Gli Omnibus, ovvero L’Europa che rinnega se stessa

Anna ColomboGiulia ContesApprofondimenti
RIVRINASCITA_20260325205740830_9ecf214018bc1a44d1f5c6e2650275b9.jpg

ANSA

Mentre il mondo sprofonda nel caos di conflitti armati, guerre commerciali e competizione selvaggia tra grandi potenze, l'Unione Europea potrebbe almeno ergersi come l'ultimo baluardo della civiltà giuridica: il suo arsenale legislativo è sempre stato il suo “soft power”. Certamente non è sufficiente, e le ragioni per volere un’Unione europea capace di grandi decisioni e grandi mezzi per far fronte alle numerose crisi sistemiche che ci circondano e difendere il multilateralismo sono sempre più valide.

Tuttavia per anni il resto del mondo ha guardato con interesse alla legislazione europea. Nel corso degli ultimi decenni, diversi attori globali pubblici e privati hanno dimostrato una tendenza ad allinearsi de facto al corpus normativo europeo, adottando standard e prassi operative in sintonia con la legislazione dell'UE, un fenomeno spesso definito come ‘effetto Bruxelles’. Si pensi al GDPR e la privacy, o agli standard del regolamento REACH per il settore chimico, allo stop alla plastica monouso, alla protezione dei consumatori o alle emissioni dei veicoli.

Del resto, gli articoli 2 e 3 dal Trattato sull’Unione europea indicano chiaramente i valori e principi che la sorreggono. All’articolo 2 si dice che l’UE è fondata “sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani (…) in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini”. Nell’articolo 3 sono contenuti i principi, che sono in sintesi la pace e il benessere delle persone, e sono basati sullo sviluppo sostenibile che prevede una crescita economica equilibrata e l'economia sociale, un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell'ambiente, la coesione economica, sociale e territoriale, nonché la rigorosa osservanza e allo sviluppo del diritto internazionale. Da questa sintesi si evince che in Europa la competitività non dovrebbe essere un fine in se’, ma un mezzo per raggiungere appunto lo sviluppo sostenibile per tutte e tutti.

Durante la legislatura 2019-2024, la Commissione Von der Leyen I aveva fatto molto per rispettare i trattati, spinta da un parlamento europeo che aveva costruito una maggioranza progressista attorno a un programma esplicitamente volto al raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’ONU. E’ noto pero che già nell’ultimo anno di quel mandato il Partito Popolare Europeo, incalzato nei sondaggi in vari paesi chiave della destra conservatrice e reazionaria aveva mostrato preoccupanti cenni di cedimento su importanti provvedimenti legati in particolare al Green Deal. A seguire, il PPE ha prodotto per le elezioni del giugno 2024 il programma più a destra di sempre, a tratti convergenti con quello dei Conservatori e Riformisti e con parte dei proclami delle altre Destre più radicali.

E’ da questo quadro iniziale, al quale è seguito l’incalzare degli eventi, l’elezione di Trump alla Casa Bianca e il disordine mondiale nel quale siamo piombati, che la Commissione Von der Leyen II ha cambiato completamente rotta. E uno dei segnali più evidenti è la raffica sistematica di deregolamentazioni in corso.

E’ bene dire subito che non c’è nulla di male nello svolgere una verifica sulle eventuali difficoltà nell’applicare norme, che possono sorgere anche a fronte di decisioni democratiche, con vari passaggi parlamentari, sottoposte a studi di impatto e a consultazione pubblica. Stesso ragionamento vale per la semplificazione, esercizio complicato vista l’ampiezza di strumenti nazionali per l’applicazione delle direttive, ma certamente spesso necessaria.

Ben altra faccenda è la furia neoliberista in corso. Deregolamentare non significa semplificare, significa spesso consegnare il mondo alle multinazionali predatrici, trasformando l'Europa da faro dei diritti e della certezza normativa e giuridica a complice silenziosa dello sfruttamento umano e del disastro ambientale. Sotto la spinta della nuova Commissione, l'UE sta abbandonando progressivamente tutte le sue ambizioni e tornando rapidamente sui suoi passi su temi cosi cruciali come sulla responsabilità delle imprese nella catena di produzione, sulle tutele nei confronti dell’intelligenza artificiale, sulla salute pubblica, la protezione dell’ambiente e della biodiversità, sui diritti sociali, e sul controllo di produzione e commercio di armi. Cedendo alla duplice spinta delle multinazionali e degli Stati Uniti.

