Giuseppe Di Vittorio, l’uomo che insegnò ai poveri a leggere il mondo

A sessantanove anni dalla morte, la lezione del dirigente sindacale: conoscenza, dignità del lavoro e unità come strumenti di emancipazione collettiva.

Marco GiordanoIstituzioni dal BassoSINDACATI
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ANSA

Il 3 novembre 1957 ci saremmo incontrati in corso Italia. Avremmo appoggiato le biciclette al tronco di un albero, portato corone di fiori, seguito gonfaloni e delegazioni operaie. Avremmo stretto la mano a un compagno per aiutarlo a salire sui rami di un albero, così da poter assistere al passaggio del corteo. Quel giorno si celebrava il primo grande lutto collettivo della sinistra italiana: era morto Giuseppe Di Vittorio. Nel suo racconto Roma così non l’avevo mai vista, scritto proprio in occasione dei funerali, Pier Paolo Pasolini restituisce con commozione l’immagine delle migliaia di uomini e donne accorsi, mossi da un’umile, dignitosa, «disperata gratitudine».

Giuseppe Di Vittorio, figlio di braccianti agricoli, a soli quindici anni fu tra i promotori del circolo giovanile socialista di Cerignola: una terra povera, amara, segnata da profonde disuguaglianze sociali. Rimasto orfano di padre, aveva abbandonato gli studi a otto anni per contribuire al sostentamento della famiglia. Conosceva la fatica, l’umiliazione, l’ingiustizia di un padrone capace di inveire contro un bracciante perché svenuto, disidratato, stremato dal lavoro. Quella, del resto, non era la storia di alcuni, ma quella della maggioranza, dove la terra apparteneva a pochi e la fatica a tutti gli altri.

Peppino, tuttavia, decise ostinatamente di riscrivere quella trama. Per lui e per gli altri. Nella masseria, dopo quattordici o quindici ore di lavoro interminabile, «in fondo allo stanzone brillava una candela». Era la luce che illuminava quel giovane piegato dagli stenti che, «mentre i suoi compagni dormivano, si ficcava i pugni alle tempie, dandosi dei colpi per tenersi sveglio, e leggeva». Gianni Rodari ci restituisce il volto determinato di quel ragazzo che aveva dovuto lasciare la scuola, ma non i libri. Aveva intuito, con una lucidità destinata a orientare tutta la sua esistenza, che la conoscenza fosse uno strumento imprescindibile di emancipazione e di conquista della libertà.

A Bologna, nel 1953, Di Vittorio avrebbe spiegato così il significato profondo di quella aspirazione: «Io credo di essere rappresentativo di quegli strati profondi delle masse popolari più umili e più povere che aspirano alla cultura, che si sforzano di studiare e cercano di raggiungere quel grado del sapere che permetta loro non solo di assicurare la propria elevazione come persone singole, di sviluppare la propria personalità, ma di conquistarsi quella condizione che conferisce alle masse popolari un senso più elevato della propria funzione sociale, della propria dignità nazionale e umana». Attraverso la lettura del mondo imparò a trasformare la rabbia in organizzazione, il bisogno in diritto, la miseria in una domanda politica. Una domanda orientata a perseguire i valori democratici costituzionali e il progresso generale della società.

Fin da giovanissimo si avvicinò alle leghe contadine e alle Camere del lavoro, diventando in breve tempo un dirigente sindacale e, successivamente, un deputato. Con l’avvento del fascismo scelse di non piegarsi: fu perseguitato, costretto all’esilio, alla clandestinità e al confino. La sua fu una storia di militanza senza le ombre di una pallida coscienza civile, neppure nei momenti più difficili. Partecipò anche alla lotta antifascista durante la guerra civile spagnola, maturando una convinzione che avrebbe accompagnato l’intero suo percorso: soltanto un movimento unito avrebbe potuto difendere davvero tutte quelle «facce forti, oneste, cotte dalla fatica e dagli stenti».

Fu questa consapevolezza a condurlo, nel 1944, tra i protagonisti del Patto di Roma, che riunì comunisti, socialisti e cattolici nella Cgil unitaria, una casa comune capace di accogliere tutti i lavoratori, dai contadini agli operai. Con il Piano del Lavoro avanzò la proposta di un’Italia in grado di trasformare la disoccupazione in sviluppo e investimenti. Anticipò, inoltre, l’idea di uno Statuto dei diritti dei lavoratori, impegnandosi a portare la Costituzione nelle fabbriche e a democratizzare i luoghi di lavoro.

Nel 1956 ebbe ancora modo di dimostrare la propria statura morale, senza tradire né la sua gente né la propria coscienza. Di fronte alla repressione sovietica della rivolta ungherese, ebbe il coraggio di manifestare apertamente il proprio dissenso durante la riunione della Direzione del PCI guidato da Togliatti e come segretario generale della Cgil. In politica la fedeltà si misura soprattutto nei momenti in cui comporta un prezzo da pagare. È anche per questo che quel gesto di libertà consegna alla storia l’esempio di un uomo interamente al servizio della lotta e del lavoro, senza risparmio di energie e senza compromessi con la propria coscienza. Oggi, in un tempo di appartenenze rumorose e di opinioni a comando, quell’atto di coraggio appare ancora più straordinario e assume un significato che non ha perso nulla della sua forza e della sua lungimirante e postuma ragione.

A sessantanove anni dalla morte di Di Vittorio abbiamo il dovere di non disperderne l’eredità. Occorre tornare ai suoi discorsi con attenzione rigorosa e ostinata, ripercorrere le tappe del suo agire e riconoscere quanto, con generosità, ha consegnato alla storia.

