Gli imperi in crisi e il nuovo disordine mondiale
USA e Russia mostrano i limiti dei vecchi imperi, incapaci di governare il disordine mondiale. Sullo sfondo, la Cina costruisce il suo spazio globale nel mondo.

ANSA
Edward Gibbon, uno dei più eminenti studiosi dell’Impero romano ha posto in evidenza in una sua opera pregevole i sintomi e le cause della graduale decadenza e implosione dell’Impero romano d’Occidente. La sua principale tesi è che Roma cadde dall’interno prima ancora di essere conquistata dall’esterno da quelle invasioni barbariche che costituivano una colossale trasmigrazione di popoli da Oriente ad Occidente. È sicuramente fuorviante applicare modelli dell’antichità alla realtà di oggi ma è innegabile che i due imperi che hanno dominato per tutta la seconda metà del ventesimo secolo, gli USA e la Russia, presentano entrambi, al loro interno, importanti elementi di fragilità e non riescono più a condizionare in maniera efficace gli assetti mondiali. Con la fine del comunismo si è spezzata la diarchia di Mosca e Washington che aveva assicurato l’equilibrio tra i blocchi e in qualche modo governato le reciproche sfere di influenza.
Mai come in questi ultimi anni abbiamo infatti assistito ai sintomi di una graduale ma quasi inarrestabile crisi degli Imperi.
Donald Trump è come un imperatore tardo romano, cosciente della superiorità tecnologica e militare del suo impero ma anche della sua grande fragilità interna. Il suo potere non è assoluto. Vede sfilare di fronte a sé gli eventi senza riuscire a incidere in maniera determinante sugli esiti di crisi internazionali, di conflitti e competizioni sui mercati. Gli USA dominano ancora le innovazioni tecnologiche ed il settore dell’intelligenza artificiale, lo spazio, il grande mercato dei combustibili fossili (dal 2019 è stata raggiunta l’autosufficienza energetica) ma scontano un drammatico processo di decadenza della classe dirigente e di demotivazione di una società sempre più polarizzata. Vediamo un presidente televisivo, circondato da collaboratori che gli fanno ala come la Corte di un sovrano medievale ma questa stessa corte non è classe dirigente, sono gli attori di un grande circuito mediatico che si alimenta giorno per giorno rincorrendo le notizie e rilanciando iniziative puntualmente smentite dallo stesso Presidente che, il giorno successivo, ne annuncia di nuove. Al di fuori di questo teatro ci sono i “tessitori del millennio” come Elon Musk, Sam Altman, Bill Gates ecc. Ormai la loro agenda è globale, più globale di quella di Trump e abbiamo visto come la dimensione dei loro gruppi economici permette ai nuovi oligarchi tecnologici di non rispondere più in maniera esclusiva al governo federale, anche su materie che possono attenere la sicurezza degli USA, dove invece cresce la loro influenza.
Con il definitivo ritiro dei reparti militari impegnati in Afghanistan (2021) ordinato dal Presidente Trump dopo l’Accordo di Doha del febbraio 2020, le iniziative militari americane da anni sono guidate esclusivamente dal grande potenziale bellico e tecnologico delle forze aereo-navali. Può sembrare banale ma tutti a Washington sono coscienti che l’America non è più disposta a combattere guerre su vasta scala con un ampio dispendio di vite umane. Una grande potenza può e deve mantenere una sua forte influenza sugli equilibri mondiali e lo può fare anche vendendo armamenti e facendo combattere gli altri. Ma non è Trump ad essersi inventato le guerre per procura. L’amministrazione Biden ha fortemente sostenuto lo sforzo bellico del governo di Kiev contro l’aggressione russa e gli ucraini hanno combattuto per più di quattro anni per contenere l’invasione russa creando - al prezzo di enormi sacrifici di vite umane e distruzioni - un’ampia area di protezione per l’Occidente che non combatte, non intende combattere (anche per evitare rischi di pericolose escalation) ma di fatto dirige un conflitto per procura anche attraverso il coordinamento NATO.
