Gli attacchi a Bettini e il tabù della diplomazia con Mosca

Le polemiche nel Pd sulle parole di Goffredo Bettini riaprono il nodo del negoziato: sostenere Kiev non significa escludere il dialogo con la Russia.

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ANSA

Goffredo Bettini è stato metaforicamente lapidato per aver detto, in un'intervista sul Corriere, che l'Unione europea dovrebbe promuovere, accanto o forse invece degli strepiti della Kallas, un'iniziativa diplomatica in grado di favorire una soluzione pacifica del conflitto russo-ucraino.

Da questa considerazione Bettini faceva derivare una conseguenza che può apparire persino ovvia ai più: qualunque iniziativa diplomatica non può che avere giocoforza come interlocutore la Russia.

È bastato questo per provocare una piccola sassaiola mediatica provocata da dentro, fuori o attorno al Partito Democratico. Chi ha da poco lasciato il partito ha tratto, dalla posizione di Bettini, lo spunto per giustificare il passo compiuto in ragione dell'irrecuperabile deriva putiniana conseguente, tanto per cambiare, alla perniciosa alleanza con i pentastellati.

Da dentro il Pd si sono levati caveat tanto acuti quanto marziali, associando l'ipotesi di un dialogo avanzata da Bettini a una prospettiva di capitolazione e di abbandono delle ragioni dell'Ucraina aggredita.

Eppure avevamo capito che i protagonisti di tali polemiche contestassero al tempo, e con ragione a mio avviso, l'iniziativa di Trump finalizzata a una soluzione della crisi fondata su un rapporto bilaterale tra USA e Federazione Russa, e contrapponessero a questo formato quello di un tavolo a cui sedessero anche l'Ucraina e l'Unione Europea.

È difficile allora capire quale potrebbe essere il ruolo dell'Unione in quella sede alla luce della preclusione di un'interlocuzione con la Federazione Russa, un'interlocuzione che comprensibilmente lo stesso Zelensky ritiene imprescindibile.

Viene dunque il sospetto che abbia ragione Bettini quando, in un altro passaggio dell'intervista in questione, ammonisce riguardo al rischio che "sventolare la questione come un vessillo propagandistico non aiuti l'esito positivo".

La politica deve infatti decidere, in questa come in altre vicende, se ricavare una qualche visibilità rincorrendo la polarizzazione prodotta dai social o rendersi utile incidendo sulla realtà, e così come la realtà è e non come la vorremmo.

Chi scrive non ha esitato nel decidere dal governo il sostegno, anche militare, all'Ucraina all'indomani dell'aggressione russa. Ma non vedere come aver alimentato quasi esclusivamente la soluzione militare della crisi sia una delle ragioni del prosieguo di un conflitto che dura ormai da più di quattro anni significa negare, appunto, la realtà.

Le evocazioni di risolutive vittorie finali possono andar bene allorquando si decide di non svolgere alcun ruolo concreto nella soluzione del conflitto, come ha fatto l'Europa sino a qui o come ci si può consentire dall'opposizione.

Declinare un percorso che passi per il confronto – che non equivale alla legittimazione – con il nemico è la dannazione per chiunque si sia posto l'obiettivo di costruire la Pace.

Nessuno sano di mente potrebbe suggerire oggi di affrontare il tema di una soluzione della crisi mediorientale prescindendo dall'interlocuzione con Israele. E tale realismo non sarebbe mai associato a una rimozione dei misfatti compiuti dal governo di Tel Aviv in questi anni. Gli slogan servono solo a coprire con il rumore l'impotenza della politica.

È lecito porre il problema del malessere di chi ritiene che la parola fine a questo conflitto possa essere scritta soltanto con una, ad oggi improbabile, definitiva sconfitta di Putin.

Spero che qualcuno, prima o poi, si faccia anche carico del malessere di chi ha scelto la militanza a sinistra anche in ragione del convincimento che la guerra non possa essere l'unico strumento con cui sciogliere i conflitti, persino quelli in atto, e sulla base dell'auspicio che il mondo debba reggersi sulla convivenza pacifica di sistemi politici diversi, fatta salva l'ambizione di cambiarli pacificamente.

È un punto di vista questo che conviene, anche per ragioni pratiche, non trascurare, anche perché, al di là delle sue premesse etiche, corrisponde a una parte non piccola del sentimento popolare.

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