Nel linguaggio legislativo europeo, un testo OMNIBUS è uno strumento che consente di modificare simultaneamente più legislazioni esistenti, generalmente per correggere incongruenze minori, sovrapposizioni tecniche o pesantezze amministrative. È stato concepito e utilizzato nel tempo come uno strumento limitato, tecnico, apolitico, quasi uno strumento di manutenzione. Perfidamente e in modo quindi fuorviante, la Commissione sta usando gli omnibus per rimettere in discussione la sostanza di testi legislativi adottati democraticamente, oppure a privare una legislazione dei suoi principali meccanismi di controllo (in particolare l'analisi d'impatto), smantellando diritti fondamentali, che si tratti di diritti sociali, ambientali o umani. Tutto questo avviene con la complicità di maggioranze parlamentari inedite e sempre più frequenti, con il PPE che abbandona il campo cosiddetto “europeista” per allearsi con le forze alla sua destra, le quali si sono certamente rafforzate durante l’ultima tornata elettorale ma che potrebbero essere isolate con un po’ di coerenza.

Il primo omnibus sfornato dalla Commissione è stato emblematico. Presentato poco dopo il suo insediamento, ha riguardato la direttiva sul dovere di diligenza delle imprese (CSDDD), la direttiva sulla rendicontazione di sostenibilità (CSRD) e la tassonomia europea, tutti testi volti a rendere le imprese responsabili delle violazioni dei diritti umani e dell'ambiente lungo l'intera catena del valore. Già alla fine del 2024, la direttiva sul dovere di diligenza, la rendicontazione e la tassonomia sono state neutralizzate, poi svuotate della loro sostanza ancora prima della loro entrata in applicazione (senza quindi alcuna giustificazione di eventuale necessità di revisione ex post). Questo processo accelerato si è svolto nell'arco di un anno, sotto la spinta deleteria del PPE al parlamento che ha addirittura accentuato la deregolamentazione alleandosi con l'estrema destra, nonostante la ferma opposizione dei Verdi, dei Socialisti e Democratici (S&D) e della Sinistra europea.

Vale la pena dare qualche dettaglio per capire di che cosa stiamo parlando; in questo settore l’arretramento più spettacolare riguarda il campo di applicazione. Alzando le soglie da 1.000 a 5.000 dipendenti, si esentano con un tratto di penna quasi l'80% delle imprese inizialmente previste. Ancora, laddove il testo iniziale richiedeva una tracciabilità sull'intera catena del valore, l'Omnibus I limita ora la responsabilità ai soli partner commerciali diretti. È il trionfo dell'opacità: basterà d'ora in poi piazzare un intermediario tra sé e una miniera di cobalto o una fabbrica tessile malsana per lavarsi le mani di ogni responsabilità legale. Stessa sorte hanno subito le disposizioni armonizzate sulla responsabilità civile: le imprese si insedieranno nei paesi dell'UE dove il diritto civile è meno vincolante, e le vittime avranno più difficoltà a identificare quale regime giuridico si applica. Il piano di transizione climatica, che doveva obbligare le imprese ad allineare il loro modello economico agli accordi di Parigi, è diventato facoltativo.

Insomma, lungi dal rafforzare la stabilità giuridica e la prevedibilità economica, nonché la responsabilità delle imprese europee all'estero, questa strategia instaura una profonda deregolamentazione, dettata da potenti interessi economici e sostenuta da una ricomposizione politica conservatrice di destra e di estrema destra all'interno delle istituzioni europee. Nel momento in cui le crisi sociali, climatiche e democratiche si aggravano, questa svolta non segna un adattamento pragmatico, ma una pericolosa rottura con i valori fondanti dell'Unione europea. Al punto che la stessa BCE ha messo in guardia che l’eccesso di deregulation potrebbe portare a una errata valutazione dei rischi, a una ridotta trasparenza dei mercati e a un calo degli investimenti green, con conseguenti ripercussioni sulla resilienza dell'intero sistema finanziario dell'UE.

