Gentile, Gramsci e il rischio di un progressismo illusorio
Da Gramsci al neoliberismo, la profezia di Augusto Del Noce sulla trasformazione della sinistra italiana: dalla questione sociale alla rivoluzione dei costumi.

ANSA
Già alla fine degli anni Settanta Augusto Del Noce, dimenticato pensatore cattolico del Novecento, avvisava del rischio di una trasformazione del partito di sinistra italiano in un partito radicale di massa. Tesi controversa, certo, ma giustificata in maniera teoreticamente raffinata e sostanzialmente gratificata dell’evoluzione politica degli ultimi decenni. Spesso, per questa ed altre posizioni rispetto alla modernità, Del Noce è stato accusato di essere un apostolo del tradizionalismo. Ma è vero l’opposto: il tentativo delnociano ha rappresentato l’apertura critica del pensiero cattolico italiano alle libertà individuali moderne, nel solco tracciato da J. Maritain in Umanesimo integrale (1936).
Oggi, a distanza di quasi cinquant’anni da quelle elaborazioni, e di fronte al diffondersi di una nuova autocoscienza a sinistra del panorama politico, forse vale la pena di riprendere il nucleo essenziale di quella riflessione. Secondo Del Noce, la ridefinizione gramsciana del marxismo è stata pienamente accolta dal PCI in Italia e concretizzata attraverso l’adesione alla contestazione giovanile e studentesca del 1968. D’altronde, spiega Del Noce, il gramscismo come teoria filosofica deve essere inteso come la forma che il marxismo deve necessariamente assumere se intende eludere le critiche svolte dall’attualismo gentiliano. In un breve testo del 1899, La filosofia di Marx (apprezzato anche da Lenin), Giovanni Gentile, futuro ideologo del fascismo italiano, riconosceva infatti il valore filosofico del pensiero marxiano e rifiutava la lettura crociana del marxismo come semplice canone di interpretazione storica.
Nel fare ciò, Gentile affermava la centralità della categoria di prassi, ma procedeva a ridefinirla in senso rigorosamente idealistico: a suo dire, il limite del marxismo sarebbe stato proprio considerare la prassi da un punto di vista strettamente materialistico, una prassi, cioè, determinata dalle condizioni storico-sociali in cui si realizza. Per Gentile, nel marxismo persisterebbe un non voluto primato dell’oggetto (le condizioni socio-economiche) sul soggetto (l’uomo e il suo agire storico). A partire da tali presupposti, Gentile svilupperà una nuova concezione di prassi, concepita nei termini di una filosofia dell’atto puro, che troverà nel fascismo, ed in particolare nell’esaltazione dell’azione storica di Mussolini, la sua celebrazione politica.
Ne "Il suicidio della Rivoluzione" (1978) Del Noce ha disostrato l’influenza della posizione gentiliana su Gramsci, in particolare rispetto alla critica del momento materialistico di Marx. Gramsci, dunque, avrebbe l’esigenza di rimodellare il marxismo per non incappare nelle critiche, che lui stesso considerava inoppugnabili, svolte dal filosofo siciliano al materialismo storico di Marx.
In questa prospettiva, dunque, va considerato e compreso lo sviluppo soggettivistico del marxismo delineato da Gramsci: per il pensatore sardo, infatti, continuare a pensare la rivoluzione come un destino ineluttabile non può che condurre a quell’attendismo e a quel fideismo assolutamente inconciliabili con il marxismo.
Ecco, dunque, che l’atto rivoluzionario deve essere predisposto in maniera intelligente: chi altri, se non coloro che Gramsci definiva intellettuali organici dovranno promuovere una sempre più chiara coscienza di classe e guidare le masse prima alla comprensione, poi alla realizzazione della propria emancipazione? Detto in termini marxiani: per lavorare alla trasformazione della struttura si dovrà prima lavorare alla trasformazione della sovrastruttura. Ma come? Gramsci sul punto è stato chiarissimo: preparare la trasformazione rivoluzionaria significa essenzialmente guadagnare l’egemonia culturale, così da portare a compimento quella «riforma intellettuale e morale» necessaria a costruire l’uomo nuovo, il soggetto storico della rivoluzione. Per Gramsci, tutto ciò coincide con il lavorare all’affermazione di un nuova concezione rigorosamente immanentistica del mondo e dell’uomo e alla distruzione di ogni senso e valore di carattere metafisico o religioso.
