Fragilità: un viaggio dentro una parola polisenso

ANSA
Teoria della fragilità. Alla ricerca di un potere nascosto (Diarkos, 2025, pp. 379), scritto da Roberto Gramiccia, con la collaborazione determinante di Ginevra Amadio, è un lavoro di pensiero profondo e densità valoriale, capace di rivisitare le teorie classiche delle rivoluzioni. Si tratta di un’attenta e accurata ricerca, il cui fondamento è inedito, complesso: “fragilità” non è sinonimo di debolezza ma elemento costituente dei processi rivoluzionari come forza trasformatrice, individuale e sociale. Potenziale, certo, non automatico. Tra le tante riflessioni che il libro stimola, mi soffermo qui su tre snodi per me particolarmente significativi.
Innanzitutto, è straordinario che la teoria si faccia storia e materialità in eroi fragili che pure sono stati, poi, rivoluzionari e che incarnano la categoria storica della fragilità come forza trasformativa. Per brevità, scelgo solo due degli eroi descritti nella seconda parte del libro, che appaiono, a me, “fragili e rivoluzionari”, con evidenza esistenziale ed emotiva. Enea, profugo, nomade, errante. Fu sconfitto, espulso dal suo spazio di potere. Ma la sua fragilità fu fondamento di una civiltà altra, di una nuova patria. Partendo dalla propria debolezza, ricerca una nuova strada; e la trova. Perché quella debolezza non si trasforma in passività ed inerzia, ma in creazione di una nuova cultura. E Rosa Luxemburg, esempio a me carissimo. Il corpo per anni prigioniero eppure scriveva: «Mi sento a casa mia in tutto il mondo, ovunque vi siano nuvole e uccelli e lacrime umane». Luxemburg ci ha insegnato la connessione dialettica tra democrazia e socialismo. Vera erede di Spartaco, scelse di morire insieme ai suoi compagni di lotta, in un moto rivoluzionario che sapeva avventurista ed azzardato. Ma «si parte insieme e si arriva insieme», sino all'eroico sacrificio della propria vita.
Secondo grande tema fondamento del saggio è la rivisitazione del Gramsci della “rivoluzione passiva”. La rivoluzione digitale viene sagacemente interpretata da Gramiccia come la più imponente “rivoluzione passiva” della storia. Essa, con forme raffinate di controllo ed egemonia, rende evanescente la coscienza di classe. Quale strada imboccare dunque? Si chiede l'autore. La risposta è: «Una strada che rifiuti che la fragilità, che è un dato ontologico, diventi rassegnazione e abbia, invece, a vedere con il conflitto». Sul piano teorico, ad esempio, possiamo affermare che la teoria dell'eguaglianza – che dovrebbe connotare la sinistra – non è affatto innaturale, perché tutte e tutti siamo uguali in quanto fragili (una delle non poche proposte teoriche del saggio). A proposito di fragilità sociale, classista direi, giustamente l'autore ricorda che La situazione della classe operaia in Inghilterra (1845) fu, non per caso, l'opera prima di Engels. Ecco che la fragilità sociale integra e potenzialmente soppianta quella individuale. Certo, ove non vi fossero né forza, né volontà per raccogliere la spinta trasformativa che procede dalla fragilità, essa diventa inerte, passiva, rassegnata. Ma noi crediamo all'emergere di controreazioni sociali (la storia è “storia di lotta di classe”), all'esplodere di rivolte, ribellioni.
