Intervista a Francesco Cordio: «Il cinema dà voce ai territori dimenticati»

In “Ritorno al tratturo” il regista racconta spopolamento, resistenza e speranza delle aree interne con la voce politica di Elio Germano.

Diego ProtaniInterviste
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Intervista al regista Francesco Cordio autore di questo docufim “Ritorno al tratturo” di speranza, di denuncia e di forte indirizzo politico. Ma cosa è questo tratturo? E’ un antico sentiero di transumanza che il regista usa per raccontare la natura, i lavori, le speranze di un territorio. Si parla sempre di più di spopolamento dei territori ma in fondo è una storia antica. La gente si sposta per sopravvivere, chi rimane fa una lotta di resistenza sociale. Nel film c’è uno strepitoso Elio Germano ma anche tanta gente comune.

1) Un film che racconta un territorio ma se vogliamo anche un film di denuncia. Cosa l'ha spinto a girarlo?

Nasce da una conversazione lunga con Filippo Tantillo, ricercatore territorialista e studioso delle aree interne. Ci conosciamo da anni, e abbiamo pensato di unire la sua forte conoscenza sul territorio al mio sguardo da documentarista sociale per fare un film. Non un film sul paesaggio, non una valorizzazione turistica — ma un film politico, che desse voce a chi sceglie di restare in luoghi che qualcuno ha già deciso di abbandonare. Avevamo anche vinto un bando pubblico, ma con il sostegno di Alfredo e Lorenzo Borrelli, i produttori del film, abbiamo scelto di rinunciarci per restare completamente liberi. Liberi di farlo come volevamo. E questa indipendenza, in qualche modo, rispecchia lo spirito del film stesso.

2) Molto interessante è il parallelo tra pubblicità e realtà. Quanto è importante essere attenti ai messaggi pubblicitari?

Nel film entrano ogni tanto delle interferenze — lo spot istituzionale della Regione Molise, con quella voce che dice "Io sono Molise". Immagini pulite, luminose, ordinate. Il Molise da vetrina: perfetto, felice, in vendita. La stessa realtà che stiamo raccontando, ma filtrata attraverso una comunicazione che cancella il conflitto, la fatica, la burocrazia, la solitudine. Non è un attacco alla Regione: è una riflessione su come funziona la narrazione del territorio, su chi ha voce e chi non ce l'ha. La comunicazione istituzionale ed edulcorata prova continuamente a riportarci alla non-realtà. Il documentario riconosce l'interferenza, la mostra, e poi continua a camminare nel fango. Essere attenti a questi messaggi non è un esercizio intellettuale — è una necessità democratica.

3) Nel film come "testimonial" c'è Elio Germano. Come l'ha visto in questa veste?

Elio è molto più di un testimonial — è una guida, una voce politica, un co-autore. Molisano d'origine, suo padre è tra i fondatori del Cammina Molise, ha un legame viscerale con quella terra. Si è unito al progetto con un entusiasmo autentico e ci ha aiutato a trovare i protagonisti — molte porte si sono aperte grazie a lui. Ma soprattutto si è fatto carico della parte più apertamente politica del film: è lui che legge i dati, che accompagna lo spettatore nella lettura dei numeri. Ho scelto un attore — non un esperto, non un giornalista — perché in questi territori la politica si percepisce come lontana e astratta. Una voce umana, riconoscibile, capace di emozione, arriva dove i numeri da soli non arrivano.

4) Quando il ricercatore Filippo Tantillo dice all'inizio del film che la politica invita a non spopolare i territori, ma poi in 10 anni non gli hanno allacciato l'acqua per le caprette fa capire quanto è dura lottare con la burocrazia. Quanto coraggio ci vuole ad andare avanti in queste realtà?

Valerio è il caso più emblematico. È venuto da Roma con due capre in macchina come fossero cani — senza sapere che per spostare animali da una regione all'altra servono autorizzazioni sanitarie, documentazione, burocrazia. Il comune non gli allaccia l'acqua da dieci anni. I vicini lo denunciano. E si trova a fare i conti con un apparato normativo pensato per scale completamente diverse dalla sua — chi alleva trenta capre si trova spesso schiacciato da obblighi e controlli che hanno poco a che fare con la sua realtà. Nessuna proporzione, nessuna distinzione. Eppure Valerio resta, e fa il formaggio — clandestinamente, con un fornello a gas, in una stanzetta senza acqua corrente. Il coraggio non è un'astrazione per queste persone: è la sveglia alle quattro di mattina, ogni giorno, sapendo che nessuno ti aiuterà.

5) Negli ultimi 100 anni le aree interne hanno perso circa il 75% della popolazione. Dal sud sono partiti quasi 500.000 giovani negli ultimi 10 anni. Ma come dici nel film "Eppure qualcosa si muove".

Sì, qualcosa si muove. E non è romanticismo — è quello che abbiamo visto con i nostri occhi. Federica che tiene aperto il ristorante che aveva aperto sua madre. I ragazzi che aprono una libreria in un’epoca in cui di solito le librerie chiudono le serrande. I camminatori del Cammina Molise che attraversano il territorio a piedi, recuperando tratturi dimenticati e connessioni comunitarie. Sono segnali deboli, certo. Ma sono reali. E dicono una cosa precisa: la marginalità di questi territori non è un destino — è una scelta politica. Reversibile, se si vuole. In alcune regioni, dove le politiche sono state serie e mirate, la tendenza si sta già invertendo. Il problema non è che questi luoghi non ce la possono fare. Il problema è che spesso non viene data loro la possibilità di provarci.

6) Un messaggio di speranza è anche l'apertura della libreria in un’epoca in cui le librerie chiudono. Che emozioni hai provato a raccontare anche questa storia?

Una libreria che apre in un'epoca in cui le librerie chiudono è già di per sé un atto controcorrente. Questi ragazzi hanno scommesso su qualcosa che il mercato considera perdente — e lo hanno fatto a Campobasso, capoluogo di una regione che lotta ogni giorno contro la propria invisibilità. Non è ingenuo — è politico. Un luogo dove stare insieme, dove pensare, dove costruire comunità. Raccontarlo è stato commovente, nel senso letterale: mi ha mosso qualcosa. Perché dimostra che la scommessa sul futuro di questi luoghi non la fanno solo le istituzioni — la fanno le persone, ogni giorno, con le loro scelte concrete.

7) Quanto è importante il documentario, il cinema del reale, nel panorama culturale italiano? Può avere anche un compito pedagogico?

Più che pedagogico, lo considero uno strumento politico. E lo dico con un esempio preciso. Il Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne 2021-2027, firmato nel marzo 2025 dal ministro Foti e approvato dalla cabina di regia il 9 aprile, scrive nero su bianco a pagina 45 che per alcune aree interne "non può porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza" — e introduce il concetto di "accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile", da rendere "socialmente dignitoso". È un documento ufficiale dello stato italiano che si arrende ufficialmente all'abbandono di interi territori. Il documentario esiste per dire che non è così — che esistono persone reali, con nomi e facce, che quella condanna non la accettano. Il cinema del reale non insegna: testimonia. E la testimonianza, quando è onesta, è già un atto di resistenza.

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