbia o la mafia». Uno slogan brutale nella sua semplicità, capace di condensare la domanda di legalità, libertà e giustizia che attraversava il Paese. È qui uno degli elementi più interessanti di questa rivoluzione. La coalizione studentesca non ha cercato di cancellare le differenze culturali e politiche dei suoi sostenitori. Le ha tenute insieme intorno a un obiettivo comune: restituire ai cittadini il controllo dello spazio pubblico.

Nei cortei sono convissuti simboli religiosi ortodossi, croci, richiami alla tradizione nazionale e l’immagine della mano insanguinata, divenuta emblema della protesta contro le responsabilità del potere. Le tre dita alzate, gesto radicato nella simbologia serba e ortodossa, si sono intrecciate con i segni di riconoscimento della campagna elettorale. Non è dunque un movimento semplicemente assimilabile alle famiglie politiche europee. Al suo interno convivono culture radicali, sensibilità progressiste, orientamenti conservatori e posizioni tradizionali su questioni decisive, a cominciare dal Kosovo. A unirle non è stata una piattaforma ideologica compiuta, ma una domanda politica più elementare e potente: liberare lo Stato da chi pretendeva di identificarsi con esso.

Chi conosce la storia serba sa che questa radicalità non nasce dal nulla. Ho frequentato per la prima volta i circoli dell’opposizione belgradese nel 1999, nei giorni drammatici dei bombardamenti della Nato, durante la guerra del Kosovo e negli ultimi anni del regime di Milošević. Ricordo la tensione, la paura, ma anche la determinazione di chi non voleva arrendersi all’idea che il proprio Paese fosse condannato per sempre all’autoritarismo. Poi arrivò, nell’ottobre del 2000, la rivolta dei bulldozer, che mise fine al potere di Milošević. Sembrava l’inizio di una nuova stagione. Fu invece una transizione difficile, segnata da conflitti, arretramenti e tragedie, fino all’assassinio del primo ministro democratico Zoran Đinđić, ucciso nel 2003 da un cecchino davanti alla sede del governo. La Serbia ha conosciuto più volte l’entusiasmo della liberazione e la durezza delle disillusioni.

L’ascesa di Vučić ha rappresentato, nell’ultimo decennio, il tentativo di imbullonare il Paese a una stabilità politica fondata sulla concentrazione del potere. Una Serbia formalmente impegnata nei negoziati di adesione all’Unione europea, ma al tempo stesso legata alla Russia da profondi rapporti politici, economici ed energetici. Un Paese che, anche dopo l’invasione russa dell’Ucraina, ha rifiutato di allinearsi alle sanzioni europee contro Mosca. Oggi quella lunga stagione si interrompe. E a interromperla non sono stati i protagonisti tradizionali della politica serba, ma una generazione cresciuta dentro il sistema che ha deciso di contestarlo alla radice. È questo il secondo grande insegnamento della vicenda serba: il protagonismo politico della generazione Z.

Non si tratta di un fenomeno isolato. Dalla Francia al Belgio, dalle mobilitazioni per il diritto alla casa in Spagna e Portogallo alle tende e ai cortei contro il carovita in Italia, una parte crescente delle giovani generazioni cerca nuove forme di partecipazione. Lo stesso accade nei Balcani, nelle proteste albanesi contro il governo di Edi Rama, e ben oltre i confini europei, dal Nepal al Bangladesh. Contesti differenti, rivendicazioni diverse, ma un tratto comune: giovani che rifiutano di considerare il proprio futuro una concessione del potere. Una frase comparsa anche nei cortei italiani riassume bene questo sentimento: «Se ci rubate il futuro, vi bloccheremo il presente». È una generazione che non chiede soltanto di essere ascoltata. Pretende di contare.

La rete è diventata la sua nuova piazza pubblica. I social network non sono soltanto strumenti di comunicazione, ma luoghi di formazione del consenso, organizzazione delle proteste e costruzione di identità collettive. La mobilitazione digitale si traduce in presenza fisica, occupazione dello spazio urbano, partecipazione politica. In Serbia questa combinazione ha prodotto un risultato straordinario. Un movimento senza le risorse dei partiti tradizionali, senza accesso paritario ai grandi media, esposto a campagne di delegittimazione e intimidazioni, è riuscito a costruire una forza elettorale maggioritaria. Ma sarebbe riduttivo spiegare tutto con la capacità di mobilitazione delle reti sociali.

Dietro la protesta c’è una frattura sociale profonda. Per molti giovani serbi l’emigrazione rappresenta ancora la principale possibilità di migliorare la propria condizione. La laurea non garantisce un futuro, mentre l’appartenenza alle reti del potere può valere più del merito e delle competenze. Lo raccontano gli stessi ragazzi: puoi studiare, laurearti, impegnarti, ma chi è vicino al potere avrà opportunità e stipendi migliori dei tuoi. È la rottura del patto tra generazioni. Quando il merito viene sostituito dalla fedeltà, quando l’ascensore sociale si ferma, quando le istituzioni sembrano proprietà privata di pochi, la protesta non riguarda più soltanto il governo. Riguarda il diritto di immaginare una vita diversa. Per questo il movimento è nato nelle università, ma ha saputo parlare a un Paese intero.

