Genova 2001, le cose che non ci siamo detti

Genova, 25 anni dopo: la repressione spezzò un movimento globale, ma furono anche isolamento e occasioni politiche mancate a decretarne la sconfitta.

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ANSA

Sono stato a Genova in quei giorni del 2001. Sono arrivato in corsa, dopo l’omicidio di Carlo Giuliani, con la mattanza in atto. Sono arrivato insieme a migliaia di persone dopo i fatti drammatici di piazza Alimonda. Ero Presidente di un Municipio di Roma, espressione diretta di un sommovimento no global a cui partecipavo e che attraversava il mondo e anche i nostri quartieri. Il Municipio aveva aderito formalmente alle manifestazioni e alle istanze che portarono 300mila persone nel capoluogo ligure.

Ricordo con simpatia il boicottaggio della company con più bollicine al mondo in solidarietà con una vertenza sindacale in Colombia. Ricordo il premio Nobel per la pace Rigoberta Menchù nel quartiere di Montagnola ammonirci «Se prendi il potere, perdi il potere». Un’onda planetaria di partecipazione: dal Chiapas, dove reimparammo la sostanza della dinamica democratica, a Seattle, da Göteborg a Genova. Avevamo appena vinto le elezioni, nel discorso di insediamento in Municipio resi omaggio a quel movimento e a Hannes Westberg, diciannovenne ridotto in fin di vita dalla polizia svedese. Rimase in coma un bel po’, gli asportarono milza e rene, fece poi diversi mesi di detenzione. Oggi vive sempre a Göteborg fa il consulente ambientale e il Dj. Si è allontanato dalla militanza attiva. Göteborg è stata la prova generale di Genova e Hannes è stato solo più fortunato di Carlo. Questo per dire che così come era globale il movimento dei movimenti lo era anche la reazione e la brutalità delle forze di sicurezza.

Quel luglio finì prestissimo, esattamente l’11 settembre a New York con l’attentato delle Torri gemelle, la strage di migliaia di persone, moltissimi musulmani, e una accelerazione verso un nuovo ordine mondiale sempre più violento e autoritario. La presidenza Obama fu una promessa, il maestrale che dá sollievo ma che inganna, perché nel fondo della società il senso di marcia era un altro. A quelle profondità emotive, identitarie, dove serpeggia il rancore, né il Presidente americano né il movimento sono mai arrivati. Nel mentre si sono susseguite due guerre di occupazione, Afghanistan e Iraq, venti anni una, otto l’altra.

La repressione durante e dopo Genova fu violentissima. Il film di Daniele Vicari Diaz - non pulire questo sangue spiega bene l’arbitrio e la paura di quei momenti di sospensione dei diritti costituzionali. Chi è stato a Genova sa cosa vuol dire terrore, sentirsi preda di una lunghissima caccia all’uomo. Questa sensazione l’ho provata lì e in pochi altri posti. Ad esempio a Montalto di Castro durante le mobilitazioni durissime contro la centrale nucleare. O in Palestina, nel bel mezzo della prima Intifada.

Dopo le giornate di Genova, mentre il neo liberismo si riorganizzava, seguirono gli anni promettenti dei social forum mondiali di Porto Alegre, quello europeo di Saint-Denis, della fortezza da basso a Firenze, della Rete del nuovo municipio con Alberto Magnaghi, del bilancio partecipativo con Giovanni Allegretti. Della Bolivia del Buon Vivir del Movimento al Socialismo orientato alla difesa dei beni comuni.

Tutto entusiasmante ma il vento di Genova non lo riacchiappammo più. Colpa della repressione, la continuazione sistematica della feroce macelleria messicana, come fu definita. Colpa del nuovo quadro geo politico successivo agli attentati di Bin Laden, soprattutto negli USA dove il movimento no global in fondo era nato. Riflessioni già compiute, parti integranti della verità storica, e anche parti del racconto soggettivo dei superstiti che hanno continuato a fare politica.

Dunque cosa manca a questa sommaria ricostruzione? Manca il coraggio, il medesimo che manco’ anche allora. Il coraggio politico di nominare le cose. Tutte quelle che determinarono l’isolamento del Movimento, soprattutto in Italia, la sua estrema fragilità e dunque contribuirono alla sconfitta. Ne voglio nominare quattro.

