Gli affanni della politica e la ricerca del consenso ai tempi dell’AI
La ricerca compulsiva dell’approvazione altera il governo della collettività: senza responsabilità e cultura del rispetto, l’interesse generale arretra.

ANSA
La politica, quale perno attorno al quale ruota ogni genere di attività (istituzionale, economica, sociale) in grado di coagulare l’intera comunità, mostra – non certo da oggi – segni di affanno. La costante ed esasperata ricerca del consenso elettorale, anche in momenti in cui nuon si celebrano le elezioni, ne condiziona l’operato. I sondaggi, commissionati ormai a ritmo continuo, hanno acquisito un livello di condizionamento a tal punto determinante che basta uno scostamento negativo per spingere a ricercare nuove roboanti proposte di azione. Quando invece il sondaggio sentenzia una crescita di consensi, esso diviene elemento corroborante delle scelte effettuate o in procinto di essere assunte, le quali in tal modo si consolidano, non già in ragione della bontà delle medesime, ma in modo del tutto acritico. La crescita o la decrescita di qalche decimale nel gradimento di questo o quel partito diviene l’ago della bilancia di azioni e determinazioni.
Ne esce così inficiata l’azione governativa, intesa come governo della collettività ad ogni livello (da quello locale a quello centrale), attraverso la selezione delle plurime istanze formulate in termini di bisogni e di interessi da soddisfare. Con una maggioranza che rischia di non concentrarsi in modo oggettivo – beninteso nell'ambito delle opzioni ideologiche da cui trae ispirazione – sul perseguimento dei reali ed effettivi interessi della collettività; con una minoranza che vede alterato il suo fondamentale ruolo di opposizione, il quale andrebbe basato su argomentazioni realmente ineccepibili – beninteso anche in questo caso in virtù delle opzioni ideologiche abbracciate – al fine di porre in cattiva luce quanto di negativo vi sia nell’operato dell’altra parte in vista dell’auspicato ribaltamento dei ruoli alle elezioni successive.
Un assetto, quello appena descritto, enfatizzato da una comunicazione che, anche per la politica, è completamente mutata nei modi, nonché per i tempi e i contenuti. I social hanno reso recessivi il ragionamento e la riflessione, capaci di dar vita a lenti ma inossidabili processi di persuasione, imponendo messaggi ad effetto, slogan, esibizioni platealmente accattivanti. Immediatezza della reazione, coincisa incisività, la fanno da padrone, a totale detrimento della elaborazione di idee coerenti, il più possibile condivise, dotate di validi appigli ai princìpi fondamentali.
Il cervello funziona con un doppio sistema: il sistema 1 che reagisce in modo veloce ed istintivo (intuitivo: evitare un pericolo immediato, calcolare il risultato di 2x2) e il sistema 2, lento e analitico, destinato a entrare in gioco in tutti quei processi che richiedono riflessione e approfondimento. Questa combinazione ne esce, per così dire, completamente alterata. Ancor più se si considera quanto messo in luce da Steven Shaw e Gideon Nave, ricercatori della Wharton School dell’Università di Pennsylvania, i quali nel tratteggiare il fenomeno della c.d. resa cognitiva (cognitive surrender) a cui l’intelligenza artificiale rischia di dar vita, hanno aggiunto il sistema 3: la cognizione artificiale, la quale agisce attraverso un meccanismo collocato al di fuori della mente, che non si stanca ed è in grado di mantenere ritmi impossibili per l’essere umano. Questo reca con sé un totale cambio del modo di funzionamento della mente umana. I rischi: delega totale, abbandono acritico del ragionamento, accettazione passiva della risposta dell’intelligenza artificiale. Anche la politica è chiamata a interrogarsi sugli scenari futuri e sugli impatti che tutto ciò avrà sulla relativa azione. L’intelligenza artificiale potrebbe acuire, ad esempio, la tendenza in atto a studiare a tavolino i temi sui quali vi può essere maggiore sensibilità recettiva, giocando sulle molteplici paure che attanagliano oggigiorno le quotidiane esistenze. Dando così vita a una malsana inversione metodologica, per non dire a un vero e proprio affossamento, rispetto alla ricerca e all’emersione di ciò che è realmente utile e necessario al fine di assecondare le reali esigenze del Paese.
