Francesco Guccini, la voce giovane e combattiva della mia generazione
Il ricordo del primo incontro ad Assisi nel 1968, tra canzoni, vino, politica e quella musica capace di raccogliere i sogni di un’intera generazione.

ANSA
Voglio ricordarlo così: giovane e combattivo. Guccini, colonna sonora della mia gioventù, che se n’è andato.
Lo conobbi nel 1968 ad Assisi. Aveva nove anni più di me. Era nato nel 1940 a Pavana, ma aveva vissuto a Modena, città che non amò mai davvero, legato com’era alle sue radici appenniniche tosco-emiliane.
Alla convention della Cittadella dei frati francescani stava con i Nomadi, ma era già un solista. Suonarono insieme Auschwitz e Dio è morto. Per me fu una rivelazione.
C’erano tanti ragazzi infervorati, reduci dal maggio di lotta. La platea era stracolma e c’era anche un Alberoni insolito e di sinistra, per chi lo avrebbe poi conosciuto su posizioni di destra. Era l’Alberoni della facoltà di Sociologia di Trento, che discuteva con il marxista del Pci Antonio Pesenti, il celebre economista de La cattedra e il bugliolo, incarcerato dai fascisti.
Insomma, era ancora pieno Sessantotto, in quella kermesse innevata di dicembre. E Guccini ci stava a modo suo, sul palco e fuori, suonando in mezzo a noi, accovacciati ad ascoltarlo.
Ne ebbi una duplice impressione. Mi parve cattolico e moderato per i miei gusti politici di allora. Però cantava e suonava, a richiesta, in modo incantevole. Vecchie canzoni del lavoro, Dylan, ballate sconosciute.
Aveva cominciato da poco a esibirsi dal vivo come chitarrista folk, prima dei suoi venti dischi che lo avrebbero reso celebre. Con la brocca di vino e la chitarra era un piacere stargli accanto.
«Questo è uno forte», mi dissi.
E la musica era nostra, di noi ragazzi raccolti attorno a lui, quasi la prendesse direttamente dai nostri sogni.
Era un intrattenimento infinito, come se fosse un’unica canzone senza fine, costruita ogni volta con accordi diversi. Guccini era un narratore nato, un cantastorie nel senso più antico e popolare del termine, come aveva capito Dario Fo.
Era un artista che aveva bisogno della gente per accendersi, in uno scambio inesauribile. Non si faceva pregare: ricominciava a cantare, a richiesta oppure spontaneamente.
Fu poi glottologo, giallista di storie dell’Appennino insieme a Loriano Macchiavelli, fumettista, attore. Un artista popolare, non pop.
La sua era una lirica grintosa, attinta alle radici dei suoi monti e dei suoi borghi, Pavana in primo luogo. Ne indagava le leggende e gli stilemi, quel modo di parlare che si fa musica e memoria, rabbia e protesta, dolore.
Una base folk cresciuta sul terriccio della campagna e dei casolari, di cui tutta la sua poetica è intrisa.
Questo è Guccini.
Non potevo certo immaginare, al primo incontro, che fosse così poliedrico e colto. Sembrava un antico anarchico o un brigante casentinese, con quella voce roca emiliana che si affacciava sulla città moderna e si mescolava, anche senza volerlo, ai movimenti di massa di quegli anni.
Lo reincontrai molti anni dopo, anziano e saggio, a Roma. Era disincantato e affaticato. Non ricordo in quale osteria. Ci riconoscemmo nei ricordi, ma ormai lui era già storia.
Resterà nella mia mente e in quella della mia generazione, con la commozione e la rabbia de La locomotiva, ad accompagnarmi per sempre.
E resterà anche con L’avvelenata, amaro resoconto esistenziale che continua a ispirare me e tanti di noi nel quotidiano:
«Se avessi previsto tutto questo… ma ho ancora tante cose da cantare e a culo tutto il resto».
Proprio così. Esattamente così.
Grazie, caro Francesco. Resterai con me e con tutti noi.
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