Fosse Ardeatine, dove la libertà si fa Costituzione

ANSA
L’anniversario delle Fosse Ardeatine impone ogni anno un esercizio di verità prima ancora che di memoria. Il 24 marzo 1944, in quelle cave sulla via Ardeatina, 335 persone furono uccise dai nazisti in una rappresaglia che resta tra i punti più alti dell’orrore consumato in Italia sotto l’occupazione.
Il Mausoleo custodisce ancora oggi quella verità storica nel luogo stesso dell’eccidio, e la visita del presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla cerimonia per l’82° anniversario conferma che la Repubblica continua a riconoscere in quel sito uno snodo decisivo della propria memoria civile e storica. Alla cerimonia erano presenti, accanto al capo dello Stato, il ministro della Difesa Guido Crosetto, i presidenti delle Camere Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri e il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca.
Non la presidente del Consiglio Giorgia Meloni: è un’assenza che pesa, perché le Fosse Ardeatine sono uno dei luoghi nei quali la Repubblica riconosce il proprio fondamento morale e politico, compiutamente antifascista, e che parla direttamente alla radice della nostra democrazia, perché mostra che cosa accade quando il potere si separa da ogni limite, quando la vita umana perde dignità, quando la violenza pretende di farsi norma. E parla anche della Liberazione, che non fu soltanto una vicenda militare o l’opera di ristrette avanguardie politiche: fu un moto di popolo, una mobilitazione di coscienze, una partecipazione diffusa di partigiani, civili, donne, giovani, lavoratori, sacerdoti, militari, perseguitati politici. La Costituzione è figlia di quella Liberazione: ne raccoglie la domanda di libertà, la sete di giustizia, il rifiuto della sopraffazione e dell’obbedienza cieca.
Per questo mette al centro i diritti inviolabili, l’uguaglianza senza distinzioni, il dovere della solidarietà, il rifiuto della guerra come strumento di offesa. E per questo vieta la riorganizzazione del partito fascista: non per spirito di vendetta, ma per difendere la democrazia da ciò che l’aveva distrutta. La Carta repubblicana non nasce da una pacificazione astratta; nasce da una frattura storica, dal bisogno di impedire che lo Stato torni a disporre della persona e che il potere torni a considerarsi sciolto da ogni vincolo morale e giuridico.
Il nesso tra Fosse Ardeatine e Costituzione, dunque, è storico, politico, perfino antropologico. In quelle gallerie non si vede solo un crimine di guerra; si vede il fallimento radicale di una cultura fondata sull’obbedienza cieca, sul disprezzo dell’altro, sulla riduzione del cittadino a suddito. L’antifascismo repubblicano nasce da qui: dalla convinzione che la libertà non sia un ornamento della convivenza, ma la sua condizione imprescindibile; che la dignità della persona venga prima di ogni ragion di Stato; che la legge, se non tutela l’umano, smetta di essere giustizia. Per questo l’antifascismo, prima che una parola di parte, è la “grammatica” della Repubblica.
Alla luce di questo quadro, anche la vittoria del NO al referendum sulla giustizia merita una lettura che vada oltre la contesa politica. È un dato politico – certo - ma prima ancora è un dato civile: una parte maggioritaria del Paese ha scelto di non modificare un equilibrio costituzionale che riteneva dovesse essere preservato. In questo voto si può leggere la convinzione che le architetture di garanzia non possano essere piegate alle convenienze del momento.
Può sembrare improprio sovrapporre una strage nazifascista a una consultazione referendaria. E tuttavia un collegamento di fondo esiste, se lo si colloca sul terreno giusto. Le Fosse Ardeatine ricordano che la democrazia si difende quando si riconosce che il potere deve restare limitato, controllato, sottoposto a principi e garanzie. La vittoria del NO, letta in questa chiave, è manifestazione di una forma di fedeltà alla cultura politica nata dopo la Liberazione: una cultura che diffida delle semplificazioni, che rifiuta la logica del comando privo di contrappesi, che considera la libertà inseparabile dalle istituzioni che la proteggono.
Perfino una figura lontanissima dalla cultura costituzionale della sinistra come Umberto Bossi, fondatore della Lega e padre politico del secessionismo padano, rivendicava una matrice antifascista. Ricordava i martiri della Resistenza nella propria famiglia e guardava con avversione a ogni torsione nazionalista di segno fascista. Senza voler assolvere la sua stagione politica, che ha avuto asprezze, forzature e lacerazioni profonde nell’idea di unità nazionale, va però ricordato che, nella storia repubblicana, l’antifascismo è stato a lungo percepito come un confine comune anche da culture politiche molto lontane tra loro. Oggi proprio questa evidenza si è offuscata e, per questo, vale la pena restituirle la chiarezza che merita.
È per questo che il 24 marzo non riguarda soltanto il passato. Interroga il presente. La presenza di Mattarella al Mausoleo Ardeatino ricorda alle istituzioni e al Paese che la memoria, per essere vera, deve tradursi in orientamento civile. Non basta inchinarsi davanti ai morti se poi si smarrisce il significato della loro eredità. Le Fosse Ardeatine continuano a dirci che la Repubblica ha senso soltanto se resta fedele alla libertà, alla dignità della persona, all’eguaglianza e all’antifascismo che l’hanno resa possibile. Tutto il resto, in giornate come questa, è accessorio.