A tutto ciò si accompagna l’ulteriore tendenza a tenersi alla larga dalle scelte impopolari – non poche volte, in realtà, effettivamente rispondenti ai reali interessi del Paese – o anche da quelle decisioni vòlte ad autorizzare una spesa necessaria ma priva di visibilità e, quindi, inidonee a sprigionare generale apprezzamento. Di fronte alla necessità di scegliere se spendere una certa somma per il rifacimento della pavimentazione della piazza centrale di un comune o per il rafforzamento degli argini di un canale che scorre in periferia – in relazione al quale gli uffici tecnici segnalano rischi esondativi – il sindaco abbacinato dalla ricerca del consenso non avrà alcuna esitazione sulla direzione da intraprendere.
Orbene, pensare che chi sia chiamato a ricoprire una carica pubblica – ma il discorso potrebbe, mutatis mutandis, essere trasferito a livello di cariche di diritto privato (presidente o amministratore delegato di una grande società, ad esempio) – si emancipi da ogni vanità ed ambizione, in termini di mantenimento del potere conseguito e, se del caso, da un suo rafforzamento e ampliamento, sarebbe fuori luogo e, come tale, destinato a macchiarsi di patente ingenuità. Non è mai stato così, neppure nel lontano passato, e mai lo sarà, poiché si tratta di problematica che mette a nudo l’irredimibile limitatezza della condizione umana. E purtuttavia, se il mantenimento della carica conseguita o la conquista di nuove posizioni apicali diviene un’ossessione irrefrenabile, come tale compulsiva dell’agire, l’interesse generale risulterà modellato, forgiato, e spesso annientato dal perseguimento della gloria personale. Con conseguenze, come è facilmente intuibile, dirompenti e disastrosamente pregiudizievoli, ancor più allorquando si tratterà di operare all’interno di organi e di organismi collegiali, posto che ciascun componente, anziché porre le proprie competenze e le prerogative di cui risulta titolare a disposizione del gruppo, in una prospettiva evidentemente di sintesi del miglior interesse della collettività, sarà portato a rivaleggiare, innescando competizioni e conflitti.
La soddisfazione di una sana e comprensibile ambizione dovrebbe rappresentare l’effetto – e non già la motivazione dell’agire – di un’azione politica che, in quanto virtuosa, diviene premiante. Quando invece essa diviene l’obiettivo precipuo di chi è chiamato a ricoprire incarichi pubblici, si assiste a un pernicioso e venefico processo di eterogenesi dei fini. Affinché vengano scongiurate forme di degenerazione, occorre un elevato senso di responsabilità, il quale faccia da sfondo, costantemente e senza tentennamenti, all’azione politica. Un senso di responsabilità che si costruisce attraverso l’attivazione di processi culturali profondi, intensi e continuativi, i quali facciano percepire appieno, sin dal momento in cui ci si forma nelle scuole e nelle università, l’importanza del rispetto degli altri. Un valore fondamentale – quello appena citato – il quale assume un significato del tutto peculiare con riguardo all’esercente funzioni pubbliche, poiché trattasi di un valore da inoculare incessantemente e – direi – in modo pervasivamente virtuoso in ogni occasione esse vengano esercitate. La focalizzazione dell’attenzione sul rispetto altrui costituisce una bussola che, se attivata, impedirà deviazioni e smarrimenti da quello che appare un sentiero ampiamente ed elegantemente tracciato da documenti fondamentali, primariamente dalla Carta costituzionale.
Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa
Abbonati