E per questo la sua organizzazione rappresenta una sfida alle categorie della politica tradizionale. I plenum hanno costruito un sistema di decisione orizzontale, evitando di concentrare la rappresentanza in poche figure facilmente esposte agli attacchi del potere. Persino nella formazione delle liste elettorali molti studenti hanno scelto di non candidarsi personalmente, affidando la rappresentanza a personalità della società civile estranee ai compromessi dei vecchi partiti. Una sorta di nuovo Quarto Stato, non più definito soltanto dalla condizione economica o dall’appartenenza di classe, ma dall’esclusione dai circuiti della decisione pubblica. Un movimento che non ha cercato un capo da contrapporre a Vučić, ma ha costruito una forza collettiva capace di contestare l’idea stessa del capo indispensabile. È forse questa la sua innovazione politica più radicale.

Naturalmente la vittoria non cancella le contraddizioni. Anzi, le rende più evidenti. La Lista degli studenti dovrà ora passare dalla protesta al governo, dalla denuncia alla responsabilità delle scelte. Dovrà indicare una politica economica, affrontare le questioni sociali, ricostruire le istituzioni, misurarsi con la politica estera e con il nodo irrisolto del Kosovo. Dovrà soprattutto dimostrare che una coalizione tenuta insieme dalla volontà di abbattere un sistema può restare unita quando si tratta di costruirne uno nuovo. Non sarà facile. E non mancheranno coloro che, dopo aver sottovalutato il movimento, si affretteranno a denunciarne le lacune programmatiche e le inevitabili difficoltà. Ma sarebbe un errore giudicare questa esperienza soltanto attraverso gli schemi con cui si valutano i partiti tradizionali.

Gli studenti hanno già compiuto un’impresa politica: trasformare una domanda di giustizia in una maggioranza democratica. Hanno dimostrato che la partecipazione può ancora rovesciare rapporti di forza apparentemente immutabili. Il significato di questo voto supera dunque i confini serbi. Nei Balcani la fine della lunga stagione di Vučić apre interrogativi sugli equilibri politici regionali. Gli occhi sono puntati anche sull’Albania di Edi Rama, protagonista di una parabola di potere per alcuni aspetti comparabile a quella del leader serbo, pur nelle profonde differenze tra i due sistemi politici. Ma è soprattutto l’Unione europea a essere chiamata in causa.

Per anni Bruxelles ha considerato la stabilità dei Balcani occidentali una priorità, spesso convivendo con leadership accusate di comprimere il pluralismo e indebolire le istituzioni democratiche. Il processo di allargamento è rimasto intrappolato tra negoziati interminabili, esitazioni politiche e resistenze interne agli Stati membri. La Serbia degli studenti rimette al centro una questione che l’Europa non può eludere: non esiste stabilità duratura senza democrazia, né una prospettiva europea credibile se l’allargamento continua a essere rinviato senza un orizzonte politico riconoscibile. Ai Ventisette servirebbe forse una parte del coraggio dimostrato da questi ragazzi. Il coraggio di prendere decisioni, di affrontare la riforma delle istituzioni europee, di considerare l’integrazione dei Balcani non un fastidio burocratico ma una scelta strategica per il futuro del continente.

C’è anche una lezione di autonomia politica. Gli studenti serbi hanno sopportato per mesi l’accusa di essere manovrati dall’estero, al servizio di interessi occidentali. Eppure la loro forza è nata proprio dalla capacità di costruire un movimento radicato nella società serba, senza attendere autorizzazioni, investiture o benevolenze oltreconfine. Hanno deciso di riprendersi il proprio destino. Oggi, dopo la festa, comincia la parte più difficile. La Lista degli studenti dovrà formare un governo, tenere insieme le sue diverse anime, dare risposte a un Paese attraversato da aspettative enormi. Dovrà dimostrare che la forza della partecipazione può trasformarsi in qualità delle istituzioni, che l’energia della piazza può diventare capacità di governo.

Le cancellerie straniere, i politologi, i sociologi e i sondaggisti studieranno a lungo questa campagna elettorale. Cercheranno di capire come un movimento senza un leader riconoscibile, senza una struttura partitica tradizionale e senza i mezzi del potere sia riuscito a vincere una sfida che sembrava impossibile. Faranno bene a studiare la Serbia. Ma farebbero ancora meglio a guardare anche a casa propria. Perché la rabbia che ha riempito le piazze di Belgrado non nasce soltanto dalle specificità della storia serba. Parla anche di generazioni europee alle prese con precarietà, disuguaglianze, sfiducia nelle istituzioni e difficoltà a immaginare il proprio futuro.

Parla di giovani troppo spesso evocati nei discorsi pubblici e troppo raramente coinvolti nelle decisioni. Di una politica che pretende consenso senza offrire rappresentanza. Di classi dirigenti che confondono la durata del proprio potere con la solidità della democrazia. E allora il messaggio che arriva da Belgrado è rivolto anche a noi. Occorre guardare a questo mondo giovanile senza quell’«atteggiamento di indifferenza o meschina sottovalutazione» contro cui ha messo in guardia il presidente Mattarella. Perché gli studenti serbi non hanno soltanto vinto un’elezione. Hanno ricordato a un continente spesso rassegnato che la storia non appartiene a chi governa, né a chi si considera insostituibile. La storia appartiene anche a chi trova il coraggio di cambiarla.

E questa volta, in Serbia, a cambiarla sono stati gli studenti.

Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa

Abbonati