Giuseppe Conte e il “progressismo indipendente”: identità e sfida del M5S
Nell’autobiografia “Una nuova primavera”, l'ex premier delinea un progressismo autonomo dai vincoli neoliberisti e atlantici, radicato nelle periferie sociali.

ANSA
Nota del Direttore:
L’ultimo libro di Giuseppe Conte, “Una nuova primavera”, è un testo assai denso. Non ha un carattere propagandistico; neppure autobiografico o di polemica politica immediata. È piuttosto il racconto di un percorso personale, professionale e di impegno valoriale e ideale.
L’autore racconta le sue origini dignitose e modeste, la disciplina intransigente nello studio, i suoi maestri, l’attività di avvocato e poi l’incontro, quasi casuale, con la politica, l’impegno di governo, l’esperienza pubblica che lo ha gratificato e molto spesso messo sulla “graticola”: per le interessate e sempre eccessive polemiche, per i pregiudizi, per il tentativo di offenderlo e ridimensionarlo. Il libro, tuttavia, è soprattutto lo sviluppo graduale di una maturazione, di un rafforzamento interiore, di una speranza che tra le difficoltà si apre al futuro.
Conte è scelto dal Movimento 5 stelle per presiedere il primo governo giallo-verde in alleanza con Salvini. Era allora, il suo, un movimento ancora molto condizionato da spinte anti istituzionali, antipolitiche e demagogiche. Tuttavia, già capace di mantenere sul terreno democratico, tante delusioni e tanta rabbia che sarebbero potute sbandare verso destra o verso l’eversione. Dopo un po’, Conte ruppe con la lega. Non resse la prepotenza, l’arroganza e un leader, che riteneva di avere tutta l’Italia a sua disposizione.
La crisi del suo primo governo poteva concludersi con le elezioni politiche anticipate; che sarebbero allora state vinte sicuramente da Salvini. Non si arrivò a tale conclusione catastrofica per la Repubblica, grazie anche all’iniziativa del PD che lanciò l’idea di un’alleanza con i 5 stelle per tutto il tempo restante della legislatura. L’esperienza del governo Conte II, grazie anche ai ministri del PD e al suo segretario, diede risultati sorprendentemente buoni. Li ricorda bene Stefano Fassina. L’affrontamento del Covid, l’Europa giusta con la New Generation EU, il sostegno alle fasce più deboli e sofferenti della popolazione, il reddito di cittadinanza e gli incentivi di vario tipo allo sviluppo.
Senza tutto ciò in questi ultimi anni ci sarebbe stato un crollo del PIL; che invece ha tenuto non certo per merito di Giorgia Meloni, la quale ha solo sfruttato e dilapidato un’eredità positiva del passato. Tuttavia il riesame di questa storia permette a Conte di fare tre limpide operazioni politiche. In primo luogo, la rivendicazione di un patrimonio che ha radicalmente rinnovato, ma mai tradito nei suoi aspetti più fecondi; la trasparenza e la pulizia morale nel mentre si fa politica; il rapporto costante con i cittadini e l’opinione pubblica; la preoccupazione per i cittadini più esposti e in difficoltà. In secondo luogo, il radicale rinnovamento di tanti aspetti del movimento che ad un certo punto e’ riuscito a prendere completamente in mano. Nonostante Grillo, Di Maio, Casaleggio diffidenti o contrari. In terzo luogo, nell'ambito di questa maggiore libertà e sempre il rapporto con i suoi iscritti, la trasformazione del Movimento 5 Stelle in una compiuta forza di governo e l’approdo definitivo al campo democratico: definendosi progressista e autonomo.
Progressista nel senso che intendeva Pierpaolo Pasolini: non sviluppo quantitativo ma un passo in avanti di civiltà e di qualità della vita per l’intera nazione. Autonomo, in quanto non disposto, per gestire il potere e il governo, a tradire quella vocazione umanista che ha coltivato lungo tutta la sua vita. Ecco perchè Rinascita ha voluto dare rilievo all’uscita delle sue pagine che qui presentiamo con un primo articolo di Stefano Fassina. Non solo per elogiarle, ma anche per ragionarci sopra, per smuovere un confronto e ascoltare tutti i contributi che ci potranno arrivare.
