La formula Mamdani scuote la sinistra dei caminetti
Da New York a Berlino, casa e servizi al centro della politica. A Milano e Roma la sinistra resta prigioniera delle correnti e della spartizione dei candidati.

ANSA
Mentre i partiti italiani rimangono pietrificati nelle loro vecchie formule di clientelismo di ritorno, asfissiati da logiche di potere feudali e caminetti romani, il resto del mondo ha ricominciato a fare politica scendendo sui marciapiedi e demolendo ogni residuo cliché. A Berlino, le urne hanno appena assestato un ceffone devastante allo status quo. Elif Eralp, avvocata anticapitalista e figlia di rifugiati politici, ha espugnato il Rotes Rathaus trascinando la sinistra di Die Linke a un trionfo storico. Le sue prime dichiarazioni, «Non è previsto che persone come me, in questo Paese, diventino sindaca», ripetute nei suoi video e urlate di nuovo sul palco, hanno esteso il messaggio in una forma di inclusività plurale, aggiungendo la frase: «Oggi mandiamo un messaggio di amore e di giustizia al mondo». Questo trionfo non è un evento isolato, ma la consacrazione di un fenomeno globale dirompente che vede la nascita e il successo di una clamorosa “Formula Mamdani” nelle più grandi metropoli del pianeta.
C’è una novità assoluta e dirompente che i nostri dinosauri politici non riescono nemmeno a concepire: la forza travolgente di una “Mamdani Turca” a Berlino e di un “Mamdani Arabo” (Zohran Mamdani) a New York, due figure straordinarie che, senza potere assolutamente contare sulle storiche strutture partitiche, sulle fondazioni miliardarie o sulle reti asfissianti del clientelismo istituzionale, hanno ribaltato i pronostici parlando direttamente alle comunità escluse con il porta a porta del parlare direttamente e in prima persona agli elettori.
Ciò che ha decretato la loro vittoria non sono state le astrazioni ideologiche, ma battaglie feroci e concrete su bisogni primari: la rivoluzionaria tassa sulle seconde case dei superricchi (pied-à-terre tax) a New York ha vinto sul campo, dimostrando che si può aggredire la speculazione per generare almeno 500 milioni di dollari all’anno di entrate strutturali colpendo i circa 10.000 appartamenti di lusso sfitti e i condomini di Manhattan superiori al milione di dollari. È una misura che mette a nudo l’ipocrisia dei mercati immobiliari drogati, gli stessi che a Milano vedono l’arrivo in massa dei banchieri emigrati da Londra dopo la Brexit, attirati dai regimi fiscali di favore ma pronti a comprare seconde e terze case di lusso che fanno impennare i prezzi, espellendo di fatto la classe media e i lavoratori.
Parallelamente, i proclami e i piani finanziari della candidata turca a Berlino sulle scuole e sugli asili nido (i Kitas) hanno fatto breccia proponendo di investire i proventi di un’imposta patrimoniale locale — stimata in oltre 5 miliardi di euro all’anno — per garantire il welfare scolastico e l’ammodernamento delle strutture educative. Questa determinazione tedesca traccia un parallelo impietoso con il fallimento strutturale della cronica mancanza di asili nido a Milano sotto l’amministrazione di sinistra: un’amministrazione che si professa progressista ma che di fatto lascia ogni anno migliaia di famiglie in lista d’attesa, costringendo i genitori a costi insostenibili nel privato o alla rinuncia al lavoro, poiché incapace di sottrarre i servizi essenziali alle logiche del bilancio e del profitto.
Mandandoci questo segnale chiaro, queste vittorie evidenziano che le infrastrutture dei partiti non servono più a nulla se sono gusci vuoti utili solo a spartire tessere e favori; quello che serve davvero sono i programmi per la carne viva delle persone, fatti di risposte materiali e immediate come le case sottratte alla speculazione immobiliare, l’istruzione pubblica accessibile e la mobilità garantita. È uno spettacolo deprimente quello che invece si consuma a casa nostra, a Milano e a Roma, dove le segreterie delle coalizioni affrontano la preparazione delle imminenti comunali applicando il solito, logoro copione: si discute per mesi del posizionamento del vicesindaco di Milano o si va alla ricerca del perfetto pubblico ministero d’area per tenere insieme il Campo Largo, riducendo le grandi metropoli a semplici scacchiere per equilibri nazionali e affidandosi al feticcio procedurale di primarie svuotate di qualsiasi reale afflato ideale.
L’appello spietato che sale dalle strade di New York e dalle urne di Berlino scuote direttamente le stanze ovattate dove le segreterie delle coalizioni italiane stanno consumando l’ennesimo teatrino spartitorio: smettetela di cercare i candidati a sindaco nei vostri laboratori politici o tra i corridoi dei tribunali. La risposta non si trova nelle cene romane tra leader terrorizzati dal perdere un millesimo di consenso, né nei sondaggi commissionati per pesare i capicorrente, ma si trova solo andandoli a cercare dove la politica tradizionale ha troppa paura di guardare, ovvero dentro i conflitti sociali delle periferie, tra gli avvocati che difendono gli sfrattati e gli attivisti che organizzano i pendolari. L’unica e vera speranza per spezzare questo assedio burocratico è che anche a Milano e a Roma salti fuori un “Mamdani”, una figura dirompente e imprevista, capace di incendiare l’immaginario collettivo e di rompere i veti incrociati delle coalizioni semplicemente parlando la lingua della realtà quotidiana.
Proprio per questo, un messaggio potente deve levarsi forte e chiaro, rivolto direttamente alla gente e ai cittadini in vista delle imminenti elezioni: ai milanesi stritolati da un mercato immobiliare selvaggio che espelle le famiglie a vantaggio delle rendite finanziarie, e ai romani intrappolati quotidianamente nel collasso cronico dei trasporti e nell’abbandono dei quartieri popolari, bisogna gridare che l’astensionismo o il voto d’inerzia sono i migliori alleati di chi vi vuole docili e sottomessi.
Smettiamo di credere alla favola del candidato spendibile scelto nelle stanze dei bottoni e smettete di barattare il vostro voto per la promessa di un piccolo favore personale o per la tutela di una misera rendita di posizione clientelare. Dobbiamo esigere impegni concreti e reali nei programmi di governo municipale, come ha fatto con successo Zohran Mamdani a New York blindando la promessa di un tetto massimo agli affitti contro la speculazione — impegno poi mantenuto —, o come ha fatto Elif Eralp a Berlino rimettendo al centro gli asili nido. Alla luce di quanto successo a New York e Berlino, città dove i temi della sicurezza e della migrazione non hanno dominato la campagna elettorale, facciamo sì che chi ci governa abbia finalmente il coraggio di tassare le grandi rendite e i patrimoni immobiliari speculativi per rimettere in sesto il welfare locale, la scuola e i trasporti.
Dobbiamo rifiutare, a Milano e nelle altre città dove si andrà presto a votare, i sindaci in doppiopetto o i magistrati prestati alla politica per mediare tra correnti contrapposte; cercate, sostenete e portate al potere chi vive le vostre stesse identiche battaglie quotidiane. Se New York e Berlino ci hanno insegnato qualcosa, è che quando la gente smette di delegare ai soliti notabili e si organizza attorno ai propri bisogni reali, i giganti dai piedi d’argilla della vecchia politica crollano e l’impossibile diventa finalmente realtà.
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