Con le parole di Del Noce: «compito del comunismo è portare al popolo quel secolarismo integrale, che sinora è stato retaggio di ristrette élite» . Gramsci ne parlava anche nei termini di un ponte tra l’alto (élite) e il basso (il popolo): la secolarizzazione totale come presupposto vitale della rivoluzione, come “postura spirituale” che spingerà le masse ad attivarsi e a rovesciare il capitalismo. A tal riguardo Gramsci poteva addirittura definire una distinzione tra borghesia arretrata e borghesia progressiva, intendendo la prima come quella classe che ha sostenuto i vecchi valori tradizionali e si è legata a doppio filo con il fascismo (unico vero avversario del gramscismo), la seconda come quel settore “illuminato” della borghesia che può favorire l’opera di decostruzione di tutti i valori e può essere funzionale al farsi storico del socialismo.
È a quest’altezza che si colloca la gravosa critica di Del Noce: il gramscismo, come coerentizzazione soggettivistica del marxismo, non può che degenerare nella separazione del momento negativo dal momento positivo; il gramscismo separa la pars destruens della riforma intellettuale e morale dalla pars costruens della prassi rivoluzionaria e non riesce più a riconciliarle. In questa scissione si compie ciò che Del Noce chiama "il suicidio della rivoluzione", ovvero l’incapacità di passare dal momento negativo della distruzione dei valori tradizionali al momento positivo della trasformazione rivoluzionaria. L’opera politica del PCI, tentando di dar corpo al gramscismo, si è fermata alla fase della dissoluzione ed ha cooperato, involontariamente, al trionfo di una visione totalmente immanentistica della realtà che a lungo termine comporta quel nichilismo dell’indifferenza di cui oggi comprendiamo la problematicità. Seppur al di là delle proprie intenzioni, il PCI ha contribuito non certo alla predisposizione della rivoluzione, quanto piuttosto all’instaurazione di quella che F. Rodano ha definito la società opulenta, caratterizzata dal dominio di un positivismo materialistico individualizzante e omologante.
La mondializzazione della contestazione giovanile del 1968 ha costituito lo stravolgimento del concetto stesso di rivoluzione: rivoluzionaria non è più quella prassi volta alla correzione degli squilibri del capitalismo, quanto la volontà di ridefinire i valori, i costumi, la morale, la sessualità dei popoli. Troppo facile forse, a questo punto, tracciare una linea di continuità con il presente. A distanza di cinquant’anni, quel processo di liberazione dai vincoli della tradizione sembra essere giunto al parossismo. D’altro canto, si deve riconoscere il fatto che le classi dirigenti delle democrazie liberali hanno sostenuto, con alterne vicende, tale processo di decostruzione dei valori e di emancipazione morale e sessuale degli individui e delle minoranze e, soprattutto,
Ciò che è stato progressivamente perso di vista è la centralità della questione sociale e della questione economica: non abbiamo assistito, a partire dagli anni Novanta del secolo scorso, ad un progressivo abbandono della lotta per i diritti sociali ed economici dei lavoratori e delle lavoratrici? L’integrazione definitiva del PCI (e tutte le sue successive metamorfosi) nel meccanismo democratico non ha significato una ridefinizione decisiva dei suoi obiettivi strategici? Non si è assistito, in fondo, al sorgere di un partito radicale di massa?
A quanto proposto si lega, evidentemente, l’accettazione passiva del modello neoliberista dominante da parte di quasi tutte le forze di sinistra italiane. L’avallo del dogma neoliberista, e le conseguenti riforme che negli anni sono state approvate anche da governi di sinistra, ha determinato un distacco dalle classi sociali lavoratrici e popolari, comportando, tra l’altro, la tanto deprecata trasformazione elitaria del partito. Necessariamente l’anelito progressista e la volontà di ridurre le disuguaglianze sono stati traslati dall’ambito socio-economico a quello etico-giuridico delle libertà individuali e della tutela delle minoranze. Non è un caso che la New Left, riferimento teorico-politico di gran parte della sinistra europea contemporanea, sia nata nello Stato che più di tutti ha bisogno di mantenere il dogma neoliberista, gli USA.
A fronte di quanto detto, sembra chiaro che oggi il partito progressista italiano ha di fronte a sé due alternative: continuare un percorso politico che si è dimostrato inconcludente ed elettoralmente disfunzionale oppure ritrovare quella vocazione realmente riformista e progressista che passa inevitabilmente per la lotta agli squilibri del neocapitalismo contemporaneo e che, storicamente, ha trovato espressione nella costruzione di quella democrazia a carattere sociale che ha caratterizzato il secondo dopoguerra.
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