Autonomia del politico

È una torsione antica del modello di costruzione della rappresentanza nel nostro Paese. La convinzione in molti dirigenti provenienti dalla storia del PCI della necessaria autonomia della dimensione politica dal resto della società. Spiegherà questa impostazione con parole insuperate Mario Tronti. Un Tronti post operaista che nobilita con teorie raffinate il suo riavvicinamento al PCI. La politica non è un semplice riflesso dell’economia, come tendeva a sostenere una certa lettura del marxismo. Ha una propria logica, un proprio tempo e una propria capacità di incidere sulla storia. E questa difficoltà di relazione con i movimenti giovanili veniva da lontano. Una diffidenza reciproca di fondo mai sanata del tutto, cominciata all’indomani di valle Giulia, 1968. Nonostante i coraggiosi tentativi di dialogo voluti dal segretario del PCI Luigi Longo, da Ingrao e Rossanda che portarono all’incontro del 19 aprile 1968 tra Longo e i leader del movimento, Scalzone, Moretti, Olivetti e D’agostino. Nei giorni successivi il segretario sviluppò le sue riflessioni proprio sulle pagine di Rinascita sostenendo che il PCI dovesse avere un atteggiamento di “comprensione del nuovo”. Le cose, per molte ragioni politiche, andarono in un altro modo. E gli strascichi di questa rottura arrivarono, in forme diverse, fino a Genova.

In più i Democratici di sinistra guidati da Fassino ribadirono spesso la distanza da quello che sarebbe accaduto a Genova. In un’intervista a l’Unità del 20 luglio 2001, alla vigilia della manifestazione, disse: «Noi non siamo contro la globalizzazione, ma per un suo governo democratico e una sua dimensione più umana». D’Alema allora presidente del partito dichiarò sempre all’Unita’ che non sarebbe stato a Genova. Insomma la sinistra di governo era alle prese con una agenda di condizionamento e temperamento delle politiche di globalizzazione. Peraltro venivamo da una lacerazione profonda a sinistra, quella dei bombardamenti Nato su Belgrado.

Distanza sindacale

Il sindacato italiano fu molto guardingo, siglo’ un documento che interloquiva solo con alcuni punti del movimento, non con le sue istanze generalizzate. Solo la Fiom e diverse Camere del lavoro si mobilitarono aderendo complessivamente alla piattaforma del movimento. Le piazze del capoluogo ligure erano piene di militanti sindacali, ma la copertura politica del sindacato nel suo complesso non ci fu. Le posizioni furono articolate e, per molti aspetti, differenti da quelle del Genoa Social Forum. I tre sindacati condividevano molte delle critiche alla globalizzazione neoliberista, ma non aderirono alle manifestazioni principali del 20-21 luglio e mantennero una posizione autonoma. Cgil, Cisl, Uil organizzarono il 18-19 luglio 2001, una conferenza internazionale con le principali organizzazioni sindacali mondiali. L’idea di fondo era: criticare gli squilibri della globalizzazione; chiedere una “globalizzazione dei diritti”; rafforzare il ruolo dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL); contrastare povertà, debito dei Paesi poveri e sfruttamento del lavoro; mantenere però una distanza politica e organizzativa dal movimento.

I molti però dei media progressisti

Gli editorialisti insistevano sulla natura eterogenea del movimento, del rischio violenza, della immaturità delle sue istanze. Ernesto Galli della loggia, Angelo Panebianco, Eugenio Scalfari, Miriam Mafai Barbara Spinelli con sfumature diverse si muovevano tra distanza e tenue simpatia, un po’ paternalista. Per stare alle maggiori firme tra Corriere della sera, la Repubblica, la Stampa. Scalfari invitava la sinistra a tenersi lontana dal movimento. Si distinse per vicinanza il Manifesto e tra gli intellettuali Rossanda e Bobbio.

L’opinione pubblica e la postura dei giornali cambiò dopo che cominciarono a uscire le prime immagini drammatiche dalla scuola Diaz e le notizie dalla caserma di Bolzaneto con un ruolo mai del tutto chiarito del vice premier Gianfranco Fini con la sua presenza nella sala operativa della questura di Genova. Presenza che suscitò forti polemiche, perché fu interpretata come una evidente interferenza politica nella gestione dell’ordine pubblico.

Il movimento e l’occasione mancata

La paura di contaminazione con il sistema politico da parte del movimento e la volontà di dare priorità alla parte sul tutto di gran parte delle singole componenti affezionate a vertenze puntuali sono il punto da cui parte questa riflessione.

