Giovani e violenza: dalla guerra alla «cultura del coltello»
Gli ultimi episodi di violenza riportano al centro del dibattito pubblico il disagio giovanile e la «cultura del coltello». Ma cosa scatena questi episodi?

ANSA
Ancora violenza. Ancora e sempre violenza nel mondo dei giovanissimi. Le notizie di questi giorni, da ultimo l’increscioso episodio dell’accoltellamento ai danni di un 14enne da parte di un 17enne a Scampia, nella giornata di martedì, evocano un tema di grande centralità nel dibattito pubblico: la fatidica “cultura del coltello”, segno distintivo di una generazione che sta crescendo a pane e violenza. Qui siamo dinanzi a un principio subculturale per cui la violenza diventa il tratto caratterizzante di centinaia di giovani, spesso minorenni, che mandano in soffitta i valori dell’etica e della buona educazione. Ma quali possono essere i motivi di tale degenerazione?
Precisiamo che non abbiamo e non avremo la verità in tasca. Nel caso specifico occorrerebbero studi profondi di professionisti del settore pedagogico mirati a garantire risposte efficienti sul tema in essere. Ma dinanzi a questa violenza dilagante posso provare a offrire un punto di vista. Credo che le guerre nel mondo rappresentino una delle cause scatenanti di queste forme "minori" di violenza, come se fossero uno strumento di legittimazione umana incentrato sulle nuove generazioni. Elementi come l’odio, la repressione, il sopruso, la sopraffazione, l’indifferenza verso le vite degli altri, ovvero le radici che sono alla base degli attuali conflitti su scala globale, stanno diventando in maniera concreta i punti di riferimento che regolano i comportamenti del popolo giovanile. Come esempi da seguie che, uniti, vanno a formare un vero e proprio decalogo su come stare al mondo. Tuttavia se questo è lo scenario, prevediamo tempi bui all’orizzonte. Tempi bui e brutali. In alternativa resta l’unica storia possibile: solo la cultura ci salverà.