L’esito del conflitto tra USA ed Iran è un’altra dimostrazione dell’appannamento dell’impero americano. Come l’impero britannico nel passato coloniale, anche quello americano vuole assicurarsi il primato mondiale attraverso il controllo delle rotte commerciali e degli stretti. E quindi Panama, Hormuz, Suez con le iniziative contro gli Houthi, la Groenlandia. Tutte valide iniziative sulla carta ma il gigante americano fa fatica a portarle a compimento. Il risultato più evidente è di fronte ai nostri occhi: nonostante l’enorme dispiegamento di armi, naviglio e aerei nella recente guerra contro il regime di Teheran, assistiamo oggi alla rivendicazione concreta da parte dell’Iran di un diritto di controllo e addirittura di riscossione di pedaggi per il passaggio dei mercantili nello stretto. Un diritto che prima non c’era, un fallimento politico della strategia americana. Abbiamo assistito a dichiarazioni altisonanti del Presidente Trump, febbrili e minacciose descrizioni delle operazioni belliche da parte del Segretario alla difesa americano, il muscoloso Pete Hegseth, appelli di Trump e dello stesso Netanyahu al popolo iraniano affinché si sollevi contro la teocrazia di Teheran. Niente di tutto questo si è pienamente avverato e abbiamo assistito al consueto circo mediatico, senza che gli esiti della prima fase di questo recente negoziato abbiano fornito soddisfazione agli strateghi americani.
E qui sta il punto: l’impero occidentale guidato (malamente) dagli USA segue logiche strategicamente valide ma la fase di realizzazione lascia molto a desiderare. Le sfuriate di Trump nei confronti degli alleati europei tradiscono l’evidente frustrazione del monarca americano (perché così amerebbe essere chiamato) ma servono all’amministrazione di Washington anche per sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dagli evidenti insuccessi di un impero che non riesce più a controllare il disordine mondiale. E tutto ciò è tanto più macroscopico se si considera le immense risorse finanziarie, tecnologiche e militari di cui dispongono ancora gli USA e che un Kissinger, in un’altra stagione, avrebbe saputo utilizzare e valorizzare al meglio.
L’altro impero, la Russia, ha ormai preso atto per bocca del suo Presidente che il Paese non sta più conducendo un’“operazione speciale” ma una guerra contro un nemico che si è fatto più insidioso. Di fronte si trova la diplomazia americana sempre più disinteressata ad una soluzione negoziata del conflitto, dopo gli entusiasmi esagerati di Trump ad Anchorage e un’Europa, a guida “protestante”, sicuramente non disposta a fare sconti a Mosca sull’altare di una trattativa che non è mai partita. Putin se la deve vedere con gli elementi più duri del regime che invocano il passaggio ad una fase più devastante dell’offensiva militare ma per ora sembra assecondare solo a parole il partito dei “falchi”. Mentre scrivo il Presidente russo si gloria dell’avvenuto controllo da parte dell’armata rossa del piccolo ma importante abitato di Konstantinivka. Piccoli, lenti ma inesorabili passi avanti al prezzo di ingenti perdite per ottenere un’auspicata capitolazione di Kiev. La scommessa di Putin è il 2027: l’anno elettorale in cui, dopo la fine del governo Starmer, in Europa si voterà in Francia, in Italia, in Polonia e in Spagna. In Germania cresce la destra dell’AFD e il governo di Merz appare in affanno. I russi vogliono scommettere su una classe politica europea meno interessata alla difesa dell’Ucraina e più ai problemi interni dei singoli Paesi. È una scommessa rischiosa perché difficilmente si può immaginare radicali e veloci cambiamenti di posizione dei 27 Paesi europei sul conflitto ucraino ma in qualche modo a Mosca si spera in nuovi modelli “Orban”, magari in capitali più importanti ed influenti. Intanto va avanti questa guerra, come anche il logoramento dell’economia russa ed il suo implacabile scivolamento, in diversi settori, nell’orbita cinese.