Affrontare questo nodo è la parte più complicata, perché racconta le titubanze dei protagonisti di quella stagione. La Rifondazione di Bertinotti attraversò con sincero spirito costituente il movimento. Non senza pagare pegno, anche al suo interno, con settori dogmatici che esprimevano perplessità e critiche. Fu uno sforzo straordinario, sconfitto sul campo dalla sconfitta generale del movimento, dalle critiche interne e anche dalla intempestività della leadership del movimento. Quello e solo quello era il momento: superare Rifondazione e far nascere un nuovo soggetto politico ibrido, radicale, di movimento, arginando le torsioni minoritarie autoreferenziali. Mischiando le carte, le biografie, le culture anti capitaliste, il femminismo di nuova generazione, l’ecologismo.

Come accaduto a gran parte di quella generazione quando tornò a casa in America Latina, in Spagna, in Francia, in Grecia, in Germania. Ma non accadde in Italia. A chi continuava a praticare l’autonomia del politico, anche favorendo cooptazioni individuali, il gruppo dirigente del movimento continuò a rivendicare l’autonomia del sociale e dell’azione del movimento. Da una mobilitazione all’altra. Dalla lotta alla repressione alla lotta alla repressione. Sempre il medesimo schema, fino allo sfinimento. Tutto comprensibile e legittimo, ma politicamente una occasione persa.

Tsipras mosso dallo spirito di Genova, dove non arrivò perché bloccato ad Ancona, divenne, più tardi, premier del suo Paese. Così in Spagna, passando per la mobilitazione degli indignados, quei militanti assumeranno nel tempo importanti responsabilità. Così un po’ ovunque, dove le istanze del movimento divennero opzioni politiche e quei ragazzi e quelle ragazze si fecero classe dirigente sul campo.

Non da noi, dove, più della somma valse la sottrazione. Anzi la rimozione. Tolte rare eccezioni, nessuno affrontò seriamente la questione della rappresentanza, del rapporto tra lotte lotte sociali e auto rappresentazione istituzionale, portando le istanze di Genova nella contesa politica tra destra e sinistra. Così come suggerivano Lula e il PT brasiliano, convinti assertori dell’idea del “governo promotore”. Un governo capace di spingere e riconoscere il conflitto e le lotte. In questo modo si sarebbe modificata nel profondo la forma partito e la cultura della sinistra più radicale, dandogli forza e futuro.

Queste quattro dinamiche distinte e diverse a mio modo di vedere hanno contribuito al rinculo e alla sconfitta del movimento. La repressione ha certamente traumatizzato una generazione, su questo non vi è alcun dubbio. Ma l’isolamento e l’auto isolamento ne hanno favorito l’esito.

Peccato perché poteva andare in un altro modo, portando quelle biografie a misurarsi con la complessità della trasformazione politica e sociale. A 25 anni da quelle giornate e’ tempo di storicizzare e, con la giusta distanza, provare a riflettere e cogliere un qualche insegnamento. La politica non si auto riforma, da sola non ce la può fare, ha bisogno di incursioni, invasioni di campo, rotture e ricomposizioni favorendo la relazione con il mondo che è fuori. E questo spazio di modificazione della costituzione materiale dei partiti non si fa chiedendo il permesso ma procurando strappi in grado di ingaggiare una discussione pubblica e trasformare lo stato delle cose.

Le contraddizioni che quel movimento coglieva sono ancora davanti a noi: concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, devastazioni del pianeta, pratiche autoritarie, libera circolazione delle merci e non degli umani, debolezza delle democrazie nel contenere la potenza delle entità economiche globali ademocratiche.

A Genova hanno ucciso la possibilità concreta di un cambiamento globale, le sue pratiche, il suo linguaggio, hanno pestato e torturato, hanno tolto la vita a Carlo Giuliani. Noi siamo ancora qui, per ricordare e per raccogliere quella bandiera, fargli fare una parte del cammino e magari consegnarla a mani giovani, insieme al ricordo di ciò che è stato. Un movimento felice, radicale, compatto, plurale, internazionale. Soprattutto quell’incontro tra laici, credenti, non credenti, socialisti comunisti, ecologisti, pacifisti, femministe, ong, reti cattoliche, centri sociali, quel prendersi per mano tra fratelli e sorelle provenienti dal tutto il mondo. Quella sensazione piena di umanità non potrà togliercela nessuno. Ed è un patrimonio enorme a cui dare valore. Continuare a cercare uno sbocco politico e culturale a quelle straordinarie istanze di cambiamento rimane una priorità politica per chi continua a desiderare e a operare per un altro mondo possibile.

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