Francesco Guccini, l’artigiano della parola che ha cantato la vita
Dalle storie minime alla grande Storia, Guccini ha dato un nome alla vita e alle emozioni. Conoscerlo e meritare la sua fiducia è stato per me un privilegio.

ANSA
Una passione autentica. Un debito di riconoscenza infinito. Un legame profondissimo, come le radici del nostro comune Appennino tosco-emiliano. Proprio quello in cui era cresciuto e in cui aveva deciso di tornare a vivere più di vent’anni fa.
Credo ci siano poche altre cose che hanno inciso sulla mia formazione come le parole delle canzoni di Francesco Guccini. O forse dovrei meglio dire delle sue poesie. Anche se so che lui non vorrebbe che le si chiamassero cosi. Parole che mi hanno aperto mondi, che sono state rimando per conoscere storie, persone, sensazioni, emozioni. Per conoscere e provare a capire la vita che ti sta intorno, ma soprattutto quella che hai dentro. Per conoscere e provare a capire sè stessi.
I versi delle sue canzoni o le pagine dei suoi libri come strumento per dire ciò che non potevo o non sapevo dire. Le parole per dare un nome alla realtà, alla vita. Quello che solo i grandi intellettuali sanno fare. Nonostante lui si sia sempre definito un semplice artigiano della parola. Altro segno della sua grandezza.
Tutto questo e molto altro ancora è stato per me Guccini. Uomo capace di mettere la grande cultura al servizio di quelle “storie minime da ripagare” cui ha dedicato sempre attenzione e cura. Fossero quelle del ferroviere anarchico della fine dell’Ottocento che scaglia la locomotiva contro le ingiustizie o quella dell’anonimo pensionato della porta accanto. O per le storie segnate dalla grande storia. Dalla Canzone del bambino nel vento (titolo originario di Auschwitz), alla Primavera di Praga con «Ian Hus che di nuovo bruciava», fino a Silvia Baraldini la «piccola italiana di cui l’America ha paura». E via via con tante altre storie.
Poi l’impegno per la sua Pavana, un piccolo borgo nel Comune di Sambuca Pistoiese proprio al confine tra Emilia e Toscana. Guccini si dedicò infatti alla stesura del dizionario del dialetto pavanese o alla traduzione dal latino al dialetto pavanese delle opere di Plauto poi messe in scena da una compagnia teatrale amatoriale di Pavana portata poi in tanti teatri italiani. Anche questa era la generosità di Francesco Guccini. Unita alla curiosità verso i piccoli mondi. Perchè come diceva Blaise Pascal «nel microcosmo si legge il macrocosmo».
E come scrive Francesco in “Stelle” «in tutto quel chiarore sterminato, dove ogni lontananza si disperde guardando quel silenzio smisurato, l’uomo si perde».
E poi l’anelito alla libertà, la lotta ai conformismi la denuncia delle ipocrisie a qualsiasi latitudine geografica e politica si trovassero. E ancora gli amori mai nati, quelli finiti male e quelli per i quali vorresti «giocare un eterno gioco proibito, che l’oggi restasse oggi senza domani o domani potesse tendere all’infinito». In una parola per la vita.
La produzione artistica di Francesco Guccini entra di diritto nella storia della letteratura italiana. Per questo Francesco rimane con noi.
Per me averlo conosciuto è stato un privilegio, avere avuto la sua fiducia il più grande onore.
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