Goffredo Bettini
Quando, a fine Novembre 2024, “Nova”, l’Assemblea Costituente del M5S approvò le proposte di modifica del Codice etico, dai quesiti sul “posizionamento politico” arrivò una sorpresa, resa possibile da chi aveva costruito, con profonda sensibilità della fase storica, le quattro opzioni. Tra i 48.112 iscritti votanti, la maggioranza relativa (37%) scelse di scrivere sulla carta di identità del Movimento “progressisti indipendenti”. Le risposte “progressisti” e “sinistra” ottennero, rispettivamente, il 22% e l’11%. L’imprinting delle origini, «non dichiarare alcun posizionamento, ritenuto riduzionista, e mantenere la storica distanza dalla destra e dalla sinistra», ricevette il 26% dei voti. Insomma, quasi tre quarti dei votanti si auto collocò senza alcuna ambiguità. Lo ricorda Giuseppe Conte nella sua autobiografia, “Una nuova primavera” (Marsilio, 2026). Giustamente, il Presidente del Movimento insiste sull’aggettivo affiancato al sostantivo: “indipendenti”. Vi fu ironia nei commenti degli opinionisti di Palazzo, ma sopratutto incomprensione, anche nei pochi analisti immuni al suprematismo culturale. Sembrava una stravaganza, un residuo di grillismo. Invece, è spiegato bene nel libro, era indicatore di consapevolezza: rivelava l’appartenenza all’area progressista e, al contempo, l’impegno a portare avanti la ricostruzione di una versione “popolare non populista” del progressismo, ovunque in Occidente finito a rimorchio, finanche sull’umano, dell’insostenibile egemonia neoliberista o rimasto fermo a una visione emancipativa della Storia trainata dallo sviluppo delle forze produttive.
Il racconto dell’ex Presidente del Consiglio, in particolare nei capitoli dedicati alla sua esperienza a Palazzo Chigi, può essere letto come illustrazione del significato autentico, distintivo, concreto di “progressismo indipendente”. Si esprime, innanzitutto, data la rilevanza del nesso nazionale-internazionale, nell’interpretazione del “vincolo esterno”: prevalentemente economico nell’ambito dell’Ue; sostanzialmente politico nel quadro atlantico. È, per la prima volta dalla fine della “Prima Repubblica”, un’interpretazione “senza nessuna subordinazione”. Potrebbe divenire, nella prassi, tratto caratterizzante della funzione nazionale del Movimento.
Il leader del M5S, in più pagine del suo ‘diario’, definisce “critico” l’europeismo dei suoi governi. Ma domina la pars construens. La ripercorre con precisione. Nel Conte I, la scelta, censurata, di Paolo Savona per il Ministero dell’Economia e il disinnesco della procedura per deficit eccessivo predisposta da Bruxelles sulla prima legge di bilancio “giallo-verde”. Nel Conte II, da un lato, la resistenza tenace, nelle settimane drammatiche del picco di morti per il Covid e della carenza di finanza pubblica, all’offensiva della sua maggioranza (a eccezione di Liberi e Uguali) per sottoscrive il “Mes sanitario”, il Cavallo di Troia per stringere ancor di più la morsa sull’Italia; dall’altro, la tessitura delle alleanze e la determinazione per convincere “i frugali” a fare debito comune per i PNNR e per conquistarne una fetta extra-larghe per l’Italia. Ora, fuori dalla maggioranza a Roma e a Strasburgo, l’insistenza per una linea realista, quindi negoziale, per la fine dignitosa della guerra in Ucraina e la ricostruzione di relazioni diplomatiche e commerciali, a partire dal gas, con la Russia. Al Parlamento europeo, il No ad alto valore simbolico, ben motivato nel paragrafo “Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra”, all’equiparazione revisionista tra nazismo, fascismo e comunismo contenuta in una risoluzione votata da parti rilevanti del gruppo dei Socialisti e Democratici. Da ultimo, la difesa del Presidente della Biennale di Venezia linciato dal coro politico e mediatico per il tentativo di promuovere la comprensione e il dialogo tra i popoli attraverso la cultura. Insomma, nel riepilogo degli atti dei suoi governi e nelle scomode posizioni prese successivamente, si ritrovano gli elementi di un europeismo autonomo, non soltanto critico.