In questo scenario, avanzano grandi imprese, multinazionali e industrie inquinanti. Exxon Mobil e Chevron hanno per esempio operato attraverso il governo US per sabotare il dovere di diligenza. Investono risorse considerevoli per finanziare eserciti di lobbisti a Bruxelles, il cui ruolo primario è evitare, indebolire o ritardare qualsiasi progresso a favore del vivente, della salute e dell'uguaglianza, che limiterebbe il loro profitto a breve termine. Le cifre riportate dalla CEO (Corporate European Observatory) parlano da sole: tra il 2015 e il 2024, le spese per lobbying delle 50 maggiori imprese europee sono aumentate del 66%. Nel 2024, raggiungono quasi 200 milioni di euro all'anno.

Esempio: purtroppo solo nell’ultimo anno l’industria degli armamenti ha aumentato con successo anche le sue dotazioni per fare lobby nelle istituzioni europee, del 40%. Il target principale è certo la Commissione, ma il registro del Parlamento europeo fa stato di una vera e propria valanga di riunioni, molto concentrate peraltro nei gruppi di destra e estrema destra. I soldi decidono. La Commissione prepara una “semplificazione” del settore che, per rendere più snello il mercato unico e l’interoperatività europea, implica il rischio che le armi esportate possano essere utilizzate per violare il diritto internazionale. Potrebbero cioè saltare le garanzie e i requisiti di trasparenza – fino ad ora in linea con gli obblighi relativi al controllo delle esportazioni - nei meccanismi per facilitare i trasferimenti intra-UE di prodotti per la difesa e gli sforzi generali per potenziare i piani di riarmo.

Gli altri campi in cui la Commissione si sta cimentando con quella che alcune ONG non esitano a definire “motosega” sono parecchi. Solo nel 2025 sono stati presentati 10 pacchetti Omnibus e il 2026 non sarà da meno. Prendiamo l’Intelligenza Artificiale, sulla quale l’UE aveva tempestivamente legiferato con l’AI Act. La Commissione, cedendo alle pressioni delle grandi imprese tecnologiche (cioè quelle i cui capi sedevano in prima fila al secondo insediamento di Trump), ha presentato a novembre 2025 un Omnibus apposito: ancora una volta una capitolazione normativa mascherata da competitività, che secondo le organizzazioni della società civile, associazioni di consumatori, sindacati, autorità garanti della privacy e alcuni europarlamentari rischia di smantellare le protezioni fondamentali per i cittadini europei in materie quali la trasparenza e il controllo, la protezione dei dati e la privacy, la tutela dei consumatori, la protezione ambientale e sociale.

Nel pacchetto Omnibus del luglio 2025, invece, la Commissione attacca indirettamente il regolamento REACH (Registration, Evaluation, Authorisation and Restriction of Chemicals) con un insieme di iniziative legislative parallele che, pur non modificando direttamente il regolamento in questa fase, ne stanno rimodellando il contesto. L'obiettivo dichiarato è ancora una volta la semplificazione degli obblighi per l'industria chimica, ma sindacati e ONG denunciano il rischio di una deregolamentazione pericolosa per la salute dei lavoratori, dei cittadini e dell'ambiente. La privacy e la chimica sono fra i settori normativi per i quali l’UE è additata come esempio positivo nel mondo. Ma per quanto ancora?

Questo atteggiamento porta anche a effetti indiretti deleteri. E’ noto per esempio che dopo ben venticinque anni di negoziati l’UE ha concluso un accordo politico e commerciale con il Mercosur. E’ altresì noto che l’entrata in vigore delle stesso ha subito una battuta d’arresto a gennaio 2026 con un voto a maggioranza del PE per il suo deferimento alla Corte di Giustizia che ne dovrà chiarire alcuni aspetti. La corta maggioranza è stata raggiunta perché accanto alle proteste del settore agricolo si sono schierate anche le organizzazioni ambientaliste, preoccupate per l’Amazzonia. Ebbene, queste preoccupazioni si sono viste ampliate a dismisura con l’ennesimo Omnibus che ha toccato il regolamento europeo sulla deforestazione, parte del Green Deal, annacquandone il contenuto, indebolendo i requisiti di tracciabilità legati al rischio di deforestazione, e sospendendone il funzionamento. Un autogol.