Anche questo impero, come quello americano, fa fatica a dettare il suo ordine. Nel 1956 l’armata rossa invase l’Ungheria stroncando la rivoluzione ungherese e insediando un governo vicino a Mosca. Lo stesso avveniva nell’estate del 1968 in Cecoslovacchia quando venne repressa dai carri armati sovietici la Primavera di Praga. L’URSS con la forza aveva determinato gli eventi. Di fronte non aveva una coalizione occidentale sotto l’ombrello NATO determinata a difendere l’indipendenza di quei Paesi perché il mondo era governato dalla logica delle sfere di influenza. Tutto questo è saltato ma anche se con la forza Mosca riuscisse a occupare militarmente Kiev a conclusione di questo conflitto devastante ed interminabile, dubito che riuscirebbe facilmente, come fatto in passato, a imporre i suoi modelli al Paese occupato. La partita politica per riportare l’Ucraina fuori dall’orbita occidentale mi pare persa.
A Mosca nessuno infatti credeva quattro anni fa che oggi Zelensky ed il governo di Kiev sarebbero stati ancora qui e che l’Ucraina avrebbe ottenuto l’avvio del negoziato per l’adesione all’UE. Nessuno avrebbe immaginato che sarebbe rimasta solidamente nell’orbita occidentale. Peraltro, la Russia fa sempre più fatica a mantenere una sua influenza in Asia centrale ed è in deciso ripiegamento in Medio Oriente. Droni, satelliti, guerra cyber, robot rivoluzionano i conflitti militari mettendo a nudo le vulnerabilità delle grandi potenze militari con le loro portaerei, i carri armati, gli sterminati arsenali.
E mentre l’Europa si dibatte nel suo nanismo politico, incapace anche di nominare un negoziatore per la crisi ucraina, né a definire una politica comune ed efficace nei confronti dell’azione di Israele in Medio Oriente o nei confronti dell’Iran, sullo sfondo, l’impero cinese ci osserva. È indubbiamente l’impero più solido, anche se al suo interno le incognite di carattere economico sono numerose. Crisi demografica, del modello immobiliare e del debito, una marcata dipendenza dai mercati di esportazione in un mondo sempre più protezionista, un sistema politico sempre più centralizzato, che assicura in qualche modo stabilità interna al prezzo però di una crescente lentezza nei processi decisionali, un marcato aumento delle diseguaglianze sociali, in particolare tra le province costiere e il resto del Paese, una sempre maggiore vulnerabilità nelle rotte energetiche e logistiche, un certo margine di isolamento economico su alcune componenti tecnologiche più avanzate che sono ancora sotto il controllo americano: sono alcuni dei problemi di questo vastissimo Paese dal passato imperiale che però ha un vantaggio importante sia sull’impero americano che, in qualche misura, su quello russo: un sistema che assicura ancora una grande stabilità e una classe politica molto qualificata che guarda lontano, dimostra visione, non si sofferma sul contingente, non cerca scorciatoie militari e crede nella leva economica e politica. Le crisi politiche e militari di questi anni sono peraltro servite a Pechino per cementare i rapporti con Mosca, che è sempre più un junior partner e con la dirigenza iraniana.
Nei prossimi anni vedremo una Cina sempre più proiettata verso i Paesi del Sud Globale e in particolare verso l’India (in costante crescita), l’Asia meridionale, il Golfo e il continente africano, dove si giocano le sfide per il predominio economico ed anche politico del pianeta. Osserva la Cina altri imperi impantanati in costose e inconcludenti campagne militari e lavora pazientemente per un nuovo assetto multipolare che contrasti e contenga l’unipolarismo americano e assicuri anche una nuova fase di crescita dell’economia cinese nei mercati mondiali.
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