Il libro si sofferma poi, con una importante riflessione, sulla concezione della “rivoluzione passiva” di Vincenzo Cuoco, da cui parte la riflessione gramsciana. Splendido il libro di Cuoco, il Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799. Quella fu una rivoluzione eroica, abbattuta dalla Chiesa/potere e dalla fragilità popolare che si fece Vandea. Perse perché era una rivoluzione importata ed elitaria: senza popolo. La rivoluzione non può essere un’“assemblea di filosofi”. E Gramsci, contro ogni retorica nazionalista, scrive del Risorgimento come “rivoluzione mancata”, anzi, appunto, come “rivoluzione passiva”. Cosa vuol significare? Le condizioni dell'insorgenza rivoluzionaria vi sarebbero, ma sono bloccate dalle condizioni di fragilità sociale rassegnata (anche questa volta una categoria interpretativa inedita che si rivela preziosa). In altre fasi storiche, la fragilità diventa attiva ribellione. Marx ci ricorda che la rivolta di Spartaco si trasformò da gesto individuale in vera e propria “guerra servile”. Quella rivolta connetteva il massimo di forza fisica con il massimo della fragilità, nella condizione sociale in cui, come scrivono gli autori, “ogni giorno, per un gladiatore, era buono per morire”.
La fragilità sociale attiva diventa così il presupposto stesso dello scontro sociale. Mi viene in mente la cinematografia straordinaria di Ken Loach, la fragilità massima dei lavoratori che perdono il posto di lavoro che diventa persino rivolta "luddista" nel film Riff Raff, una vicenda colpevolmente rimossa dallo stesso movimento operaio. E' questa l'antropologia della fragilità. Gli spunti del libro spingono a riflessioni intense. In Marx, come in Hegel, vi è la centralità del conflitto. Del resto, qual è lo scopo del comunismo? La cancellazione, attraverso la rivoluzione, della fragilità sociale stessa. «La questione comunista è ancora aperta; il comunismo libera dallo sfruttamento e dal bisogno ma non affranca, certo, dalle ansie, dai turbamenti, dalle angosce». Siamo oltre il meccanicismo, i falsi automatismi, il materialismo volgare. È proprio questa la vicenda del pensiero critico. Oggi tanto più attuale in quanto cresce e diventa sempre più pervasivo il “capitalismo della sorveglianza”, per usare l'efficace definizione della sociologa Shoshana Zuboff.
Avviandomi a concludere, devo dire che condivido il pensiero dell'autore su Le tesi su Feuerbach di Marx che rappresentano una svolta nella storia del pensiero moderno. La più famosa, l'undicesima così recita: «I filosofi hanno solo diversamente interpretato il mondo, ma si tratta di trasformarlo». Del resto, si fa notare, la riflessione su categorie solo apparentemente metastoriche, come la fragilità, ben si concilia con una visione antidogmatica del materialismo storico e della filosofia della prassi. In questa tesi è, a mio modesto avviso, il fulcro delle riflessioni di Roberto Gramiccia, il quale ricorda Sebastiano Timpanaro, intellettuale insigne, che ho conosciuto, e il suo interesse per Giacomo Leopardi, “il più grande tra i fragili geniali”. Si apre qui un elevato dibattito, a cui accenno soltanto, sullo stesso pensiero di Marx, su questo tema: il rapporto tra il ragionamento sulla fragilità e la sesta tesi di Marx, secondo la quale l'essenza dell'uomo si identifica con i rapporti sociali di produzione. L'autore di Teoria della fragilità fa notare che vi sono caratteristiche antropologiche che di questa essenza condizionano natura e sviluppi non meno dei rapporti sociali stessi. Sono le facce di un prisma che egli ben conosce per la sua professionalità ed esperienza di medico (il “guaritore ferito” di cui parla Gadamer).
Si tratta nel complesso di elementi rivisitati e aggiornati che rivitalizzano, fra l'altro, la riflessione sul Moderno Principe. Sono i presupposti di un moderno partito politico, l’“intellettuale collettivo” gramsciano, che mette insieme i grumi sparsi di una volontà collettiva che tendono a divenire “universali e totali” (Noterelle sulla politica del Machiavelli). È della realtà contemporanea che parliamo: dei presupposti di un moderno Stato democratico, con la sua Costituzione. Nella logica che Gramiccia e Amadio ci propongono: della precondizione istituzionale di una fragilità sociale che diviene strutturalmente attiva, creando le condizioni per il suo superamento.