Giovani e proteste, l'unica risposta è il carcere
Nordio invoca più posti negli istituti minorili. Il governo moltiplica reati e pene, mentre lascia fuori dal dibattito le ragioni della protesta giovanile.

ANSA
«Dobbiamo ampliare la capienza degli istituti minorili», dichiarò il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, a Sky, dopo gli scontri di Milano. Scontri che hanno provocato 35 arresti, ma solo 2 degli arrestati sono stati trattenuti in carcere. Invero, il ministro subisce un lapsus freudiano: da quando si è insediato il governo Meloni, a fine 2022, i detenuti minori sono passati da 381 a 556, a fine 2024. Una crescita in linea con il generale sovraffollamento detentivo e che provoca tassi che arrivano, a San Vittore, ad esempio, a oltre il 230%. Anche sui boss mafiosi al 41-bis il ministro dimostrò un po’ di confusione: nel 2026 hanno usufruito di brevi permessi premio 3 su 750, i 376 “scarcerati” erano in alta sicurezza.
Invero, la concezione massima della politica carceraria del governo — e del suo guardasigilli — la si coglie nella nomina del 67° commissario per l’edilizia penitenziaria, Marco Doglio. Un manager che tutto ha fatto nella sua vita, tranne che occuparsi di detenuti. Il suo incarico avrebbe il fine di creare, nel triennio 2025–2027, con un investimento di circa 900 milioni di euro, ben 10.600 nuovi posti. In realtà, da quando si è insediato il governo attuale, abbiamo assistito all’operazione inversa, “il mondo (o il carcere) al contrario”, per dirla con un ex illustre esponente delle nostre forze armate: a fronte della creazione di 121 nuovi posti abbiamo 9.936 nuovi detenuti. La cronicizzata situazione delle carceri italiane ha portato, nel solo 2026, a 6.500 reclami per trattamenti inumani e degradanti.
Lapalissiano appare che nulla di diverso poteva aspettarsi e volere una politica panpenalistica e ipergiustizialista che impone al Parlamento le scelte di politica criminale — e carceraria — del governo, che hanno portato a quasi dieci decreti sicurezza, decine di nuovi reati, nuove aggravanti e nuove sanzioni, nonché diverse centinaia di anni di carcere in più.
Ma il punto politico che denota forse maggiormente la decadenza culturale di chi quei giovani dovrebbe rappresentarli è che non ci si chieda minimamente cosa li spinga a protestare pacificamente, non perché non si voglia avere una risposta, ma perché si pretende di conoscerla già.
Ed è altrettanto preoccupante che si finga di non vedere e sentire la siderale differenza delle estrazioni sociali di chi manifesta oggi rispetto a chi lo faceva 50 anni fa: l’estremismo politico e terroristico degli anni ’70 chiedeva non meno partiti, ma più politica, pur nella diversità delle rivendicazioni e del modo in cui le si faceva, e lo chiedeva da posizioni economiche più favorevoli di oggi; ora i giovani, spesso figli di famiglie meno benestanti, non accettano i partiti come corpi intermedi e li identificano con la politica, in senso negativo; non chiedono ideologia, ma concretezza delle politiche, vicinanza alle loro aspettative sul futuro, che ormai non vedono più come sicuro e garantito da anni.
Ciò è anche il frutto di politiche economiche e lavorative che non hanno più considerato i giovani interlocutori privilegiati ma oggetto e non soggetto della discussione, passivi spettatori e non protagonisti della politica.
E la risposta, l’unica, che chi è al governo riesce e vuole dare non è ascolto, proposta, confronto, ma repressione, senza che la prevenzione abbia spazio nel dibattito parlamentare, nelle strutture civili e sociali, nei messaggi pubblici delle istituzioni. Carlo Nordio, forse più degli altri, rende plastica questa concezione di lavoro, perché la esprime candidamente. Ma non crederei che gli altri se ne discostino più di tanto. Se qualcuno c’è, batta un colpo.
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