Gli esempi non si contano. Cosi come non si contano dall’inizio della legislatura gli attacchi contro chi cerca di opporsi. Il PPE, i conservatori e l’estrema destra hanno costituito un gruppo di lavoro all’interno del Parlamento europeo per esaminare le sovvenzioni concesse dalla Commissione europea alle ONG. Nella primavera del 2025 è stato attaccato il programma LIFE nella parte legata al dialogo civile. La destra ha cercato di smantellare le sovvenzioni in questione che rientrano nei normali meccanismi di partecipazione democratica previsti dal Programma Life - che ricordiamo, ha un budget totale di 5,4 miliardi di euro per il periodo 2021-2027 con cui finanziare progetti con obiettivi climatici e ambientali e di cui solo 15 milioni per le ONG - e mirano a dare voce alla società civile nei processi legislativi. Il tentativo di delegittimare il ruolo delle ONG nel LIFE si è sgonfiato nel giro di pochi giorni, grazie al rapido intervento della parte progressista del Parlamento europeo, ma ha reso evidente quanto sia oggi necessario proteggerne il contributo.

Questa iniziativa è lungi dall'essere neutrale: da diversi anni, i partiti situati alla destra dell'emiciclo europeo accusano incredibilmente le organizzazioni della società civile di esercitare un'indebita influenza politica sugli eurodeputati, in particolare nei settori ambientali e climatici.

E cosi la Commissione ha talmente minato il terreno, non fornendo valutazioni d'impatto e prove scientifiche o economiche credibili per proposte chiave, e trascurando processi di consultazione obbligatori, che la Mediatrice europea è dovuta intervenire sollevando obiezioni facendo proprie le preoccupazioni della società civile organizzata. Per tutta risposta la Commissione ha messo in campo una proposta volta a indebolire le proprie regole di ampia e aperta consultazione pre-legislativa, su pretesto dell’urgenza dettata da un mondo in mutazione. Sostituendo la trasparenza con le segrete stanze, a volte proprio a ridosso dei Vertici fra capi di Stato e di Governo, per influenzarne meglio le decisioni.

I pacchetti Omnibus stanno smantellando tutele cruciali senza prove scientifiche o adeguate valutazioni d'impatto. Le proposte sono miopi, guidate dall'industria e ignorano i loro effetti a lungo termine sulle persone e sul pianeta.

Ci si allontana quindi pericolosamente dall'Unione europea fedele ai suoi trattati, che difende i diritti, la solidarietà, il clima, i beni comuni e la giustizia sociale. E che costruisce la sua competitività, e la sua sicurezza economica su un concetto di autonomia aperta e lungimirante, basata sullo sviluppo sostenibile. Oltretutto conviene economicamente: sostenibilità e competitività non sono in conflitto – anzi, sono profondamente interconnesse. Anche per l’Italia. A ricordarlo basta il Rapporto di Primavera 2025 dell’ASviS, dove si mostra con chiarezza come gli investimenti ambientali possano rafforzare l’economia, creare lavoro, promuovere innovazione. Per questo le organizzazioni della società civile, le ONG, le organizzazioni ambientaliste e i sindacati, gli scienziati ed esperti indipendenti dovrebbero stare nel processo decisionale, garantendo che le politiche servano le persone e il pianeta – non solo una manciata di aziende (peraltro inquinanti, ad alta intensità energetica e che detengono un potere enorme sulle nostre vite attraverso le nuove tecnologie).

A fronte di questo disastro le energie civiche e sindacali a Bruxelles si stanno da tempo muovendo, ma certamente c’è bisogno di più informazione e mobilitazione anche a livello nazionale, nei rispettivi paesi. La nostra Europa non rinascerà da sola. Richiederà di resistere, organizzarsi, informare e attivare tutte le leve democratiche disponibili, e se necessario provare a tornare seriamente in campo con un nuovo progetto portato da chi ci crede.