Anche il vincolo esterno atlantico, durante la prima Presidenza Trump, è interpretato con autonomia. Nel libro, l’autore rievoca il suo esordio al G7 e la sollecitazione a includervi Mosca. Ripercorre le ragioni del No alla richiesta insistente della Casa Bianca di riconoscere Jean Guaidò Presidente del Venezuela. Rivendica il Memorandum sottoscritto con la Cina, nonostante gli attacchi forsennati in Parlamento e sui grandi giornali. Mentre la differenziazione dagli USA è diventata mainstream, sulla Cina fa ancora scandalo la presenza di Massimo D’Alema a Pechino per il vertice della Shangai Cooperation Organization.
Sul versante interno, il “progressismo indipendente” si sostanzia, in stretta relazione con l’interpretazione autonoma del vincolo esterno, nella svolta a U sulle politiche per il lavoro e sulle politiche sociali rispetto al mezzo secolo alle nostre spalle. L’autobiografia ritorna sugli atti compiuti nei due “Governi Conte”, sia nel primo sbrigativamente riassunto e scomunicato con i “Decreti Salvini”, sia nel secondo, in sinergia con il Pd e LeU. Del “Conte I”, viene messo in rilievo il “Decreto Dignità”, forgiato con il contributo di Pasquale Tridico, il primo provvedimento di mitigazione della precarietà, dopo decenni di svalutazione del lavoro a colpi di flex-security e Jobs Act. Sempre a merito del Conte I, pagine appassionate sono dedicate al Reddito di Cittadinanza, qui non un’inversione di rotta in relazione al Reddito di Inclusione, ma un salto di scala, essenziale a fare la differenza per milioni di persone ai margini. Infine, di quell’esperienza di governo con la Lega, è rivendicato l’avvio dell’estromissione dei Benetton dalla gestione delle autostrade e la riscrittura dell’indecente concessione regalatagli dal Governo Berlusconi. Del Conte II, viene opportunamente ripercorsa la battaglia combattuta fuori e anche dentro il Consiglio dei Ministri, insieme alla Ministra Nunzia Catalfo, per approvare il blocco dei licenziamenti durante la pandemia —unico governo in Europa, seguito soltanto dall’esecutivo Sanchez—, poi confermato dal Governo Draghi grazie all’ostinazione del Ministro Andrea Orlando.
Giuseppe Conte non è Che Guevara. Errori e carenze hanno segnato l’azione delle sue contraddittorie maggioranze, sottoposte al tatticismo, prima di Salvini poi di Renzi, fino alle rotture fallimentari. Tuttavia, dalla lettura delle sue ‘imprese’ da Palazzo Chigi, è difficile negare il valore degli esecutivi da lui presieduti e disconoscere l’indipendenza del progressismo attuato. Limiti permangono anche nel ‘suo’ M5S, ad esempio, nell’attenzione alla sempre più drammatica “questione settentrionale”; nell’analisi, astratta, dell’Europa possibile; nell’elaborazione e nell’iniziativa per affrontare l’ “emergenza antropologica” e promuovere la cultura del limite per declinare i diritti civili. “Nova 2” è in corso per fare passi avanti.
Il progressismo indipendente viene coltivato dal Movimento, più che da ogni altro partito del “campo”, per una ragione strutturale: i suoi principali riferimenti sociali. Nelle sue pagine, Giuseppe Conte li identifica quasi ossessivamente nei “cittadini”, ossia l’universo indifferenziato degli italiani, il massimo della “vocazione maggioritaria”. Ma un partito, anche quando si definisce Movimento, è sempre parte. La parte rappresentata in prevalenza dal M5S, “la parte giusta”, sono le periferie sociali. Il M5S rimane il prima partito tra i lavoratori precari e tra i disoccupati. È il secondo tra gli operai, dietro, ahimè, Fratelli d’Italia. È il valore aggiunto apportato dal Movimento all’alleanza progressista. È l’epicentro dell’offensiva per conquistare le classi medie spiaggiate o impaurite, sopratutto al Nord.
La rianimazione culturale, prima che politica, del “progressismo indipendente” deve incrociare i lavori in corso nei cantieri degli altri protagonisti della coalizione. L’avanzamento comune è condizione necessaria per rimettere in agenda il “vincolo interno”, la nostra Costituzione, in tensione nel suo irrinunciabile “controlimite sociale” con i Trattati europei. L’autobiografia di Giuseppe Conte si chiude con un’ode alla speranza. Va raccolta: «Dobbiamo essere tutti, donne e uomini di speranza».
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