Le parole di Di Vittorio non appartengono soltanto alla memoria: continuano a parlare della nostra cronaca. Risuonano ogni volta che il mercato economico e finanziario, da strumento, sembra trasformarsi in fine; quando i contratti si moltiplicano, si frammentano e perdono forza; quando il lavoro non garantisce neppure il necessario; quando, nei campi, da Sud a Nord, persistono gli orrori del caporalato. In mezzo a trasformazioni profonde e a nuove forme di sfruttamento, una certezza resiste al tempo: il lavoro è, e deve continuare a essere, dignità.

Viviamo in un’epoca in cui i principi e le regole sanciti dalla Costituzione vengono continuamente disattesi, lasciando dietro di sé rinnovate e nuove macerie. Una realtà che contraddice la narrazione dell’illusoria società del benessere che avremmo costruito nel corso del secondo Novecento e che oggi mostra, sempre più chiaramente, il proprio volto fragile e velenoso. Uno degli errori più gravi, reiterato per decenni, consiste nell’aver affidato al mercato il compito di risolvere le ingiustizie che esso stesso contribuisce a generare. Ma non è così: il mercato segue il profitto, non risponde spontaneamente alle esigenze di giustizia sociale.

Le storture che si manifestavano agli occhi di Peppino hanno cambiato forma, ma non sostanza. Le logiche di mercato continuano a non riconoscere adeguato spazio agli interessi della classe lavoratrice, mentre le loro degenerazioni si sono estese, investendo anche il rapporto tra attività economiche, ecosistemi naturali e comunità. È una dinamica che assoggetta ogni cosa alla logica della convenienza e della predazione: tutto diventa sacrificabile, tutto si trasforma in merce.

«Oggi la politica è chiamata a prendersi cura della fragilità delle persone, dei popoli e dell’ambiente», amava ripetere papa Francesco. È una sollecitazione che trova nell’esperienza di Giuseppe Di Vittorio un esempio concreto, vibrante e ancora dirompente. La sua vicenda restituisce attualità anche ai principi di sussidiarietà e multilateralità, sempre più messi in discussione dagli stessi governi in molte parti del mondo, a cominciare dal nostro Paese.

La partecipazione e l’iniziativa dei singoli, delle comunità, dei lavoratori, degli studenti, dei sindacati e dei partiti non si contrappongono all’azione dello Stato e delle istituzioni: la integrano, la sostengono e la rendono più democratica. È questo il significato più profondo di quella partecipazione popolare che riempiva le piazze e attraverso la quale Di Vittorio invitava i contadini a non togliersi più il cappello davanti ai padroni. Non si trattava soltanto di un gesto simbolico, ma dell’affermazione concreta di una dignità finalmente consapevole di sé.

Quel ragazzo che leggeva alla luce di una candela insegnò ai suoi compagni e alle sue compagne che conoscere è un atto di resistenza, una necessità prima ancora che un diritto. Perché chi non sa leggere il mondo finisce per essere letto, interpretato e, soprattutto, usato da altri. Oggi abbiamo la fugace impressione di poter possedere la realtà grazie a una quantità smisurata di informazioni. Eppure, l’accesso continuo alle notizie non garantisce affatto la qualità del pensiero, né la capacità di comprendere la complessità dei processi che attraversano la società. La conoscenza richiede esercizio, profondità, spirito critico: non basta accumulare informazioni, occorre imparare a interpretarle.

Infine, in un’epoca dominata da tribù, tifoserie, social network e slogan, la lezione forse più difficile, ma anche più necessaria, che Di Vittorio ci consegna è quella dell’unità. Unità non significa uniformità, né rinuncia alle proprie convinzioni. Significa, piuttosto, saper riconoscere e perseguire ciò che unisce, senza negare o cancellare ciò che divide. È la capacità di costruire una prospettiva comune a partire dalle differenze, mettendo al centro gli interessi collettivi e la dignità delle persone.

Dire la verità quando costa, restare dalla parte dei più deboli quando sarebbe più conveniente schierarsi con i più forti, non barattare la propria libertà in cambio di una poltrona: è in questa coerenza, esercitata anche quando comporta solitudine e sacrificio, che si misura il coraggio. Una coerenza che ha attraversato l’intera esistenza di Giuseppe Di Vittorio e che costituisce, ancora oggi, una delle eredità più preziose della sua esperienza politica e umana.

Giuseppe Di Vittorio non ebbe poteri straordinari. Ebbe qualcosa di più raro: la convinzione che la dignità non si chieda, ma si costruisca, giorno dopo giorno, insieme agli altri.

Ricordarlo il 3 novembre non è un esercizio di nostalgia. Significa, al contrario, interrogarsi su che cosa stiamo facendo oggi della candela che ci ha lasciato, dei suoi insegnamenti e della responsabilità che ne deriva. Significa domandarsi se siamo ancora capaci di alimentare quella luce, di trasmetterla e di farne uno strumento di emancipazione collettiva.

Ce lo ricorda Gianni Rodari, il celebre scrittore di favole, nel racconto dedicato all’infanzia di Di Vittorio e pubblicato sul Pioniere: «La sua parola e la sua lotta hanno contribuito a destare milioni di uomini, a chiamarli alla vita, a insegnare loro che si può trasformare il mondo e renderlo bello e degno. Anche voi potete diventare uomini amati e stimati come Giuseppe Di Vittorio: non ci sarà bisogno per questo — i tempi sono cambiati — che passiate le vostre notti a leggere al lume di candela. Basterà che amiate la giustizia, il sapere, la generosità, il coraggio. Ci sono ancora uomini che dormono, e sarete voi a svegliarli».

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